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Antimafia Duemila

Saturday
Jul 05th
“Il capo dei capi”: pro e contro PDF Stampa E-mail
Importante la fiction, ma non dimentichiamo i mandanti esterni

di Giorgio Bongiovanni

Il 25 ottobre scorso è andata in onda la prima delle sei puntate della fiction di Canale 5, Il capo dei capi, tratto dall’omonimo libro di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo. Per sei settimane oltre sette milioni di spettatori a puntata hanno seguito la fiction su Totò Riina, interpretato da Claudio Gioé, e le vicissitudini della scalata al potere della famiglia corleonese. Così come era accaduto nel 1994 per la messa in onda de “La Piovra” anche il Capo dei Capi è stato spunto per polemiche e discussioni. Dai rischi di emulazione ed identificazione dei giovani per un Riina “troppo umano”, alle richieste d’intervento per censurare la visione dell’ultima puntata del Ministro allaGiustizia Clemente Mastella, fino alla critica di Ines Maria Leotta Giuliano, vedova del dottor Giorgio Boris Giuliano che  critica gli sceneggaiatori per alcune imprecisioni riguardo la descrizione del marito sia da un punto di vista fisico che caratteriale. “Era un uomo colto – dice in una lettera al Giornale di Sicilia - determinato, coraggioso e pieno di entusiasmo; credeva nel suo lavoro; parlava perfettamente l’inglese e, da poliziotto moderno, fu pioniere della cooperazione internazionale tra Polizie in funzione antimafia; ma soprattutto non aveva bisogno, come appare nel lavoro televisivo, di un inesistente “Schirò” che lo spronasse a combattere la mafia, indicandogli le decisioni da prendere”. Il co-sceneggiatore Claudio Fava risponde così alle critiche: “La mafia è violenza, ferocia, viltà; ma è anche potere, collusione, contiguità. L’errore non è mai raccontare Cosa nostra ma non averla mai raccontata abbastanza. La nostra fiction è invece la storia di una scelta: sbirro o mafioso, macellaio o uomo libero, siamo noi che decidiamo da che parte stare. Forse è proprio questo senso di responsabilità che fa paura a qualcuno”. Secondo il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia tuttavia non si deve trascurare che “…è accaduto, accade e accadrà che certe rappresentazioni finiscano per propagare, spesso al di là delle migliori intenzioni dei suoi autori, il fascino negativo dell’eroe del male. Personaggi di mafiosi apprezzati dagli spettatori, che riconoscono nello schermo uomini e situazioni da loro conosciuti nella realtà. E’ così che il siciliano vede i mafiosi “celebrati”sullo schermo. Ed è così che si arriva al paradosso di una sorta di senso di orgoglio regionalista rovesciato”. Come se non bastassero le polemiche poi ecco pure la beffa con Ninetta Bagarella, moglie di Riina, che presenta, attraverso i suoi legali, una richiesta di risarcimento per danni all’immagine agli autori e produttori della serie.

Aaron Pettinari


Una cosa è certa: che la vera storia di Salvatore Riina sia stata finalmente raccontata in TV è da considerarsi un fatto di importanza notevole. Un passo in avanti in una Italia in cui molti, fino a ieri, disconoscevano quasi completamente la vita dell’uomo che dai primi anni Ottanta, fino al giorno in cui è stato arrestato, il 15 gennaio del 1993, ha rivestito il ruolo di capo indiscusso di Cosa Nostra siciliana.
Il merito, bisogna riconoscerlo, è della fiction “Il capo dei capi”, la prima nel suo genere a tentare un esperimento tutto sommato ben riuscito anche se, come tutte le produzioni televisive o cinematografiche, ha inevitabilmente le sue lacune. I suoi pro e i suoi contro.
Il rischio di trasmettere al telespettatore l’attrazione diabolica e sibillina della mafia è di certo il primo tra i “contro”. Ed è quello ben illustrato dal pubblico ministero Antonio Ingroia, che in particolare in riferimento al popolo della Sicilia parla di “personaggi di mafiosi apprezzati dagli spettatori, che riconoscono nello schermo uomini e situazioni da loro conosciuti nella realtà. E’ così – dice – che il siciliano vede i mafiosi <<celebrati>> sullo schermo. Ed è così che si arriva al paradosso di una sorta di senso di orgoglio regionalista rovesciato.
Un sentimento che può indurre lo spettatore medio siciliano ad applaudire certe celebrazioni di violenze, ingiustizie e mali dominanti nella vita reale”. Così come è avvenuto per alcuni ragazzi in una scuola del palermitano che alla domanda su quale fosse il personaggio a loro più simpatico nello sceneggiato hanno risposto proprio Totò Riina.
Ma quanta reale responsabilità può avere la fiction in questo contesto?
“Il capo dei capi”, anche se concepito con l’idea di risvegliare il ricordo su quanto accaduto in cinquant’anni di mafia, è pur sempre un film e come tale si propone di raccontare una storia, non certo di fare educazione alla legalità.
Non censurerei quindi, come qualcuno ha proposto, semmai aggiusterei un po’ il tiro evitando irreali “sentimentalismi” che altro non fanno se non distorcere, e questo sì è pericoloso, la realtà delle cose.
E’ un dato, per esempio, che Riina non avrebbe mai risparmiato la vita al commissario Schirò. Per il semplice fatto che provare sentimenti per qualcuno al di fuori della sua famiglia non era, e probabilmente non è, per lui concepibile. Tutti i collaboratori di giustizia che hanno avuto modo di conoscerlo concordano sul punto e ci trasmettono l’immagine di un capo pronto ad uccidere anche solo perché <<lo avevi guardato male>>. Lo stesso Giovanni Brusca, ex-capomandamento di San Giuseppe Jato, al tempo suo pupillo e figlioccio, nonché protettore, insieme al padre Bernardo, della sua latitanza era finito nel mirino del boss dei boss per aver organizzato, a sua insaputa, un piccolo traffico di droga. Neppure nei confronti di un intimo amico Totò Riina aveva esitato un solo istante ad annunciare la sua fredda sentenza di morte, che fu poi l’elemento scatenante del pentimento di Brusca. Il quale fu risparmiato soltanto grazie ad un “intervento politico” del boss Salvatore Biondino che consigliò a Riina di non ucciderlo (disse: <<Perché dare questo dispiacere al tuo compare don Bernardo?>>) per non creare divisioni interne alla Cupola.
Oltre a questo altri errori, anche clamorosi, sicuramente ci saranno stati. Come nel caso del commissario Boris Giuliano che, al contrario di quanto viene rappresentato, non aveva mai perso la fiducia e fino all’ultimo momento si era battuto con determinazione affinché fosse portata avanti l’indagine sul traffico internazionale di stupefacenti.
Tutto questo però, sebbene giustissimo, non può farci perdere di vista un elemento fondamentale, evidenziato, questa volta, dall’onorevole Claudio Fava. Ossia che “Il capo dei capi” è in realtà il primo prodotto televisivo basato su una storia vera e non di fantasia (vedi ad esempio “La Piovra”) ad alzare veramente il tiro. A parlare, per esempio, in modo chiaro e inequivocabile delle accertate collusioni della mafia con la Democrazia Cristiana e ad additare le responsabilità dei vari Vito Ciancimino, dei cugini Salvo e di Salvo Lima nonché, tra le righe, di Giulio Andreotti. E’ infatti uno dei protagonisti del film a dichiarare: <<Qui se tocchi la mafia tocchi la Dc, e se tocchi la Dc tocchi la Chiesa: ecco perché nessuno vuole fare la guerra contro Cosa nostra>>.
Onore al merito quindi anche se, da osservatore del fenomeno mafioso e da sette anni anche direttore della rivista ANTIMAFIADuemila, vorrei fare alcune precisazioni. Che non vogliono essere giudizi, ma solo critiche costruttive per future produzioni che mi auguro ci saranno.
Mi riferisco, in particolar modo, alla figura di Paolo Borsellino. Poco evidenziata nella fiction (a onor del vero vale la stessa considerazione per Giovanni Falcone), probabilmente per ragioni di tempo o di scelte che posso comprendere, ma non condividere.
Poiché nel quadro dei rapporti tra Cosa Nostra e i poteri forti quella del giudice Borsellino è sicuramente una figura chiave.
La modalità con cui è stata organizzata la strage di via D’Amelio è la dimostrazione lampante che “qualcuno” esterno alla mafia siciliana premeva perché fosse assassinato, divenuto probabilmente troppo pericoloso.
Forse perché aveva ereditato le conoscenze dell’amico Giovanni Falcone e perché stava indagando, senza sosta, sulle ragioni della sua barbara uccisione. Cosa avrebbe scoperto ancora non è dato sapere, ma è chiaro che in quasi duecento anni di storia mai era accaduto che la mafia perpetrasse due omicidi eccellenti a così breve distanza l’uno dall’altro.
Mentre sentenze definitive hanno accertato che uno dei moventi per il quale è stata decisa la sua morte è che il giudice si era interposto come ostacolo nella sporca trattativa, allora in corso, tra Cosa Nostra e lo Stato. Ed è ormai sufficientemente provato che sul luogo della strage, così come era già successo a Capaci il 23 maggio di quello stesso anno, erano presenti i servizi segreti. Cosa stavano facendo?
Anche sotto questo aspetto il materiale per costruire una fiction di certo non manca.
Centinaia di pagine di sentenze parlano dei mandanti esterni alle stragi che Riina e Provenzano hanno ordinato nel 1992 e nel 1993. E se è vero che le indagini su personaggi molto influenti, come per esempio Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, sono state archiviate per insufficienza di prove, vero è anche che gli elementi raccolti avevano giustificato l’avvio di inchieste su di loro.
Non solo. La storia di Cosa Nostra è costellata di episodi ambigui, di suicidi anomali, di presenze occulte, di cointeressenze con soggetti appartenenti alle istituzioni o alla massoneria deviata.
Parlarne sarebbe stato opportuno.
E magari, laddove non è ancora possibile essere espliciti poiché vi sono indagini in corso, chiamando i protagonisti delle varie vicende con nomi di fantasia.
Forse la mia è solo deformazione professionale, poiché negli ultimi anni ho occupato la maggior parte del mio tempo proprio nella ricerca e nello studio delle carte riguardanti i mandati esterni alle stragi, ma siccome la storia di Cosa Nostra è soprattutto questo sono convinto che raccontarla così avrebbe aiutato a capire molto di più.


ANTIMAFIADuemila N°56

 
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    In edicola dal 28 maggio 2008

    In questo numero:

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    Calcestruzzi spa sotto inchiesta. Contatto con Cosa Nostra. Nuove collaborazioni e successivi arresti. E’ la fine del sistema Lo Piccolo. Proseguono i grandi processi a Palermo. Da Mercadante a Borzacchelli. Nuova inchiesta su Cuffaro.
    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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    Inserto Terzo Millennio N. 58

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    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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