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Antimafia Duemila

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Un uomo chiamato Cavallo/2 PDF Stampa E-mail

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di Marco Travaglio
Nel penale, la Corte d’appello di Milano lo assolve perché, anche se ha “leso la reputazione” dei cronisti, l’ha fatto in buona fede nell’ambito di un amplissimo “diritto di critica”, visto che il montaggio dei francesi...



risulta “alterato” rispetto al “girato” integrale (pubblicato dall’Espresso nel ‘94). Nel civile, il Tribunale di Roma condanna Guzzanti a pagare i danni ai giornalisti. Lui, anziché festeggiare in silenzio lo scampato pericolo, si allarga un po’ e trasforma la sua assoluzione in un’assoluzione per Dell’Utri (purtroppo condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per mafia e dalla Corte d’appello di Milano, la stessa che ha assolto Guzzanti, a 2 anni per estorsione mafiosa) e in una condanna del “travaglismo” dei “giornalisti falsificatori, immondi e ributtanti vigliacchi che insudiciano la professione del giornalista”, che invece lui onora “da 45 anni”. Poi, sempre sul suo psico-blog, aggiunge che la sentenza milanese smonta “l’inesistente interesse di Borsellino per Berlusconi per mai esistiti legami mafiosi, buoni però per il travaglismo... Borsellino non sapeva nulla di Dell’Utri in rapporto con chicchessia della mafia”. In realtà Borsellino era molto informato e interessato, al punto da confidare ai giornalisti francesi che la sua Procura stava indagando sui rapporti tra il mafioso Vittorio Mangano e il duo Dell’Utri-Berlusconi: “Esistono indagini che riguardano Dell’Utri e insieme Mangano… Dell'Utri Marcello e Alberto”. E Berlusconi? “Ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché... so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco quali atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti (di Mangano) con Berlusconi è una vicenda - che la ricordi o non la ricordi - che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla... So che c'è un’inchiesta ancora aperta”. Che ci faceva il mafioso Mangano a casa Berlusconi nel 1974-’76? Guzzanti la mette così: “Mangano era stalliere nel podere di Arcore che Berlusconi comperò con tutta la fattoria e che poi diventò la sua nota magione. Mangano era incluso, per quanto ne so, insieme alle bestie e agli altri stallieri e fattori”. Ecco: Silvio acquista la magione (non una fattoria, ma la villa dei marchesi Casati Stampa) e ci trova già dentro Mangano, che fa parte del mobilio, un pezzo dell’arredamento. Così, per il suo noto buon cuore, non se la sente di licenziarlo. La balla guzzantiana è talmente grossa che non era venuta in mente nemmeno a due specialisti come Berlusconi e Dell’Utri. Che infatti, sentiti in vari processi, smentiscono platealmente il povero Paolo. Dell’Utri, 1996: “Mangano venne assunto alle dipendenze di Berlusconi su mia indicazione”. Berlusconi, 1987: “Ad Arcore avevo bisogno di un fattore che si occupasse dei terreni, dei cavalli, degli animali… avendo animo di impostare un’attività di allevamento di cavalli, poi non realizzata (per la difficoltà di reperire uomini fidati, specie dopo la scoperta che Mangano era un pregiudicato)… Chiesi a Dell’Utri, che mi presentò Mangano” (Dell’Utri ­ scrivono i carabinieri di Arcore ­ “era perfettamente a conoscenza del suo poco corretto passato”). Il 5 febbraio 1980 Mangano, lasciata Arcore da 4 anni, chiama l’amico Dell’Utri e gli propone “il secondo affare per il suo cavallo”. Dell’Utri risponde che non ha soldi e Berlusconi “’n sura” (“non suda”, non paga). Guzzanti è certo che il “cavallo” fosse un vero cavallo con “una testa davanti e una coda di dietro”. Perché “i veri cavalli erano il vero mestiere di Mangano: spediva cavalli, comperava cavalli, vendeva cavalli e sellava cavalli”. Ma il “vero mestiere” di Mangano erano i traffici di droga, per i quali fu condannato a 11 anni. Guzzanti sostiene che Borsellino era convinto del cavallo. Balle. Nell’intervista integrale (Espresso ‘94), alla domanda “Nella conversazione con Dell'Utri poteva trattarsi di cavalli?”, il giudice risponde accennando a una chiamata coeva tra Mangano e Inzerillo, che parlano di droga e la chiamano “cavallo”: “La conversazione inserita nel maxiprocesso… si parla di cavalli che dovevano essere mandati in albergo. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli”. Ma è lo stesso Dell’ Utri, il 29 novembre 2004, a smentire in tribunale la passione equina di Mangano: “Non sapevo neanche di cavalli, perché Mangano era appassionato di mastini napoletani che allevava lui e lì (ad Arcore) ci volevano cani da guardia importanti”. Doppio colpo di scena: l’allevamento di cavalli ad Arcore non c’era (Berlusconi, 1987); e Mangano s’intendeva non di cavalli, ma di cani (Dell’Utri, 2004). E adesso, chi lo dice a Guzzanti? (2- fine)

Leggi la prima parte

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