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L'Aquila denuncia: ''Senza giustizia non c'e' legalita''' PDF Stampa E-mail

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di Silvia Cordella - 7 marzo 2010
Più di mille fiaccole accese ieri nel “presidio della memoria” hanno illuminato in un composto e partecipato silenzio il centro storico dell’Aquila, in un’atmosfera di commovente solidarietà, a undici mesi dal terremoto del 6 aprile 2009. FOTOGALLERY ALL'INTERNO!



Da quel giorno, ogni 6 del mese, i genitori dei ragazzi morti sotto le macerie della Casa dello studente si raccolgono in preghiera partecipando a una rituale marcia per le vie devastate della città dove, ancora oggi, si respira forte il senso di solitudine e di desolazione provocato dal sisma.
Una tragedia che ha riunito nella fredda giornata di ieri i familiari delle vittime aquilane, quelle del disastro di Viareggio, i genitori dei 27 bambini morti sotto il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, il comitato dei parenti delle vittime di Giampilieri, quello nato dopo la tragedia della ThissenKrupp, in cui morirono nel rogo della linea 5 dell’acciaieria 7 operai e il popolo delle agende rosse di Salvatore Borsellino, intervenuto con un collegamento via internet non potendo essere presente per motivi di salute. Tutte associazioni che si sono unite in un'unica voce per chiedere verità e giustizia a uno Stato troppo spesso colpevole di negligente indifferenza e silente accondiscendenza. Il terremoto ha provocato una lacerazione non solo geofisica ma anche e soprattutto umana. Per questo dopo le prossime elezioni lo stesso movimento si è già dato appuntamento a Roma per manifestare contro il Processo Breve. Il disegno di legge pensato per togliere dalla “graticola” i guai giudiziari di un uomo solo a svantaggio di tanti processi per abuso, malaffare e inadempienze, a cominciare da quello per il disastro del 6 aprile 2009, che non vedrebbero più giustizia.
 “Ad oggi infatti – ha detto Daniela Rombi, mamma di Emanuela, la ragazza morta nell’incidente del treno di Viareggio (il cui corpo era ustionato per il 98%) -  nella strage ci sono state 32 vittime ma ancora nessun indagato. Eppure a protezione delle case non vi era il muro di cinta e ci siamo più volte sentiti rispondere che le Ferrovie italiane sono le migliori e più sicure d’Europa”.  È arrivato il tempo in cui le istituzioni diano un segnale di forte discontinuità da quell’intricato e perverso sistema di potere che ha permesso il verificarsi di gravi e imperdonabili inottemperanze. Infatti dopo che vari studi ufficiali ripetutamente realizzati dal 1995 fino all’anno scorso avevano dato per certo che un grosso terremoto avrebbe colpito L’Aquila entro il 2015, classificando la zona con allarme uno, non si è fatto niente.  Con assoluta noncuranza rispetto allo sciame sismico che preannunciava la tragedia, la popolazione non è stata avvertita e il geologo Giuliani è stato tacciato di catastrofismo e allora, si domanda il padre di un ragazzo morto sotto le macerie, “a che cosa serve la protezione civile?”  Non si critica il lavoro di assistenza dei vigili del fuoco che qui, al contrario, sono ritenuti degli eroi senza medaglia ma si fa il punto di una situazione che poteva essere evitata con un po’ di buonsenso, efficienza e soprattutto di volontà. Invece ora L’Aquila piange i suoi morti in una città spettrale che vive costantemente il trauma di quella notte in un presente sospeso a cui sono state sradicate le radici, mentre emergono gli stralci di una intercettazione telefonica dell’inchiesta sui grandi appalti in cui due imprenditori ridono compiaciuti al pensiero di fare nuovi affari dopo il sisma. E' di fronte a tali conversazioni che lo sgomento e la sofferenza umana dei tanti genitori si sono trasformati ancora di più in sete di verità. Per questo non fermeranno la loro lotta contro quei politici e imprenditori che hanno avuto a vario modo delle responsabilità in queste gravissime tragedie. “Senza giustizia non ci può essere legalità”. Un concetto che hanno ribadito in molti, anche chi come la mamma di Davide Centofanti dal palco ha detto che per affrontare il dolore ha dovuto ricorrere al segreto della coscienza che da troppo tempo era addormentata nel perbenismo di una vita vissuta con indifferenza. Oggi la morte di Davide, come di tutti quei ragazzi, è un richiamo alla partecipazione diretta e attiva contro quel fenomeno che Paolo Borsellino contrastò fino alla morte, che si chiama corruzione. Una delle malattie principali del nostro sistema politico e “democratico” che grazie al compromesso morale, alla contiguità e quindi alla complicità fagocita tutto ciò che di sano e onesto resta di questo Paese, inquinando e uccidendo il fresco profumo di libertà  che apparteneva proprio a quelle giovani vite spezzate sotto i calcinaci di una scuola, nel rogo della propria casa o negli alloggi di una università oramai devastata.


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- La rivoluzione della memoria -
di Lorenzo Baldo


FOTOGALLERY © Teresa Batista Stanca

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