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Cinque anni fa la guerra in Iraq. Da una bugia mediatica nasceva un conflitto | Cinque anni fa la guerra in Iraq. Da una bugia mediatica nasceva un conflitto |
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Cinque anni fa. Era il 20 marzo del 2003. Con una immensa bugia mediatica che affermava come l'Iraq si stesse per dotare di armi di distruzioni di massa, cominciava una guerra che, a distanza di cinque anni, sembra essere divenuta il Vietnam del XXIesimo secolo. Un finto dossier che parlava di traffico di uranio dal Niger con destinazione Baghdad provocava una guerra che si proponeva di esportare la democrazia. Ricordiamo, a distanza di cinque anni, quella bugia mediatica che coinvolse anche l'Italia, riproponendo un articolo che Ferdinando Imposimato pubblicò qualche mese fa su La Voce della Campania.
Tutto cominciava nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003 iniziava la
guerra in Iraq. Il 9 aprile cadeva Bagdad e Saddam Hussein si dileguava. Il 1°
maggio dello stesso anno il presidente americano George W. Bush in visita sulla
portaerei «Lincoln» dichiarava «Missione compiuta» (i morti americani sono
intanto arrivati a più di 3000i feriti a più di 23.600, e la popolarità di Bush
è scesa a livelli mai toccati da un presidente). Secondo fonti indipendenti i
caduti iracheni sono tra 33.679 e 37.795.
Il conflitto iniziò alle 5,35 del 20 marzo (le 3,35 in Italia del 20 marzo)
con il lancio di circa 40 missili Tomahawk, che distrussero obiettivi a Bagdad.
Ma già prima di mezzanotte gli americani tentarono di far fuori Saddam con un
colpo a sorpresa contro un'abitazione che una spia aveva data per occupata dal
rais iracheno. Ma Saddam se ne era andato poco prima. Bush diede l'ordine di
attaccare al termine di un vertice durato quattro ore con esponenti del
Pentagono e l'allora direttore della Cia, George Tenet.
Il terrorismo in Iraq iniziò il 19 agosto 2003: un'autobomba contro la sede delle Nazioni Unite a Bagdad uccise 23 persone, tra cui l'inviato dell'Onu Sergio Viera de Mello. Ma già prima c'erano stati attacchi suicidi contro le forze americane e britanniche. DUE TORRI DI BUGIE di Ferdinando Imposimato - 04/09/2007 da La voce della Campania
Quasi ignorate dai media le ultime performance di due fedelissimi di Bush,
David Libby e Karl Rove, in prima fila per inventare le false prove contro
l'Iraq di Saddam Hussein. Ecco le loro vere storie e la ricostruzione di quella
diabolica messinscena che ha visto coprotagonisti eccellenti Silvio Berlusconi e
Nicolò Pollari.
Sul Corsera del 3 luglio scorso in prima pagina é apparsa la notizia:
«David Lewis Libby, condannato a 2 anni e mezzo di reclusione, graziato da
George Bush».
Il 14 agosto 2007 Alberto Flores D'Arcais, in un articolo per la
Repubblica, scrive «Bush perde il mago delle elezioni, si dimette il guru Karl
Rove». Poi nel sottotitolo, «molti insinuano che si tratti di una breve ritirata
in vista di una candidatura nelle elezioni del 2008». Solo alla fine si legge:
«la sua fama ha avuto un colpo di arresto l'anno scorso, quando distaccato dai
suoi compiti nello staff presidenziale per seguire da vicino le elezioni di
medio termine, non riuscì ad evitare la sconfitta repubblicana da parte dei
democratici di tutte e due le camere del congresso». E finalmente al termine del
pezzo: «Diverse ombre si sono addensate su di lui durante il Cia Gate, quando fu
ritenuta una delle gole profonde all'origine della fuga di notizie che fece
saltare la copertura dell'agente Cia Valerie Plame».
Messe così le cose, il lettore non capisce assolutamente nulla di questi
due personaggi e del ruolo che essi hanno svolto alla Casa Bianca in questi
ultimi anni. L'unico giornale a riferire qualcosa di vero sulla vita di Karl
Rove è stato l'Unità del 14 agosto 2007, che ha scritto: «il primo consigliere
politico di George Bush (Karl Rove), dopo essere scampato due anni fa
all'inchiesta sul Cia Gate, si trova adesso sotto inchiesta del congresso
americano per lo scandalo dei Procuratori licenziati e per una serie di
ingerenze nell'attività di varie agenzie governative». Ma anche questo non basta
a spiegare cosa é successo. E dunque abbiamo il dovere di tentare di ristabilire
la verità su questa storia intricata, colmando le lacune clamorose
nell'informazione della stampa internazionale e nazionale: e lo facciamo in
tutta umiltà ma anche con preoccupazione. Ricordando ciò che scrisse 70 anni fa
Albert Einstein: «I mezzi di comunicazione di massa - la stampa, la radio (a
quel tempo non esisteva la tivvù, ndr) - hanno portato all'asservimento di corpi
ed anime ad un'autorità strategica mondiale. E in ciò sta la principale fonte di
pericolo per l'umanità. Le moderne democrazie, che mascherano regimi tirannici,
utilizzano i mezzi di comunicazione come strumenti di disinformazione e di
stravolgimento delle coscienze degli uomini per alimentare la paura di massa in
funzione delle guerre preventive».
ATTENTI A QUEI DUE
Ritornando ai due nostri “eroi”, rievochiamo alcuni dei punti salienti di
quella storia che va sotto il nome di Cia Gate, la quale riguarda anche
l'Italia. Essa ci portò alla guerra contro l'Iraq, e a centinaia di migliaia di
morti civili, tra cui molti bambini e donne, e ad una tensione e ad una
diffusione del terrorismo in tutto il mondo. Cominciamo dal primo. David Lewis
Libby, fruendo della grazia di ben due anni e mezzo per un reato contro
l'amministrazione della giustizia, non era un signore qualsiasi toccato dalla
misericordia di Bush (cosa mai avvenuta per i molti condannati a morte
innocenti, tra cui Rocco Derek Barnabei): era l'ex capo di gabinetto di Dick
Cheney, vice presidente degli Stati Uniti e dominus da 17 anni della Casa Bianca
(Cheney fu anche ministro della difesa di George Bush senior). Il secondo, Karl
Rove, braccio destro di George Bush junior, e legato alla destra israeliana di
Netanyahu, fu lo stratega che non solo gestì la campagna elettorale di Bush, ma
imbastì il grande inganno che portò alla guerra all'Iraq. Entrambi costruirono
il casus belli che fu il pretesto per scatenare la guerra illegittima ad un
paese indipendente, l'Iraq. Questa storia é raccontata minutamente ne “La grande
menzogna” (edizioni Koiné, 2006, autore Ferdinando Imposimato, prefazione di
Clementina Forleo). La tesi di fondo del libro, fondata su documenti,
dichiarazioni, testimonianze, atti processuali e risultanze delle inchieste del
congresso americano, é semplice: la guerra all'Iraq non fu la risposta giusta ed
inevitabile degli Stati Uniti e della Gran Bretagna all'attacco alle Torri
Gemelle e al Pentagono, dietro cui sarebbe stato il perfido e malvagio Saddam
Hussein, reo di volersi procurare armi atomiche per distruggere la candida ed
innocente America. La Guerra all'Iraq, scatenata contro la volontà della
stragrande maggioranza dell'opinione pubblica mondiale, del Papa Giovanni Paolo
II, delle Nazioni Unite, benché iniziata il 20 marzo 2003, era stata decisa
molto tempo prima. Gli scopi erano molteplici: la conquista delle risorse
petrolifere del Medio Oriente, l'estensione del dominio imperiale degli Stati
Uniti e il sostegno all'industria bellica americana, che fattura da sola 450
miliardi di dollari l'anno (la stessa cifra che il comparto bellico raggiunge in
tutto il resto del mondo. Ed ha un solo cliente: il Pentagono).
IL GRANDE COMPLOTTO
Per giustificare questa guerra ingiusta e suicida, che ancora oggi miete
migliaia di vittime innocenti in Iraq ed in tutto il mondo, con effetti sulla
pace internazionale non facilmente prevedibili, venne ordito un gigantesco
complotto, che vide la partecipazione della Cia, del Mossad, dell'M15 (il
servizio britannico) e del Sismi, di alcuni giornalisti del Washington Post e
del New York Times, dei principali collaboratori della Casa Bianca e del
Pentagono. Ma da chi fu ordito precisamente il complotto? Dagli uomini ombra
della Casa Bianca e del Pentagono con l'appoggio di agenti segreti sparsi per il
mondo. Costoro riuscirono a costruire dal nulla per Bush, Cheney e Donald
Rumsfeld - e contro la verità - «le prove del legame tra Saddam Hussein e l'11
settembre»; e quelle della fornitura di 500 tonnellate di uranio del governo del
Niger al dittatore iracheno. Il regista occulto dell'intera operazione fu Dick
Cheney, padre padrone della Casa Bianca, da quando cioè riuscì a convincere il
vecchio Bush a scatenare, nel 1990, la prima guerra del Golfo.
Ma quale fu il ruolo di Libby e Rove? Non lo si può capire se non si
raccontano gli antefatti. La guerra all'Iraq, in realtà, fu preceduta da due
false rivelazioni preparate prima dell'11 settembre 2001. La prima fu che Saddam
aveva tentato di importare uranio grezzo dal Niger: nove mesi prima dell'11
settembre, il Joint Intelligence Committee britannico (comitato di coordinamento
dei servizi segreti inglesi) scrisse in un suo rapporto: «fonti non confermate
dicono che gli iracheni sono interessati ad acquistare uranio». La seconda che
Saddam Hussein aveva legami con i terroristi dell'11 settembre 2001. Cominciamo
dalla prima bugia. Dove nacque questo piano? Certamente in America, tra un
gruppo di neocons inseriti nella Casa Bianca e nel Pentagono; di questo gruppo
facevano parte Karl Rove, il braccio destro di Bush, David Lewis Libby, il
braccio destro di Cheney, e Paul Wolfowitz, l'uomo chiave del Pentagono, il
collaboratore principale di Rumsfeld, ovvero il capo del Pentagono. Il piano,
concepito negli Usa, fu sviluppato in Inghilterra ed in Italia, dove fu avallato
dal premier Silvio Berlusconi, il quale nel 2002, nel corso di una seduta al
Senato, fece riferimento agli «elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein,
di cui il Governo e le intelligence dell'Alleanza Occidentale sono a conoscenza
(una parte di questi é stata resa nota dal primo ministro inglese Tony Blair nel
suo intervento ai Comuni, nda)» (La grande menzogna, pagina 61). Due bugie, sia
pure autorevoli, non fanno una verità, ma una grande menzogna, che evoca la
strategia della tensione degli anni sessanta-ottanta in Italia.
FALSO SU FALSO
Negli Stati Uniti, Rove, definito “il cervello della Casa Bianca”, si
procurò documenti falsi sulla fornitura di uranio nigeriano all'Iraq, tramite un
suo consigliere, il professor Michael Ledeen, che si autodefinì fascista
universale, attivista della destra americana e membro occulto del comitato di
crisi che decise la sorte di Aldo Moro. Il documento usato per giustificare la
guerra era stato fabbricato ad arte con la notizia di inesistenti armi di
distruzione di massa (WMD), documento che Bush e Cheney, e poi Tony Blair e
Silvio Berlusconi, usarono per legittimare la guerra all'Iraq. Ma chi diede
questi documenti a Ledeen? Qui la storia si fa più complicata e coinvolge anche
l'Italia. Ledeen, per creare il falso dossier, utilizzò un ex agente del Sid,
Rocco Martino, che contribuì alla costruzione del gigantesco imbroglio sulla
inesistente fornitura di 500 tonnellate di uranio del Niger a Saddam Hussein. A
raccontarlo sembra un imbroglio all'amatriciana, per la sua grossolanità, eppure
fece breccia in molti giornali di prestigio mondiale. Fra il 31 dicembre 2000 e
il 1 gennaio 2001 - nove mesi prima dell'11 settembre - si verificò un episodio
misterioso nell'ambasciata del Niger a Roma, in via Baiamonte. Detto in poche
parole, venne simulato un furto di carta intestata e timbri veri dell'ambasciata
del Niger, da usare per la fabbricazione di documenti falsi: il dossier parlava
della fornitura dell'uranio del Niger all'Iraq. In realtà un impiegato
dell'ambasciata nigerina avrebbe venduto il materiale cartaceo ad un agente Sid,
Rocco Martino, protagonista di questo stratagemma. Costui, scoperto ed accusato
di avere ordito l'inganno, in varie interviste concesse a giornali stranieri
chiamò in causa alcuni non meglio indicati colleghi del Sismi come committenti
dell'imbroglio. Per conto di questi Rocco Martino avrebbe agito. Lo scopo -
disse Martino - era semplice: il dossier falso doveva essere smistato tra varie
ambasciate occidentali senza che apparissero i mandanti italiani, inglesi,
israeliani ed americani dell'operazione Niger-uranio-Saddam. Secondo Martino, il
dossier era stato preparato dal servizio segreto militare su input del
presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per servire i desiderata di Bush e
di Blair; adoperando lui per diffonderlo. E lui aveva cercato di
strumentalizzare la giornalista di Panorama Elisabetta Berba. La quale aveva
verificato con scrupolo la notizia e, avendo compreso che si trattava di una
menzogna, non scrisse nulla.
ECCO BERLUSCONI
Intanto Nicolò Pollari, chiamato in causa, sconfessò Rocco Martino e negò
un suo coinvolgimento nelle vicenda davanti al Copaco (il comitato parlamentare
di controllo dei servizi segreti). Che scagionò il generale Pollari
all'unanimità. Nel frattempo anche la Procura della Repubblica di Roma, che
aveva iniziato un procedimento penale, archiviò il caso scagionando Pollari.
Dopo l'esplosione della guerra contro l'Iraq si scoprì l'imbroglio; e venne alla
luce il ruolo degli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono. Si seppe che
nel dicembre 2001, probabilmente all'Hotel Parco dei Principi di Roma (lo stesso
che ospitò nel 1966 il summit golpista della destra eversiva), si era tenuto un
incontro tra Ledeen, Harold Rhode, membro dell'Office of Special Plans del
Pentagono, il ministro della Difesa italiano Antonio Martino, il generale
Pollari, e tale Larry Franklin, funzionario del Pentagono ed arrestato dall'Fbi
quale agente di Israele. La copertura venne data da Cheney, informato della
riunione. Il gruppo spolverò il dossier sull'uranio nigeriano che giunse alla
Casa Bianca. Bush aveva il suo casus belli: la giustificazione formale di una
guerra già decisa oltre un anno prima dell'11 settembre. La conferma della bugia
venne dalla Dia, la Defense Intelligence Agency, che scrisse il 12 febbraio
2002: «Niamed, capitale del Niger, è d'accordo a vendere 500 tonnellate di
uranio a Baghdad». La notizia si diffuse anche con l'avallo del governo e dei
mass media italiani, la gente ci credette, si spaventò e volle la distruzione di
Saddam Hussein.
Qui la storia si fa incandescente. Entrò in campo Cheney con il suo braccio
destro Libby. Ed entrò in scena anche Rove. I due rispolverarono il dossier
screditato di Rocco Martino e lo passarono a diversi cronisti. Abboccò per primo
all'amo il giornalista Clayton Hallamark che raccontò il summit di Roma,
allegando un pezzo del rapporto costruito dall'intelligence sulle carte
intestate rubate presso l'ambasciata del Niger, preparato da dilettanti amici di
Ledeen, collaboratore di Rove. Cheney, letto il rapporto della Dia, incaricò
l'ex diplomatico Joseph Wilson di compiere un'inchiesta in Niger per accertare
se era vera la storia dell'uranio. Wilson andò e scoprì che i documenti del
Sismi erano una grossolana falsificazione. E rifiutò di avallarli, come gli era
stato chiesto. Apriti cielo! Il povero Wilson pensava di meritare un encomio
solenne per avere svelato l'inganno. Ed invece la cosa non venne presa bene da
Cheney, da Bush e dai loro rispettivi collaboratori Rove e Libby. Costoro
scesero in campo ed alimentarono la menzogna attraverso la stampa. Ma Wilson non
recedette e cercò di ristabilire la verità: il dossier del Sismi avallato da
Cheney e da Bush era falso. A questo punto bisognava distruggere la reputazione
di Wilson: per fare questo, Rove, Libby ed il funzionario Larry Franklin, spia
del Mossad (cui aveva trasmesso dei documenti segreti), passarono ai più
autorevoli giornali americani i dossier falsi per la pubblicazione. Libby li
consegnò a Judith Miller, che firmò una lunga inchiesta efficace ma piena di
bugie. Quelle bugie furono utilizzate e dilatate da Bush, Blair e Cheney. In
questa vicenda torbida si distinse per onestà l'Fbi che denunciò Franklin con
l'accusa di cospirazione; e Libby per intralcio alla giustizia. Il 6 luglio 2002
Wilson smentì ancora la Casa Bianca e la versione dell'uranio del Niger all'Iraq
dei servizi segreti italiani guidati da Pollari. Ma Rove, Libby e Franklin
proseguirono nella loro campagna a base di bugie utilizzando i loro amici
giornalisti. Robert Novak, del Washington Post, disinformato da Rove, scrisse
che Wilson era stato mandato in Niger non dalla Casa Bianca ma dalla Cia,
tramite sua moglie Valerie Plame, agente Cia: una verità e una menzogna, questa
volta. Era vero che la Plame era agente della Cia, ma era falso che Wilson fosse
stato mandato in Niger dalla Cia. Analoga notizia falsa era stata diffusa da
Judith Miller su imbeccata di David Libby.
La Miller, poi arrestata, aveva mentito consapevolmente su istigazione di
Libby, dietro il quale c'era Cheney. A pagare sul piano penale furono solo
Franklin e Libby, incriminati e processati. Si salvò ingiustamente Rove, che fu
costretto a dare le dimissioni, ma non fu incriminato. Sottoposto a martellanti
domande di una stampa che aveva compreso l'imbroglio, scomparve per qualche
tempo facendo perdere le sue tracce. Poi rientrò a fianco di Bush, dopo avere
fatto trasferire i magistrati federali. Altro che “due process of Law”
americano! Negli Usa c'é stata in questa vicenda una totale subalternità del
Pubblico Ministero all'esecutivo ed una dura sconfitta della giustizia. I
padrini politici di Libby e Rove hanno dovuto proteggere i loro assistiti: Bush,
un santo che non aveva mai fatto miracoli, concesse la grazia a Libby, nel
frattempo condannato a due anni e mezzo di carcere. E Rove andò indenne,
nonostante il Procuratore Robert Patrick Fitzgerald avesse accertato che alla
Casa Bianca, per punire Wilson, i due collaboratori principali di Bush e Cheney
avevano rivelato la vera identità e la professione di Valerie Plame; e avevano
fatto credere che la versione di Wilson era inquinata dai servizi segreti, cosa
non vera.
La sola cosa certa é che Libby e Rove non agirono in proprio, ma come
esecutori degli ordini del presidente Bush e del vice Cheney. Si spiega solo in
questo modo la generosità di Bush nella concessione della grazia a Libby e
l'uscita di scena soft di Rove.
Gli strateghi della guerra preventiva, dunque, non sono stati puniti per la
serie di menzogne sull'Iraq. E forse si preparano a ritornare a galla per le
prossime elezioni politiche e ad allestire le condizioni di una nuova guerra
preventiva.
- da la Voce della Campania tratto da articolo21 |
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Una fase di stasi che prelude nuovi equilibri e nuovi accordi. Dentro
Cosa Nostra, a casa nostra, in Italia, ma anche in più parti del mondo.
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Inserto Terzo Millennio N. 57 |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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