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Antimafia Duemila

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Perchè la mafia ha vinto
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Vorrei  ancora fissare alcuni punti:
 
1.     Larga parte della politica oggi (anche trasversalmente) considera troppa giustizia e troppa legalità come un fastidio. Gli viene l’orticaria. Non si identifica con l’Italia  delle regole quanto piuttosto con l’Italia dei furbi, degli affaristi  o degli impuniti.
 
2.     In democrazia, il primato della politica è un assioma. Spetta alla politica, soltanto alla politica,  operare le scelte  di  governo nell’interesse -  si spera -  di tutti. Non spetta a nessun altro, meno che mai ai giudici (la storiella del governo dei giudici è bieca propaganda). Ma proprio perché non può esservi dubbio alcuno su questo primato, la politica deve viverlo ed  interpretarlo nella consapevolezza della sua importanza effettiva, non con attenzione alla sola facciata. Allora, se ci sono delle inchieste giudiziarie che rivelano fatti dando indicazioni preziose in tema di corruzione e collusione fra mafia e politica, ecco che la politica dovrebbe  esercitare il suo primato intervenendo con nuove leggi, con controlli più adeguati. E invece di tutto questo abbiamo avuto ben poco dal ’90 ad oggi. Si avverte invece una certa tendenza (trasversale) a mal concepire il primato della politica, a farne la base per pretendere una sorta di sottrazione dei politici ai controlli, alla legge che dovrebbe essere uguale per tutti. Ecco  allora  che la giustizia nel nostro paese non funziona,  ma  invece di chiedere più giustizia si chiede meno giustizia, tutte le volte che si incrociano determinati interessi. Ecco allora che alla  magistratura si chiede di fare un passo indietro, invece di potenziarne gli strumenti  e le possibilità di intervento.
 
3.     Usa dire che l’antimafia e l’anticorruzione non portano voti. Chissà…. Sta di fatto che  antimafia e anticorruzione nell’agenda politica, quando ci sono, sono in posizioni  non primarie. Per quanto riguarda la mafia ciò accade a partire dal 1996, con vari sussulti successivi di tipo emergenziale: nel senso che soltanto dopo un fatto clamoroso che ci sveglia, con  una forte tendenza a dimenticare presto  e rimettere la questione  mafia ai  margini dell’agenda.
 
Ma  se questo è lo scenario di fondo, non stupisce che tanti uomini politici, amministratori, imprenditori, operatori economici, professionisti (con frequente predilezione per il settore della sanità), non stupisce che tanti, troppi soggetti ancora oggi intrattengano rapporti di affari o di scambio con mafiosi o paramafiosi. Ancora oggi, dopo le terribili stragi del ‘92 e del ‘93, ancora oggi ci sono personaggi che vivono e operano nel mondo legale,  talora con responsabilità istituzionali di altissimo rilievo,  che sono disposti a trescare,  a trattare con  mafiosi o paramafiosi come se nulla fosse, come se fosse cosa assolutamente normale. Questa è una totale vergogna, che dovrebbe fare drizzare i capelli in testa a  tutti. Invece quelli che si indignano sono sempre di meno. E chi viene colto con le mani nel sacco può sempre contare sulla solidarietà dei propri capi cordata, sia locali che nazionali. E allora ecco che invece dell’indignazione o della giusta tensione ci sono passività e  rassegnazione. Ci si convince che così va il mondo, che c’è poco o nulla da fare. La questione morale e la responsabilità politica diventano reperti archeologici, favole per i gonzi. E la mafia obiettivamente e inesorabilmente cresce. Mentre è sempre più difficile agganciare i giovani con discorsi credibili in termini di impegno per la legalità.
 
L’impressione è che la buona politica sia stata soppiantata o rischi di essere sempre più soppiantata da una politica che va facendosi poco compatibile con la verità. Politica e verità stanno imboccando strade sempre più diverse. Una certa politica (oltre ad essere autoreferenziale, oltre a trasformare il confronto in perenne rissa ideologica) costruisce  verità virtuali per conservare e consolidare il suo potere. Nasce anche di qui la perenne autoassoluzione di se medesima da parte  di una certa  politica, anche quando sono evidenti ed indiscutibili  clamorose   responsabilità, se non  giudiziarie,  certamente politico-morali. La strada maestra ormai  è confondere  deliberatamente assoluzione con prescrizione. Non sono la stessa cosa, anche se confonderle ormai è la regola. Se una sentenza  - magari una sentenza definitiva di cassazione come quella relativa al “caso” Andreotti  -  elenca come provati e commessi fatti gravissimi (scambi di favori con mafiosi;  incontri con boss per discutere di fatti criminali, compresi omicidi; senza mai denunziare niente di niente; contribuendo in questo modo ad un sostanziale rafforzamento della organizzazione criminale), se  in quella sentenza si dice -  una prova dopo l’altra -   che tutto questo  è stato commesso fino a una certa data  e che costituisce reato, non punibile ancorché commesso sol perché prescritto, questa non è assoluzione! E’ un’altra cosa. 
 
Confondere la prescrizione di un reato provato come effettivamente commesso con la prescrizione è prima di tutto un errore tecnico. Ma non solo. E’ anche, è soprattutto un grave errore politico. Perché se si dice che c’è stata assoluzione, a fronte di  fatti gravissimi accertati in una sentenza, questi fatti vengono cancellati, sbianchettati. Ma cancellando questi fatti (come se non fossero mai accaduti, come  se fossero invenzioni di giustizialisti, di magistrati politicizzati al servizio di una fazione….), si legittima di fatto un certo modo di fare politica che contempla anche  rapporti organici con la mafia. E questo modo  di fare politica si legittima per il passato, per il presente e anche per il futuro. Tutto ciò è di una gravità inaudita, perché significa cancellare il confine tra lecito ed illecito, tra morale ed immorale.  Ma se cade questo confine, non c’è convivenza civile al mondo che possa reggere più di tanto. Prima o poi si va a sbattere. Tutti. E tutti ci si può ritrovare sotto un bel cumulo di macerie. Oppure si va alla deriva e si finisce chissà dove.  E intanto la mafia non può non approfittarne, magari per superare momenti difficili e riemergere, fino a dare quella sensazione di vittoria che  esprime il titolo del libro di Tranfaglia.
 
In questo quadro, si capiscono tante cose, a partire dallo scarto ( di cui abbiamo già parlato) fra la continuità ormai acquisita sul versante del contrasto della mafia “militare” e la discontinuità dell’azione che voglia colpire la spina dorsale del potere mafioso, le relazioni esterne. Su questo versante si   riesce a rimanere  ad un certo livello  - quando lo si raggiunge -  per  non più di due, tre anni. Poi stop. Allora si capisce come la nostra antimafia – ripetiamolo -  sia quella del giorno dopo: se non succede  qualcosa che ci costringe ad intervenire e finalmente ci sveglia dal nostro torpore, non ce ne occupiamo. Allora si capiscono la drastica revisione della legislazione antimafia; la minore efficienza del circuito carcerario differenziato per i boss; la nuova disciplina legislativa della collaborazione con la giustizia che ha prodotto effetti tutt’altro che incentivanti; le profonde riforme del processo penale che, seppure introdotte per tutelare sacrosanti diritti di garanzia, hanno finito per inceppare ulteriormente il funzionamento e allungare ancora i tempi del processo penale. Si capisce – in sostanza – come  lo strumentario normativo antimafia risulti  oggi un’arma meno incisiva se confrontato con quello varato all’indomani delle terribili stragi del ’92.  Allora si capisce perché  quel punto nevralgico dell’antimafia  che è la gestione snella ed efficiente dei beni confiscati ai mafiosi stia subendo –lentamente ma inesorabilmente -  vischiosità ed inceppamenti che rischiano di  svuotare e rendere sempre  meno credibile una delle conquiste più importanti dei nostri tempi.  Allora si capiscono le amnesie: per esempio l’anagrafe dei conti bancari, una legge del ’93 che non è mai stata attuata. Allora si capiscono le gaffes di chi dice che con la mafia bisogna convivere. E magari dice cose che tanti altri pensano anche se lo negano, ma poi  le praticano.
 
E attenzione: è proprio questo contesto che favorisce scelte disastrose. Una recente ricerca Svimez,  e prima ancora una  ricerca del Censis,  dimostrano  lo zavorramento dell’economia delle aree meridionali ad opera delle mafie. Zavorramento che significa 180 mila posti di lavoro perduti  ogni anno; zavorramento che significa produzione di ricchezza in meno pari a 7,5 miliardi di euro ogni anno; vale a dire che senza le mafie il PIL pro-capite del mezzogiorno sostanzialmente sarebbe identico a quello del centro-nord. Ma non  basta. Il Censis ha anche denunciato che il potere criminale è sempre più potere economico, al punto che sta trasformando radicalmente il mercato e la concorrenza in scatole vuote. Perché l’imprenditore mafioso – rispetto a quello onesto – gode di vantaggi enormi: capitali a costo zero (il mafioso è ricco di suo,  grazie al denaro illecito che continuamente riempie le sue tasche); possibilità, proprio perché già immensamente ricco di suo,  di offrire  prezzi molto più bassi, non avendo come obiettivo immediato quello del profitto ma la conquista di pezzi di mercato. E infine, se ci sono dei problemi l’imprenditore mafioso, rispetto all’imprenditore normale, ha il vantaggio di poterli risolvere -  questi problemi  - coi sistemi che sono nel suo DNA di mafioso:  la corruzione, la suggestione, l’intimidazione e la violenza. Vantaggi che spiazzano ogni concorrente pulito, ne comprimono gli affari o lo espellono dal mercato. Oppure lo spolpano fino a svuotarlo, consentendo ai mafiosi o ai prestanome dei mafiosi di impadronirsi di quelle attività.
 
Così, il libero mercato e la legale competizione economica  diventano scatole sempre più vuote e la situazione è tale che bisogna soltanto sperare che Francesco De Gregori, quando cantava: “legalizzare la mafia sarà la regola del 2000”, non fosse  - mentre faceva della intelligente ironia -  un profeta.
 
Di fatto le mafie oggi sono ancora un’enorme questione nazionale, ancorché questo dato di fatto sia da molti  - anche a sinistra -  negato. La drammatica realtà delle mafie, oggi, è che esse hanno costruito una vera e propria “economia parallela” che pian piano risucchia nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane, che spesso trovano difficoltà enormi nel costruire le loro sorti ed il loro futuro sul rispetto delle pratiche legali. Così l’economia illegale inesorabilmente avanza e si espande, come un’onda che si insinua dovunque e cerca di impadronirsi di tutto. Essa si presenta, purtroppo, spesso come vincente, a fronte di uno Stato che troppe volte dà l’impressione di rinunziare a combattere (o di non combattere con sufficiente energia) una battaglia che si potrebbe invece sostenere e vincere, con azioni positive e convincenti da parte di chi dovrebbe – in politica come in economia – offrire il buon esempio.
 
Di qui la necessità ( che percorre come un filo rosso l’intiero libro di Tranfaglia) di superare qual limite culturale che da sempre inceppa l’azione antimafia: quello di percepire la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità soltanto quando mette in atto strategie sanguinarie; quello di trascurare i rischi della convivenza con la mafia quando essa adotta strategie «attendiste», dimenticando la sua lunga storia di violenze e quella straordinaria capacità di condizionamento che ha fatto di un’associazione criminale un vero e proprio sistema di potere criminale, oggi sempre più potere economico.
 
Tutto ciò presuppone decisi interventi soprattutto sul piano della politica, azioni positive e convincenti (sia rispetto all’illegalità in generale sia rispetto al crimine organizzato in particolare). Azioni condotte con energia e solerzia, mentre la storia della mafia registra, oltre a vere e proprie complicità,  il prevalere – salvo alcune fasi -  di  un atteggiamento di  sostanziale lassismo (che  Gaetano Mosca chiamava  «fiaccona»),  capace di contribuire non poco al rafforzarsi del potere mafioso.
 
La “fiaccona” e le complicità sono da sempre i migliori alleati della mafia. Questo in definitiva dimostra il libro di Tranfaglia. E se la “fiaccona”  e le complicità persistono, la mafia – appunto -  vince.  
 

TRATTO DA  Articolo21.info


 
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