| Morire come un capo |
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Il boss Daniele Emmanuello muore per evitare di essere catturato dalla polizia di Riccardo Castagneri Daniele Emmanuello, boss di Gela, ben posizionato nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del Paese, quarantatré anni e ricercato da undici, è morto mentre tentava di sfuggire alla cattura, dopo un blitz della polizia in un casolare nei pressi di Villarosa, nelle campagne della provincia di Enna. Secondo una prima ricostruzione degli stessi agenti della Mobile di Caltanissetta e confermata dal procuratore capo della città nissena, Renato Di Natale (che insieme ai sostituti procuratori della Dda di Caltanissetta, Nicolò Marino e Rocco Liguori coordina l’inchiesta), i poliziotti, dopo aver circondato il casale ed intimato a chi si trovava all’interno di uscire con le mani in alto, notando un uomo che si stava calando da una finestra, hanno esploso alcuni colpi di pistola in aria, ma ciò non è stato sufficiente a vanificare il tentativo di fuga di Emmanuello, raggiunto poi dai proiettili sparati ad altezza uomo. Il capomafia indossava pantaloni e maglia sopra il pigiama, non era armato anche se all’interno del covo è stato rinvenuto un fucile da caccia. Fra le accuse a suo carico, anche quella, vergognosa, di essere stato tra i carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Mario Santo. Processato per questo reato, tuttavia era stato assolto. Accusato inoltre di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti ed omicidi, reati per i quali era stato condannato a due ergastoli, non ancora definitivi. Il proprietario del casale, Roberto La Paglia, residente a Gela, è stato immediatamente prelevato dalla sua abitazione e condotto alla Questura di Caltanissetta per essere interrogato. Il procuratore Di Natale ha dichiarato: “Seguivamo da mesi una pista per arrivare al latitante e grazie alle intercettazioni ambientali siamo arrivati al casolare dove si nascondeva. Enna si conferma un buon posto per i latitanti. Purtroppo il tentativo di fuga di Emmanuello è finito nel sangue”. Il corpo di Emmanuello è stato trasportato all’ospedale di Gela, dove il medico legale, Cataldo Ruffino ha eseguito l’autopsia. Nell’esofago e nello stomaco sono stati rinvenuti sei pizzini avvolti nella plastica, ingoiati dal boss prima di essere ucciso. In un primo momento l’esame aveva accertato che la morte di Emmanuello era dovuta ad un solo proiettile penetrato nella nuca ed fuoruscito dall’ascella. Successivamente l’autopsia è stata sospesa per poter ottenere ulteriori accertamenti a causa di un incongruenza con precedenti esami radiologici. I medici hanno rinvenuto nel corpo del mafioso due ogive, che erano state trattenute sottopelle, e sarebbero la traccia di conflitti a fuoco in cui il boss è stato protagonista alcuni anni fa. Una delle due ogive, che potrebbe essere calibro 44-45, trovata nella zona toracica laterale destra, risalirebbe al 12 agosto 1988, quando Emmanuello subì un tentativo di omicidio insieme ai fratelli Davide e Nunzio. All’epoca il boss si era presentato in ospedale a Gela dove gli era stata curata una ferita da arma da fuoco al braccio destro ed alla regione scapolare destra. I tre allora erano stati arrestati. A tuttoggi la Procura di Caltanissetta sta iscrivendo nel registro degli indagati gli agenti che hanno fatto fuoco, l’ipotesi di reato è omicidio colposo. Daniele Emmanuello era il capo dell’omonima famiglia di Gela. Suo zio Angelo venne assassinato dai propri luogotenenti, allo scopo di fondare la Stidda. Per vendetta gli Emmanuello si schierarono con gli uomini di Cosa Nostra, capeggiati da Piddu Madonia, dando origine ad una sanguinosa guerra di mafia. Il sindaco antimafia di Gela, Rosario Crocetta, proprio un anno fa, aveva licenziato la moglie del boss, Virginia Di Fede, che lavorava alle dipendenze del Comune in quanto nullatenente (inserita in un gruppo di 165 precari dal reddito minimo di investimento), ritenendo giustamente che la donna non ne avesse i requisiti. Questo provvedimento scatenò l’ira di Francesco Di Fede, suocero di Emmanuello, che nel febbraio scorso si scagliò contro il sindaco durante un’assemblea dei Ds a Gela, invitando i partecipanti a non votarlo “poichè rovina della sinistra a Gela”. Alla notizia della morte del boss mafioso, Crocetta ha dichiarato “Mi sarebbe piaciuto che l’avessero preso vivo. Noi dell’antimafia siamo migliori della mafia, non gioiamo per un morto. Renderà conto delle sue colpe a Dio, anche se avrei preferito l’avesse fatto anche davanti alla giustizia degli uomini. Adesso Gela sarà un po’ più libera”. Una replica inquietante è arrivata da Virginia Di Fede; “Mio marito è un angelo, non quel diavolo che descrive Crocetta. Era disarmato. Me l’hanno ammazzato invece di prenderlo come hanno fatto con tutti gli altri. Ma la responsabilità è una sola. L’ha ammazzato lui, Crocetta”. Dura la risposta del vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Lumia: “Le dichiarazioni di Virginia Di Fede contro il sindaco di Gela vanno stigmatizzate, perché pericolose ed intimidatorie. Il boss è morto in conseguenza delle sue azioni e delle sue responsabilità. E’ la mafia la causa di questo lutto - ha sottolineato Lumia - e non l’antimafia, tanto meno quella seria ed impegnata del sindaco Rosario Crocetta”. Per Lumia: “Quanto è successo deve senz’altro dispiacere per la morte di una persona, ma non si può oscurare il dato positivo di un lavoro prezioso ed attento delle forze dell’ordine e della magistratura, lavoro che ha coinvolto anche gli imprenditori, i sindacati e l’amministrazione comunale di Gela a cui deve andare il pieno sostegno dello Stato e di tutti quelli che lottano contro la mafia”. Tre giorni dopo la tragica fine del latitante gelese gli agenti della Polizia di Stato hanno arrestato due persone accusate di avere favorito la latitanza del boss Daniele Emmanuello: Giuseppe Zuzzé e Franco Notaro, entrambi di Vallelunga Pratameno (CL), paese del boss mafioso Giuseppe “Piddu” Madonia. L’indagine evidenzia per la prima volta che Emmanuello era protetto dalla mafia del “vallone”, da Cosa nostra nissena. Emerge quindi che il boss di Gela era molto vicino alla famiglia mafiosa dei Madonia. Il caso è quindi tutt’altro che chiuso. box 1 Di padre in figlio Arrestato Vincenzo Santapaola discendente della storica famiglia mafiosa catanese Non sarà l’anno della fine di Cosa Nostra in Sicilia, ma sta certamente accadendo qualcosa di importante: dopo la tragica conclusione della latitanza di Daniele Emmanuello, i carabinieri del Comando provinciale di Catania, coordinati dall’aggiunto della Dda, Giuseppe Gennaro e dai sostituti Agata Santonocito e Carmelo Petralia, hanno arrestato Vincenzo Santapaola, figlio del boss Benedetto, detto Nitto, condannato all’ergastolo ed attualmente in carcere. Nell’operazione denominata Plutone, è stata fatta luce su sedici rapine, avvenute anche fuori della Sicilia: sono state sequestrate armi ed ingenti quantità di cocaina e marijuana, oltre ad un libro mastro in cui erano annotate estorsioni nei rioni periferici di Lineri e San Giorgio di Catania, trascritti anche gli stipendi degli affiliati. Sono emersi anche concreti riscontri circa interessi di Cosa Nostra in importanti progetti imprenditoriali. L’inchiesta era decollata con l’arresto, il 23 ottobre 2005, di Umberto Di Fazio, luogotenente del clan Santapaola il quale, iniziando a collaborare con i magistrati catanesi, permise di accertare collegamenti tra i Santapaola stessi e Bernardo Provenzano. Importante anche la collaborazione di Mario Calabria, il quale ha raccontato della frattura interna della mafia catanese, che il 30 settembre scorso portò all’omicidio di Angelo Santapaola, nipote del boss Nittu. In forte ascesa sarebbe la famiglia Mangion Ercolano, capeggiata da Pietro Crisafulli, attualmente in carcere. Vincenzo –Enzo- Santapaola, figlio maggiore di Nitto, stava riorganizzando Cosa Nostra a Catania; a soli trentotto anni vanta già un curriculum criminale di tutto rispetto. Fu condannato a morte, scampando all’esecuzione, dal boss Vito Vitale durante la guerra di mafia tra palermitani e catanesi. Il primo arresto per Enzo avvenne alla fine del 1992, fermato assieme al fratello minore Francesco, però il Tribunale del Riesame ordinò l’anno seguente la scarcerazione per entrambi. Nel 1993, nell’ambito dell’operazione Orsa Maggiore 2, fu raggiunto da un altro mandato di custodia cautelare e si rese irreperibile. Venne nuovamente catturato il 14 gennaio 1994 e dopo tre anni rimesso in libertà. I magistrati che indagarono sulla guerra di mafia tra gli stragisti corleonesi ed il clan Santapaola, contrario alla linea del terrore, ordinarono un nuovo arresto per il rampollo della cosca catanese, nell’agosto 1999. Tornato in carcere nel 2006 Vincenzo Santapaola era da poco tornato in libertà. Tra gli altri, il Gip Laura Benanti, ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Antonino Faro, condannato all’ergastolo e noto come il –killer delle carceri-, poiché uccise, appunto in carcere, Francis Turatello e dopo ne mangiò il fegato. Altri provvedimenti restrittivi hanno raggiunto anche tre donne, sospettate di essere il collegamento tra gli uomini d’onore detenuti ed i vertici della famiglia catanese. Si tratta di Angela La Rosa, moglie di Alessandro Strano, affiliato al clan Santapaola; Patrizia Scriffignano, moglie di un altro membro della cosca etnea, Francesco Di Grazia e la sorella di quest’ultimo, Jolanda Di Grazia. Rita Borsellino ha espresso grande soddisfazione per l’esito dell’operazione Plutone “Gli arresti di Catania sono un nuovo successo dello Stato contro Cosa Nostra. La continuità dell’azione repressiva in ogni parte dell’isola serve a rafforzare ed incoraggiare il moto di ribellione sociale al fenomeno mafioso”. Anche il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha voluto congratularsi con i magistrati e le forze dell’ordine “Stiamo smontando le cosche pezzo per pezzo. Lo Stato e la società civile ci sono. I boss non possono più illudersi, li prenderemo uno ad uno”. R.C. ANTIMAFIADuemila N°56 |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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