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Ciancimino: ''Era Dell'Utri il nuovo referente della trattativa'' PDF Stampa E-mail

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di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo - 2 febbraio 2010
“La morte di Borsellino segnò il passaggio dalla fase A alla fase B o se preferite l’inizio della seconda trattativa”. Nel secondo giorno di deposizione Massimo Ciancimino riprende il suo racconto dalla sequenza dei dialoghi tra il padre, portavoce di Cosa Nostra e i carabinieri del Ros, portavoce di interessi a tutt’oggi da chiarire.


“Quando ci fu la strage di Via D’Amelio mio padre si sentì responsabile!” – spiega al Tribunale rispondendo alle domande del pm Di Matteo -. Aveva capito che proseguire nella trattativa, anche cercando di ammorbidire le richieste avanzate da Riina, così come gli avevano chiesto il signor Franco e lo stesso Provenzano, aveva avuto un effetto deleterio.
Riina infatti aveva approfittato di quella apertura per scatenare il suo delirio di onnipotenza sobillato in questo suo folle progetto da un soggetto o un'entità che don Vito, anni più tardi, parlando con il figlio, aveva chiamato l’Architetto.
A quel punto però, secondo quanto riferì a Massimo, il padre decise di prendere in mano la situazione e di agire come avrebbe voluto fin dall’inizio, convinto che non vi era nessuna vera volontà di trattare da parte del capo di Cosa Nostra.
Con il solo obiettivo di ottenere benefici carcerari e soprattutto di mitigare le misure di prevenzione Ciancimino decide di convincere Provenzano che la soluzione migliore per tutti, per Cosa Nostra, per Provenzano e per gli eterni equilibri, è sfruttare il canale stabilito con i carabinieri per ricondurre Riina alla ragione, nell’unico modo possibile: togliendolo di mezzo.
Dopo molti colloqui, prosegue il testimone, necessari per portare il suo compaesano verso una decisione “che non era nella sua natura”, Provenzano acconsente a che il piano di Ciancimino si realizzi.
Don Vito quindi ordina al figlio di contattare il capitano De Donno. Il 25 agosto del 1992 riprendono i dialoghi, questa volta con una precisa finalità: consegnare Riina.
Il capitano dei carabinieri fa avere al vecchio sindaco tabulati di utenze abitative e soprattutto una serie di mappe della città di Palermo.
Massimo le porta al padre che gliene fa fotocopiare solo due, in fogli A3, con la zona che comprende Baida fino a via Leonardo da Vinci. Il giovane Ciancimino parte alla volta di Palermo per consegnarla a Provenzano. E’ lui l’unico in grado di segnare con precisione dove si trova il suo gemello scriteriato che sta rovinando un lavoro di anni.
Di tutto questo iter è ovviamente informato anche il signor Franco che come ombra onnipresente segue tutte le manovre.
Quando sta per avvenire la consegna delle piantine con tutti i riferimenti però, Don Vito viene arrestato, la motivazione del ripristino della custodia cautelare è la sua richiesta di poter avere il passaporto che fa temere per un suo possibile intento di fuga.
Ciancimino chiede dunque spiegazioni a De Donno che però giura di non saperne nulla e promette che avrebbe fatto il possibile per porre rimedio alla situazione.
Qualche giorno dopo Massimo riceve una telefonata dal padre dal carcere tramite il telefono del capitano e gli ordina di consegnare la documentazione a De Donno, cosa che avviene.
Dopo poco meno di un mese, il 15 gennaio, Riina viene catturato.
Ma, precisa Massimo, gli viene riconosciuto “il valore delle armi”, né la sua famiglia né i suoi documenti vengono toccati. “E’ un segnale, come a far capire a Riina che non si tratta di un vero e proprio tradimento, quanto piuttosto di un atto necessario per tornare al tempo della coabitazione. Quasi un salvarlo da se stesso”.
Lasciar partire in tutta calma la famiglia è inoltre un segno di rispetto nei confronti del capo, deposto da cause di forza maggiore, e delle antiche regole di Cosa Nostra ed è soprattutto una clausola che Provenzano e Ciancimino pretendono nel loro accordo con i carabinieri e con il signor Franco. E così in effetti fu.
Dal carcere don Vito, ricorda sempre il figlio, osserva il suo piano e ne rivendica la paternità, ma capisce anche di essere stato tradito e scavalcato e che gli è stata tesa una trappola. La richiesta di tornare in possesso del passaporto, sollecitata da Provenzano e garantita dai carabinieri era stato il pretesto della sua detenzione. Un messaggio, a suo avviso, ben chiaro.
Solo in tempi recenti, tra il 2000 e il 2002, quando padre e figlio avevano deciso di scrivere un libro su tutti quegli avvenimenti, il potente Ciancimino, ormai vecchio, malato e ridotto su una sedia a rotelle da un ictus invalidante, ha rivelato a Massimo chi era il nuovo referente del patto tra mafia e stato. E il teste, a precisa domanda del pubblico ministero, non ha difficoltà a rispondere con certezza: è Marcello Dell’Utri.
E come avviene questo nuovo agghiacciante dialogo?
Direttamente. Provenzano parla direttamente con Dell’Utri.
In cambio di un accordo a garanzia della sua latitanza Provenzano si impegna di ricondurre  Cosa Nostra nel suo alveo principale, quello degli affari, della politica e dei favori.
Ora ci sarebbe da chiarire per conto di chi Provenzano pone come condizione a Brusca, Bagarella, Matteo Messina Denaro e a tutta la frangia stragista e vendicativa di spostare gli attentati “in continente”, a Firenze, Roma e Milano, con sempre più evidente fine destabilizzatore.
Di questo Massimo Ciancimino non ha parlato, non ancora almeno, a quanto ci è dato sapere.
Per quattro ore ha risposto lucidamente a tutte le domande del pm che, ha più volte voluto precisare, prendendosi anche un richiamo dal presidente del Tribunale a non divagare troppo,
sono nella maggior parte dei casi relative ai documenti che ha ricevuto in gravosa eredità dal genitore e che ha già prodotto alla Procura di Palermo.
L’analisi dei cosiddetti pizzini scambiati tra il padre e Provenzano è iniziata con l’interrogatorio del pm Ingroia e proseguirà il prossimo lunedì 8 febbraio.


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