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Il senso di Haiti per l'Italia |
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di Maurizio Chierici - 26 gennaio 2010
Fra un po’ gli haitiani arrivano in Europa: welcome, benvenuti, come nel film che fa rabbia. Benedizione se bambini che consolano la solitudine dei senza figli; insopportabili se adulti che vogliono un lavoro. Sporcano le nostre città.
Sono tante le Haiti del mondo.
Arrivano ragazzi cresciuti da soli nelle
afriche e nelle americhe, ma anche nell’Europa delle badanti; soli,
perché padri e madri sono via per mandare i soldi della loro
sopravvivenza. Milioni di adolescenti privati dei rapporti sui quali
formare la personalità. E’ una delle differenze che li divide dai paesi
del mondo educato. Loro maleducati e violenti, noi perbene. Perché gli
italiani tirano su i figli come si deve: vestiti, libri, scuola,
telefonini, moto, vacanze bianche e azzurre. Spendono tra i 190 mila e i
430 mila euro fino a quando gli eredi entrano nella maggiore età. 18
anni che in realtà diventano 35 coi chiari di luna del precariato che
proibisce la vita normale. Si dice “precariato” ma è l’anticamera della
schiavitù. Impossibile immaginare casa lui-lei senza parenti nell’altra
stanza. Finché possono madri e padri hanno il cuore di burro. Italia,
Francia e Spagna aprono le borse con un affetto che sconvolge le
statistiche Ue. Per farli crescere “senza complessi” sopportano mode
costosissime che il Berlusconi dei miracoli incoraggia. Mettiamo: se i
compagni di classe portano occhiali firmati, che senso ha privarli delle
celluloidi rosa o azzurre, diritto d’appartenenza alla miopia doc? Con
qualche sacrificio perché i prodotti “enfant-junior” obbligano ad
inseguire le tendenze: 120, 150, 200 euro, più o meno i soldi che un
ragazzo dell’altro mondo raccoglie in 150 giorni per mangiare. E che un
decimo degli adolescenti italiani non riuscirà mai a spendere. Ecco il
capitolo Haiti nel quale i genitori danno esempio di generosità. Si
commuovono appena Nazioni Unite, Caritas, Ong, raccolgono il superfluo
per le cento Haiti dalle tasche vuote e non solo tasche. Indignati
contro la fame che uccide 290 milioni di ragazzi; contro lo scandalo dei
senza acqua potabile (un miliardo) destinati a morire di mal di pancia,
e dei senza casa ed elettricità impietriti lungo la frontiera della
comunicazione elettronica. E la rabbia alza la voce appena le tv fanno
varietà coi bambini minatori dallo sguardo adulto. O bambini soldato, o
adolescenti bionde e nere che i padri di famiglia cercano nella notte
dei viali. Adesso, le giornate della solidarietà per Haiti. Giornata del
bambino povero, giornata del migrante, giornata della donna umiliata.
Giornate, appunto. Passano 24 ore e si torna alla vita normale. Ce ne
ricorderemo al prossimo ciclone. Purtroppo le facce nere, gialle,
marroni maleducatamente non possono aspettare. Niente di nuovo. Dalla
Svizzera anni Settanta che voleva liberarsi degli immigrati italiani, ai
Bossi, Fini e Calderoli dei nostri giorni, lo straniero è sempre meglio
lasciarlo fuori. Non importa da cosa scappa. Ma se lavora a occhi
bassi, paga in nero, ben vengano le braccia. Purché le braccia non
preghino, non pensino, non si ammalino. E i figli delle braccia non
appestino le scuole dei nostri bambini. I negrieri di secoli fa
dividevano le famiglie intimoriti dagli sguardi oscuri delle prede
africane. Attenzione, gli haitiani sono cimarrones, neri spazzatura.
Avete mai sentito qualche ministro preoccuparsi delle famiglie di chi
scappa dove non può vivere? E il cuore d’oro dei nostri padri può
resistere oltre le 24 ore di solidarietà? L’Europa aspetta 200 milioni
di extra meno rassegnati e più arroganti di chi è già qui. Stiamo per
ereditare l’eredità che la nostra tradizione continua a difendere.
Sintetizzando: dopo l’emergenza ognuno si tenga il suo terremoto.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
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