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Ingroia: Il pentito Spatuzza e la tv spazzatura PDF Stampa E-mail

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di Antonio Ingroia - 29 gennaio 2010
I più affezionati lettori di questa mia rubrica si saranno resi conto da un pezzo che uno dei miei “chiodi fissi”, su cui mi sono spesso soffermato, è quello dell’informazione in materia di mafia e di giustizia.




Un’informazione il più delle volte ai confini della disinformazione, ed in ogni caso quasi sempre gridata, sopra le righe, superficiale, concentrata sui particolari folcloristici o di colore. Mai fredda e distaccata, ma accaldata da opinioni partigiane che prevalgono sulla cronaca dei fatti, specie quando sfiora temi infuocati come quelli di mafia e politica, pentiti, processi a imputati “eccellenti”, scontri fra politica e magistratura, e così via.
A costo di essere ripetitivo, e col rischio di riproporre monotone prediche e litanie, mi sono ritrovato spesso a comparare, con un pizzico di nostalgia, il passato glorioso del giornalismo d’inchiesta e dei programmi televisivi di approfondimento con questo presente, spesso desolante, della perenne rissa mediatica politico-giornalistica, che ottunde le menti e le coscienze. Un presente ove i protagonisti della scena, a volte in modo inconsapevole, spesso in modo intenzionale e perciò non innocente, confondono l’opinione pubblica, e ne orientano umori e indirizzi verso obiettivi e finalità non sempre limpide. Così, è spesso avvenuto nel passato, remoto e recente. È accaduto al pool antimafia di Falcone e Borsellino, etichettato come “centro di potere”, e a quei grandi magistrati accusati di essere giudici-sceriffi che strumentalizzavano l’azione giudiziaria per disegni torbidi e liberticidi. È accaduto pure, e con argomentazioni altrettanto pretestuose e strumentali, al pool di Caselli, accusato nella stagione post-stragista di strumentalizzare pentiti, inchieste e processi per finalità politiche. E si ripropone spesso, quando si toccano i fili ad alta tensione, i rapporti mafia-politica e mafia-istituzioni, autentico nervo scoperto della materia. È accaduto ancora, di recente, attorno al cosiddetto “caso Spatuzza”, il nuovo collaboratore di giustizia, già reggente del mandamento mafioso di Brancaccio e fedelissimo dei fratelli Graviano, approdato agli onori della cronaca soprattutto in virtù di rivelazioni subito definite, con grande clamore, “esplosive” perché concernenti i presunti rapporti con Cosa Nostra del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafi osa e attualmente sotto processo nel giudizio d’appello, braccio destro dell’attuale premier Silvio Berlusconi.
Le dichiarazioni di Spatuzza sono finite, perciò, inevitabilmente per irrompere sulla scena del giudizio d’appello nei confronti del senatore Dell’Utri, e vi sono arrivate in modo irruento, perché nel mezzo della discussione finale del processo che sembrava pronto per essere definito. Non c’era scelta: una volta effettuata la verifica delle dichiarazioni, la Procura non può che trasmettere alla Corte tutti gli atti potenzialmente rilevanti ai fini della sentenza. Tocca, poi, alle parti fare le proprie scelte ed al giudice decidere. Una cosa ovvia e banale. Invece no: si sono scatenate ridde di ipotesi, crociate, guerre sante, fino al punto – da una parte – di scatenare perfino richieste di dimissioni del premier e – dall’altra – di svilire qualsiasi valenza probatoria non solo delle dichiarazioni di Spatuzza, ma di tutto ciò che era stato finora esaminato. Una kermesse che ha dato vita ad un circo politico-mediatico-giudiziario giunto al suo apice con la presenza di centinaia e centinaia di giornalisti ed inviati da tutto il mondo all’udienza in cui Spatuzza è stato sentito nel processo Dell’Utri, un processo per anni letteralmente dimenticato…
È normale tutto questo? Perché l’informazione ed il dibattito è malato di questa schizofrenia cronica, che porta oggi a dimenticare i processi e le prove di quei processi, e l’indomani ad infiammarsi intorno alle parole di un collaborante, il cui peso avrebbe dovuto essere ridimensionato, anziché enfatizzato? Come spiegare l’accendersi di salotti televisivi trasformati in ring, dove si celebrano processi paralleli, già pregiudicati nella decisione finale, quando si pronunciano a reti unificate a seconda dei casi, condanne alla gogna mediatica dell’imputato più malcapitato o assoluzioni a furor di popolo dei più fortunati o… privilegiati? Come giustificare quei politici e quegli opinionisti che, partecipando a programmi TV spazzatura, piuttosto che proporre ragionamenti, fanno facili battute e giochi di parole sul nome di Spatuzza, accostandolo alla spazzatura? Che Paese mai è diventato il nostro? Quando riuscirà ad essere un Paese serio, maturo, consapevole, capace di affrontare realtà anche difficili a viso aperto, senza nasconderle sotto il tappeto? A confrontarsi senza falsità, scorciatoie, disinformazioni e campagne denigratorie? Non lo so. Oggi, francamente, la luce in fondo al tunnel mi sembra solo un lumicino…

Dalla rubrica I Love Sicilia di Antonio Ingroia su Livesicilia.it



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    di Giorgio Bongiovanni

    E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa.
    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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