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Testando i farmaci sui poveri del mondo: la nuova Tuskegee PDF Stampa E-mail

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di Sonia Shah
In un mondo di ingiustizie, c'è sempre qualcuno disposto a tollerare ciò che altri ad ogni costo eviterebbero, si tratti di una discarica tossica nel giardino dietro casa o di un esperimento di ricerca medica rischioso.


Nel mondo degli affari potrebbe essere ammissibile. Pensando alle leggi e ai codici etici che regolano la ricerca clinica, ci si aspetta certo di più. Si spera non ci sia bisogno di una nuova Tuskegee perché ciò venga compreso
 
A oltre trent’anni dallo scandalo del "Tuskegee Syphilis Study"1 – che rivelò i rischi connessi alla ricerca medica non regolata portando all’approvazione, rispetto alla sperimentazione di nuovi farmaci sugli esseri umani, di una moltitudine di nuove leggi e tutele normative – le compagnie farmaceutiche statunitensi continuano a condurre oltre confine sperimentazioni scarsamente regolamentate.
 
Negli ultimi decenni tali aziende, data l’insufficienza di candidati statunitensi disposti a sottoporsi alle sperimentazioni, hanno tranquillamente esportato il proprio business nei paesi in via di sviluppo – dove i pazienti che non ricevono le dovute cure si moltiplicano, e dove le tutele istituzionali sono minime. Nel 2006 compagnie come Wyeth e Merck sono giunte a condurre almeno la metà dei propri test al di fuori degli Stati Uniti, mentre Pfizer è solo il più noto fra i tanti colossi farmaceutici mondiali ad aver aperto appositi centri per sperimentazioni cliniche in India.
 
Il potenziale di sfruttamento e violazioni etiche in queste sperimentazioni è evidente. L’FDA (Food and Drug Administration, l'ente governativo statunitense che si occupa della gestione, catalogazione, messa al bando dei prodotti alimentari e farmaceutici – NdT) accetta i dati ricavati da sperimentazioni condotte all’estero, non ne richiede prima alcuna valutazione (come di solito accade per test condotti negli Stati Uniti), e prende costantemente per buone le valutazioni di comitati etici ed enti regolatori locali che confermano di aver rispettato gli standard etici dell’ente governativo stesso.
 
Eppure, molti di questi paesi si caratterizzano per strutture regolatrici inefficienti e per sistematiche violazioni di diritti umani – soprattutto nei confronti delle classi disagiate, che sono poi quelle maggiormente inclini ad accettare di sottoporsi alle sperimentazioni. In India, per esempio, gli ufficiali governativi hanno provveduto ad abrogare una serie di norme che stavano paralizzando gli esperimenti, nella speranza di incrementare il business dei test all’estero da 70 milioni a 1 miliardo di dollari l’anno.
 
Sfortunatamente, non è stata emanata una sola legge a tutela dei soggetti coinvolti. Tutt’al più, vengono fatte rispettare le poche norme che regolano il settore, peraltro con una certa leggerezza. “Anche se qualcuno viene colto con le mani nel sacco in attività illegali”, scrive l’analista e medico indiano Chandra Gulhati, “se la cava… con un lieve monito”.
 
Negli Stati Uniti, prima che standard etici nell’ambito della ricerca medica diventassero legge, la sperimentazione “non etica” prosperava apertamente. Per anni, nell’ambito della letteratura medico-scientifica la sanità pubblica Usa ha regolarmente pubblicato resoconti ingannevoli su Tuskegee, persino dopo che i lati oscuri della vicenda erano stati abbondantemente resi noti. Allo stesso modo, nei paesi in via di sviluppo abbondano le prove di sperimentazioni condotte senza il rispetto degli standard etici. Basta pensare, ad esempio, al necessario consenso dei volontari, universalmente considerato il caposaldo della sperimentazione etica sugli esseri umani.
 
Generalmente, un gruppo costante di soggetti che si ritira dai test — fino al 45 per cento in alcuni casi negli Stati Uniti — è considerato un buon indicatore di consenso volontario. Tale fenomeno è inquietantemente raro nelle sperimentazioni condotte nei paesi in via di sviluppo. In Sudafrica, per esempio, le compagnie farmaceutiche hanno rivelato di aver reclutato 3.000 soggetti da sottoporre ad una sperimentazione clinica in 9 giorni, ed oltre 1.300 bambini in 12 giorni per un altro test. Cifre come queste denotano un sorprendente deficit di astensioni. Per studiare il fenomeno, i ricercatori hanno intervistato individui con esperienza diretta di test clinici in merito alla propria consapevolezza sul potersi ritirare in qualsiasi momento. Studi condotti in Bangladesh e Sudafrica mostrano che circa l’80 per cento dei soggetti presi in considerazione non è al corrente di questa propria facoltà.
 
Già di per sé questo dovrebbe essere allarmante. La cosa peggiore è che le compagnie che organizzano questi esperimenti per conto delle società farmaceutiche – le cosiddette CRO, Contract-research organizations – sono solite pubblicizzare un supposto feedback positivo tra i pazienti nei paesi poveri come via libera per condurre ulteriori esperimenti. Una di queste organizzazioni, con sede a Nuova Deli, nei propri opuscoli promozionali vanta di trattenere il “99.5 per cento” dei soggetti che hanno acconsentito una prima volta alle sperimentazioni. “I soggetti russi non perdono un appuntamento… e molto raramente revocano il proprio consenso. Che evento!”, dichiara con entusiasmo un tipico articolo promozionale dell’Applied Clinical Trials1, “Discover Russia for Clinical Research” (“La Russia entra nella ricerca clinica” – NdT).
 
Secondo diversi ricercatori coinvolti nei test, i soggetti poveri vogliono essere testati. Come mi ha spiegato un medico riguardo a suoi pazienti del Sudafrica, costoro sono “davvero molto felici. Dicono: ‘Accidenti, sono contento di avere avuto questa opportunità’”. E lo erano anche i contadini neri coinvolti nel "Tuskegee Syphilis Study", secondo l’infermiera che li ha reclutati. “Il tragitto in auto da e verso l’ospedale… in compagnia di un’infermiera, rappresentava un onore per tanti di loro”, ha spiegato l’infermiera Eunice Rivers.
 
È giusto tutto ciò? In un mondo di ingiustizie, può non essere raro trovare qualcuno disposto a tollerare ciò che altri ad ogni costo eviterebbero – si tratti di una discarica tossica nel giardino dietro casa o di un esperimento di ricerca medica rischioso. Nel mondo degli affari, magari potrebbe essere ammissibile. Pensando alle leggi e ai codici etici che (in teoria) regolano la ricerca clinica, ci si aspetta certo di più – non solo tutelare i diritti umani e la dignità dei soggetti oggetto dei test, ma i nostri stessi diritti e la nostra stessa dignità. Si spera non si debba arrivare ad una parodia del "Tuskegee Syphilis Study" perché ciò avvenga.
 
 
 
1. Per quarant’anni (1932-1972), il servizio sanitario pubblico degli Stati Uniti ha condotto un esperimento su 399 agricoltori afroamericani malati di sifilide – per lo più analfabeti residenti di Tuskegee, una delle più povere contee dell'Alabama. Non fu mai detto loro di che malattia stessero soffrendo, furono solamente informati che sarebbero stati curati per “problemi legati al sangue” (“bad blood”). Inoltre, i ricercatori non somministrarono loro alcun trattamento appropriato, al fine di osservare la “naturale evoluzione” della sifilide non trattata; la malattia venne così deliberatamente lasciata degenerare sino all’ultimo stadio. Anche quando fu scoperta la penicillina, nel 1940, questa venne loro negata. Il servizio sanitario Usa difese il merito scientifico dell’esperimento, ma sui relativi effettivi benefici non fu mai fatta chiarezza. Il governo americano pose fine all’esperimento dopo che la vicenda comparve sulla stampa nel 1972, e successivamenti assicurò agli uomini di Tuskegee il trattamento efficace per curare la sifilide. Il 16 maggio 1997 il presidente Clinton porse scuse formali agli ultimi otto sopravvissuti, definendo il programma “profondamente immorale e razzista” (NdT).
 
2. Rivista americana che tratta argomenti scientifici, medici e farmaceutici (NdT).
 
Sonia Shah è una rinomata giornalista d'inchiesta e scrittrice. Scrive per ‘The Washington Post’, ‘The Boston Globe’, ‘New Scientist’, ‘The Nation’. In Italia ha pubblicato "Oro nero. Breve storia del petrolio" (Mondadori, 2005). Il suo ultimo libro, Cacciatori di corpi. La verità su farmaci killer e medicina corrotta è appenna stato pubblicato in Italia da Nuovi Mondi Media. Il sito di Sonia Shah è www.soniashah.com
 
Fonte: Common Dreams Traduzione a cura di Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media
TRATTO DA NUOVIMONDIMEDIA.IT
 
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    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

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