Il Tribunale di Fermo dispone l’archiviazione per il caso della famiglia Marcantoni
di Andrea Braconi
L’ordinanza di archiviazione è stata depositata in Cancelleria lo scorso 6 novembre. Un procedimento che, come i due precedenti (datati 13 dicembre 2005 e 30 gennaio 2007), evidenzia la “totale inidoneità degli elementi acquisiti ed acquisibili a sostenere l’accusa di giudizio”. E nel silenzio dei media locali - al contrario, voracemente partecipi in tempi di vacche grasse - si è chiuso il capitolo giudiziario della famiglia Marcantoni di Sant’Elpidio a Mare, nelle Marche, vittima di usura e sottoposta a sfratto nel maggio scorso (vedi ANTIMAFIADuemila n. 2 e n. 3-2007). Inefficace si è quindi rivelata l’opposizione mossa dal legale dei Marcantoni Marco Scalseggi il 25 settembre. Accanto alle manchevolezze e superficialità riscontrate in sede di indagini, nell’atto veniva rimarcato – per l’ennesima volta – l’episodio dell’intervento effettuato dal presunto usuraio (commercialista della famiglia per diversi lustri) nella procedura esecutiva immobiliare numero 205 del 1991 nei confronti di Enzo Marcantoni. Un intervento, si legge, “eseguito con le sole copie di numero due assegni di lire 13.000.000 ciascuno datati rispettivamente 30 giugno 1995 e 31 dicembre 1995)” per partecipare al riparto della somma complessiva. Quello che i querelanti (Enzo e la moglie, Maria Monterubbiano) hanno tentato di evidenziare è come in quella determinata circostanza l’ex commercialista facesse trovare solo e sempre copia dei due assegni, consegnati al proprio legale di fiducia, con i quali riuscì ad iscriversi alla lista dei creditori il 29 giugno del 2005. Secondo le parti offese, i titoli di credito risultavano “compilati con datazione successiva alla chiusura del c/c intestato alla Giman”, l’impresa individuale di produzione calzaturiera registrata dalla Monterubbiano, la cui cessazione di attività risale al 18 novembre 1994. Secondo la difesa del presunto usuraio, quelle somme risultavano dovute per prestazioni lavorative non pagate. Ma per i Marcantoni la mancanza di fatture, richieste di pagamento e pignoramenti indicano l’inconsistenza della tesi difensiva. Altro dubbio: perché il commercialista ha atteso dieci anni (il limite massimo previsto) per presentare i due assegni all’incasso? L’anomalia, secondo i Marcantoni, è che nonostante quegli assegni andassero sequestrati “al fine di verificare e dimostrare le reali intenzioni del querelato” e di quei soggetti protagonisti che vengono definiti “complici”, nulla di tutto questo sia stato attuato, ne da parte del Pubblico Ministero ne dal Consulente Tecnico d’Ufficio. Sul fattore prescrizione il Tribunale di Fermo ha quindi chiuso la partita. Uno stop senza indugi alle indagini preliminari. Ma secondo Scalseggi il reato di usura, unitamente all’associazione a delinquere (per il GIP “confusamente e genericamente ipotizzata”), non risulterebbe prescritto “così come invece sostiene illegittimamente la Procura di Fermo” e “la loro datazione reale e quella opposta dallo stesso configurano la reale valenza del reato ancora in essere, e pertanto perseguibile”. Nell’opposizione il legale dei Marcantoni rincara la dose: il reato di usura ex art. 644 c.p. è “ormai sostanzialmente ritenuto un reato istantaneo ma con effetti permanenti”. Circostanza che ha portato una giurisprudenza dominante a ritenere “il momento consumativi del reato in questione se pur nella sua valenza immediata, e cioè al momento della pattuizione del compenso usuraio, come un’insieme di fatti successivi, dazioni di denaro che rientrano a pieno titolo nella pattuizione originaria”. Cita una sentenza della Corte di Cassazione, la numero 11055 del 22 ottobre 1998: “In tema di usura, qualora alla promessa segua – mediante la rateizzazione degli interessi convenuti – la dazione effettiva di essi, questa non costituisce un post-factum penalmente non punibile, ma fa parte a pieno titolo del fatto lesivo penalmente rilevante e segna mediante la concreta e reiterata esecuzione dell’originaria pattuizione usuraia, il momento consumativi ‘sostanziale’ del reato, realizzandosi, così, una situazione non necessariamente assimilabile alla categoria del reato eventualmente permanente, ma configurabile secondo il duplice alternativo schema della fattispecie tipica del reato che pure mantiene intatta la sua natura unitaria istantanea, ovvero con riferimento alla struttura dei delitti cosiddetti a condotta frazionata o a consumazione prolungata”. L’intervento nella procedura esecutiva del 29 giugno 2005 segna “inequivocabilmente uno dei momenti consumativi del reato”. Fin qui i tecnicismi. Ma sulla bilancia vanno messi anche gli impulsi e il dramma di una famiglia abbandonata ed irrisa, soprattutto dopo lo sfratto. E’ Antonella, figlia di Enzo e Maria, che tenta insieme a noi di ricostruire il mosaico. Con un piccolo passo indietro: il giorno della discussione in camera di consiglio per decidere sull’archiviazione o meno. “L’avvocato e mio padre erano altamente fiduciosi al ritorno dall’udienza con il GIP sul fatto che, questa volta, non si sarebbero percorse le strade già battute dell’archiviazione, bensì che si potesse sperare in un proseguimento dell’indagine. Il giorno dopo, mio padre è andato a ritirare la sentenza, ovvero la reiterazione di quanto già scritto nelle precedenti archiviazioni. Per la Procura di Fermo non emerge mai nulla di nuovo. Il documento è lo stesso, una sorta di prestampato, al quale cambiano semplicemente la data. Si copia e si incolla. E si va avanti. Eppure a fine luglio il dottor Baschieri (Procuratore Capo, ndr) fa le sue uscite a mezzo stampa sulle aste immobiliari truccate, ma le istanze in merito che presenta la famiglia Marcantoni vengono tutte sistematicamente archiviate o respinte. Proprio lui che ha affermato che senza le denunce non si riesce ad incastrare nessuno!”
Hai parlato spesso di errori contestabili nella documentazione riguardante il vostro caso.
“Faccio riferimento, ad esempio, al ricorso per intervento in esecuzione per espropriazione immobiliare, inoltrato dalla Società Mar Sard: dal numero del procedimento al nome della banca che ha promosso l’espropriazione, entrambi errati, fino ad un riferimento a tale P. L., contro il quale è inoltrato il ricorso simultaneamente a mia madre, all’epoca titolare della Giman. Chi è questo P. L.? Non è un mio parente ed inoltre mia madre non è mai stata domiciliata a Porto Sant’Elpidio, come risulterebbe dal documento! Nonostante tutto questo, sono stati ammessi alla spartizione del credito e sono stati anche pagati, pur essendo creditori di una persona nullatenente e di cui nulla è stato venduto.”
Hai affermato: “nessuno si è fermato a dire che forse era il caso di indagare”.
“Ma senza sequestrare il materiale, come si può pensare di venire fuori da questa inchiesta? I due famigerati assegni non sono mai stati protestati, tanto che l’atto d’intervento nel fascicolo è assolutamente scarno. Altro fatto: i miei genitori hanno scelto la separazione dei beni il 21 ottobre 1985. Ma gli immobili venduti sono uno interamente di mio padre, l’altro - la casa più piccola - di mio padre e di mia nonna che lo ha designato come unico erede, come riportato dal testamento originale. Mi aspetto che se ci sono delle procedure esecutive queste servano a coprire debiti reali di mio padre, non i debiti di mia madre per la quale è stato accertato che non c’erano sostanze da vendere. La sua unica fetta di patrimonio posseduta era la casa dei propri genitori, venduta, la cui parte di eredità era servita per coprire i debiti contratti con l’ex commercialista. Insisto: i debiti della sua attività sono reali, ma non possono essere venduti gli immobili di mio padre.”
E sulla prescrizione?
“Esiste per alcuni reati - e su questo la Procura ha ragione - andati prescritti nel 2004. Ma altri fatti di usura non sono affatto andati prescritti.”
Di Sos Italia Libera, l’associazione che ha seguito in parte la vostra vicenda, non parli più volentieri.
“A distanza di mesi non ho ancora avuto risposte dal presidente Paolo Bocedi in merito alla mia richiesta di poter usufruire dei soldi depositati nel conto aperto per sostenere la mia famiglia. Eppure lui continua a “utilizzare” il mio nome in Procura. Ma dov’era dopo lo sfratto, durante i miei 10 giorni trascorsi in ospedale sotto trattamento sanitario obbligatorio? Questa persona deve essere ringraziata? Non da me.”
Ad oggi per voi resta quindi aperta soltanto l’opzione relativa alla Procura dell’Aquila.
“Stanno andando avanti. Hanno constatato con mano che molte persone sanno di questi giri loschi. Pochi parlano però, pochi verbalizzano dando elementi utili per proseguire. C’è un clima di sudditanza, di reverenza, di paura. Noi cerchiamo di suffragare le parole con delle prove, come sempre fatto. Anche se, a Fermo, sembrano tutti intoccabili. Si sono persino commissionati articoli su magistrati ammoniti dal Ministero di Grazia e Giustizia perché avrebbero portato avanti perquisizioni troppo avventate nei confronti dell’usuraio. Io quei fascicoli li ho spulciati, ma non ho trovato alcun ammonimento… Di cosa scriviamo allora? E soprattutto, per chi scriviamo?”
Lo Stato, sono sempre parole tue, con voi non è mai stato presente.
“Siamo sempre nella stessa abitazione per la quale ringrazio mio zio che me l’ha messa a disposizione. Se avessi aspettato l’ex commissario straordinario del Comune di Sant’Elpidio a Mare, adesso sarei in mezzo ad una strada o, nella migliore delle ipotesi, in 43 mq per cinque persone. A me di quella casa manca tutto. Me l’hanno portata via nella peggiore delle maniere e nessuno si è preoccupato di chiedermi come stai, di cosa hai bisogno. L’attuale Amministrazione dice che sta cercando un appartamento per noi, ma non ci hanno fatto sapere più nulla. Quando andavo sui giornali un giorno si e l’altro pure ho ricevuto tre proposte per candidarmi alle elezioni comunali, proposte che ho rifiutato. Facevamo comodo. Ma adesso le elezioni sono finite. E l’interesse anche. Tutto questo è assolutamente disgustoso.”
E la tua vita?
“Sto provando a fare il dottorato a Ferrara. Dovrei riuscire a conseguire il titolo di dottore a marzo. Mio padre cerca di mettere su qualcosa, ma non è facile. Io sono ritornata in me stessa dopo due mesi. Ho scoperto di aver concesso delle interviste i giorni successivi allo sfratto perché le ho lette, altrimenti non ricordavo nulla. Mi hanno letteralmente addormentata.”
Il padre di Antonella, Enzo, sempre più amareggiato, denuncia una seconda usura a loro danno: quella della banche. “Con la ex Banca Nazionale dell’Agricoltura da un debito di 50 milioni di lire sono arrivato a 434 milioni nell’arco di circa 15 anni. Se ogni 10 anni si raddoppia… basta fare il calcolo per capire che c’è qualcosa di veramente paradossale! Con il Banco di Napoli 12.600.000 lire sono diventati 21.000 euro. Mi chiedo e vi chiedo: come fa un giudice a non controllare tutto questo?”. Ci sono poi, in questa ingarbugliata vicenda, lettere anonime e carteggi via mail tra Antonella e persone vicine – molto vicine – ai protagonisti che rendono il quadro, diciamo così, alquanto divergente rispetto all’ufficialità degli atti. Un quadro dove si incrocerebbero tangenti per appalti, società di copertura e altre famiglie ridotte sul lastrico. Il giornalista Lirio Abbate, autore insieme a Peter Gomez del libro I complici, in una recente intervista ha dichiarato che nell’emisfero criminale che caratterizza il Meridione d’Italia ci si imbatte continuamente in fatti e circostanze riguardanti rappresentanti istituzionali e colletti bianchi non penalmente perseguibili. Fatti e circostanze che meritano comunque di essere raccontati. Da parte nostra con i Marcantoni lo abbiamo fatto. E continueremo a farlo.
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