| La censura c'e' |
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Pubblichiamo l'appello di Alex Zanotelli e il commento di Gherardo
Colombo a proposito della vertenza del giornalista di Report Paolo
Barnard. Megachip ha dedicato alla questione più interventi in passato e dunque la nostra redazione si associa alle motivazioni di Zanotelli e Colombo. Sottolineiamo con l'occasione che la questione Barnard mette in luce una questione poco conosciuta dai lettori: la facilità (o faciloneria) con cui si conducono vertenze civili contro giornalisti accusati di diffamazione. Queste vertenze, generalmente lunghissime come tutti i processi italiani, possono anche portare all'assoluzione del giornalista. Ma lo costringono per anni a sostenere ingenti spese legali cui non tutti possono fare fronte. Se per giunta si concludono con la condanna, e dunque con risarcimenti generalmente spropositati chiesti dal ricorrente, per il giornalista è una vera tragedia. Quando l'editore non se ne assume il carico - e capita sempre più spesso in Italia - la conseguenza è una sola, e riguarda tutti come lettori: un ancora maggiore asservimento della stampa agli interessi dell'editore (che in quel caso pagherebbe ...) ed una crescente timidezza verso il potente di turno. Più semplicemente: gli articoli scomodi non si scrivono. Questa situazione si potrebbe fronteggiare con provvedimenti di legge che renda meno facili i risarcimenti “punitivi” o con un sostegno puntuale e deciso dell'Ordine dei giornalisti. Se in Italia ancora importasse qualcosa della libertà di stampa, oltre alla sua esaltazione retorica… Appello di Alex Zanotelli Rimango esterrefatto per quanto è avvenuto al giornalista Paolo Barnard abbandonato a sé stesso dalla RAI e dalla stessa Milena Gabanelli, la conduttrice di Report. Ho sempre ammirato il lavoro giornalistico di Paolo Barnard. Penso che le sue puntate su Report siano le più belle del giornalismo italiano. Ora Paolo Barnard è stato portato in tribunale per la puntata ( “ Little Pharma & Big Pharma “) del 11/10/2001 e ripetuta, su richiesta del pubblico, il 15 /02/ 2003. Per quella inchiesta la RAI e la Gabanelli furono citati in giudizio il 16/11/2004. Nonostante le assicurazioni da parte della RAI, Paolo Barnard è ora abbandonato al suo destino. Questo è un comportamento a dir poco criminoso. E questo non solo perché tocca a Paolo Barnard , ma perché vengono così messi a tacere tanti giornalisti che troveranno così sempre più difficile fare giornalismo serio. So che sempre più telegiornali sia della Rai che di Berlusconi escono con notizie decurtate dagli uffici Affari Legali delle rispettive aziende. Questo anche per la stampa e radio. Chiedo che gli editori difendano i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e che si impegnino a togliere le clausole di manleva dai contratti che gli stessi giornalisti sono obbligati a firmare. Questo bavaglio ha e avrà sempre più potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o Tv. Questa è una lotta per la libertà di stampa, colonna portante di qualsiasi democrazia. Alex Zanotelli Commento di Gherardo Colombo Ho seguito con attenzione il dibattito Barnard - Gabanelli sui limiti della tutela legale che la RAI garantisce ai propri collaboratori. Non voglio entrare nel merito della vicenda specifica, che del resto è stata rappresentata attraverso il contraddittorio dei due protagonisti in modo che ciascuno è in grado di farsene un'opinione, e ciò a prescinder e dal giudizio del Tribunale di Roma sulla lesività o meno del contenuto dell'inchiesta nei confronti di chi se n'è sentito offeso. Ma mi interessa molto il problema che dalle dichiarazioni di entrambi i giornalisti sembra affiorare: quello della censura indiretta verso l'informazione, magari approfondita e veridica, ma proprio per questo spesso scomoda, che si attua semplicemente utilizzando il timore dei giornalisti di essere non tanto chiamati a rispondere della correttezza del loro lavoro, ma costretti a sostenere da soli tutte le spese legali a ciò necessarie, trovandosi magari paradossalmente contrapposti allo stesso ente che liberamente si è avvalso dei loro reportages. Emerge che questa censura non ha bisogno neppure di dichiarazioni o di dinieghi, perchè si maschera dietro un meccanismo legale capace di far leva sul timore delle conseguenze personali e familiari che un'inchiesta o un reportage può innescare; si avvale più o meno consapevolmente di autolimitazioni, del buon senso che spinge soprattutto chi tiene famiglia a chiedersi se ne valga la pena. Mi viene in mente che ad analoghi risultati in termini di carenza di completezza e libertà di informazione può condurre il diffuso precariato anche nel mondo giornalistico. Mi chiedo se stante la centralità del ruolo dell'informazione per l'effettività di una società democratica, dove la chiave del potere di scegliere sta nella reale possibilità di conoscere, non sia il momento di dare statura costituzionale a regole essenziali che garantiscano l'indipendenza dell'informazione, che mi pare sia divenuta, con l'esplosione dei mass media, una guarentigia non meno importante di quella dell'ordine giudiziario, perchè è pur sempre di controllo dell'esercizio del potere nelle sue più varie forme di espressione che si tratta. Forse la migliore risposta al dibattito in atto tra due persone molto stimate nella società civile, e alle domande che in molti si sono sollevate, sarebbe un approfondimento proprio televisivo del tema, una riflessione sincera su quanto il motivato timore dei singoli, stanti le regole del sistema, finisce per pesare sulla dose di verità e completezza dell'informazione RAI; e non solo. MEGACHIP 15 MARZO 2008 |
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Gioco criminale |
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di Alberto B. Mariantoni © - 31 gennaio 2009
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