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Antimafia Duemila

Saturday
Jul 19th
Scacco ai Crea PDF Stampa E-mail
In manette i vertici di una delle più potenti famiglie mafiose calabresi

di Monica Centofante

Nel panorama ‘ndranghetistico è una delle cosche più potenti. Posta ai vertici della criminalità organizzata calabrese sin dagli anni Settanta. Collegata ai Piromalli di Gioia Tauro, agli Alvaro di Sinopoli, ai Santaiti di Seminara, ai Rugolo-Mammoliti di Castellace. Stereotipo di un sistema mafioso che in Calabria produce effetti letali su interi territori, condizionandone le scelte politico-amministrative, pianificando attentati, sfruttando la forza di intimidazione per imporre estorsioni a tappeto, accaparrandosi appalti e risorse pubbliche. Nel comune di Rizziconi, a pochi chilometri di distanza da Gioia Tauro, la cosca Crea è da decenni padrona indiscussa del territorio, del mercato, della libertà dei cittadini costretti a piegarsi alla volontà di capi spietati. Come è stato per Pasquale Inzitari, Rosario Vasta, Ferdinando De Marte, titolari della ditta Devin spa che dopo avere per anni pagato pizzi e concesso favori domandavano invano a Domenico Crea di comprendere la loro difficoltà a reperire quell’ennesimo milione di Euro che i boss pretendevano di ricevere quanto prima.
La loro storia è raccontata nell’ordinanza di custodia cautelare firmata lo scorso luglio dal gip di Reggio Calabria Kate Tassone su richiesta dei magistrati della Dda reggina Salvatore Boemi, Francesco Scuderi, Roberto Di Palma e Marco Colamonici. Che ha portato all’arresto di quattordici presunti affiliati alla cosca Crea mentre per altri 4 il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere. E l’assunto accusatorio contenuto nell’ordinanza parte proprio dalla storia dei tre imprenditori, che ha inizio molti anni fa, quando Pasquale Inzitari rivestiva la carica di vicesindaco di Rizziconi nella giunta capeggiata da Giovanni Calogero.

Il Porto degli Ulivi
A quell’epoca, recita il documento, Inzitari era inserito in quella rosa di politici “vicini” che non avevano mancato di elargire preziosi doni ai boss locali. L’ultimo dei quali, nel marzo del 2001, consisteva in due delibere che avevano permesso di mutare la destinazione di uso dei terreni appartenenti ai Crea da agricoli a industriali. Poi il consiglio comunale era stato sciolto per infiltrazione mafiosa e l’ex vicesindaco era tornato ad occuparsi a tempo pieno della sua attività di imprenditore. Insieme ai soci Vasta e De Marte aveva acquistato tramite la loro società, la Devin spa, proprio i terreni della cosca per costruire il centro commerciale “Porto degli Ulivi”. Nella convinzione che ai boss il lucroso favore della “nuova destinazione d’uso” sarebbe bastato.
Ma non fu così. Alla vendita dei terreni a prezzi gonfiati sarebbero seguite infatti altre richieste: dal sostegno forzato alla locale squadra di calcio a una serie di estorsioni accompagnate da veri e propri furti di merce prelevata dai negozi di loro proprietà. Tanto che fino a dicembre del 2005, scrive il gip Tassone, gli imprenditori “avevano versato più di 700mila euro” nelle casse della cosca.
E’ a quel periodo che risalgono alcune delle più importanti intercettazioni riportate nell’ordinanza, che supportano validamente le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Paolo Iannò, Saverio Mammoliti, Girolamo Biagio Bruzzese, Elio Ascone. Protagonisti dei colloqui registrati, i tre imprenditori e Domenico Crea, figlio del capocosca Teodoro e fratello di Giuseppe, nonché loro braccio operativo. <<Io lo capisco il discorso>>, avrebbe detto il boss ai soci della Devin spa che tentavano disperatamente di fargli comprendere quanto difficile fosse raccimolare quel milione di Euro richiesto. Ma, proseguiva, <<vi sto dicendo venitemi incontro>>, mentre sosteneva che si sarebbe per il  momento anche accontentato, <<ragionando umanamente nei confronti vostri>>, di un anticipo di soli 200mila Euro per sopperire a impellenti fabbisogni. Poi, di fronte alle resistenze degli imprenditori il boss aveva perso la pazienza: <<Vedete voi come dovete... datemi soldi.... assegni... in qualche maniera si deve agire!>>.
E così il 19 dicembre del 2005 i soci della Devin spa, ignari di essere intercettati, procuravano una cospicua somma in titoli di credito ed erano intenti a consegnarla a Domenico Crea quando la Squadra Mobile era prontamente intervenuta per arrestare il Crea in flagranza di reato ed emettere mandato di custodia cautelare per il padre Teodoro e il fratello Giuseppe.
Per gli imprenditori, e in particolare per Inzitari, quello fu l’inizio di nuovi guai.
Perché al potente boss Teodoro Crea non era piaciuto l’epilogo di quella vicenda estorsiva e aveva ritenuto Inzitari diretto responsabile del suo stato di latitanza, iniziato dopo l’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare dalla quale si sarebbero poi sviluppati i due filoni di indagine che avrebbero condotto al blitz dello scorso luglio: il primo diretto appunto alla cattura di Teodoro Crea e del figlio Giuseppe; il secondo a fare luce sui contorni della vicenda Devin srl e su altri fatti estorsivi.
E se sulle prime il boss aveva pensato di eliminare subito il “traditore”, a mente fredda aveva poi ritenuto quel gesto troppo pericoloso e per assicurarsi comunque il suo silenzio, e quello delle altre vittime, era passato alle minacce. Che non avrebbero però ottenuto l’effetto sperato.
Se in un primo momento gli imprenditori si dimostrarono reticenti, nell’ottobre del 2006 decisero infatti di abbattere il muro di timorosa omertà e di fornire “la definitiva ed indiscutibile ricostruzione della miriade di atti estorsivi cui nel corso del tempo erano stati sottoposti”.
In particolare, continua il gip Tassone, spiegando il contenuto di un foglio manoscritto sul quale erano riportate tutte le somme versate all’organizzazione criminale, per un importo totale di oltre un milione di Euro.

Sotto il giogo della cosca
Non è ovviamente la Devin spa l’unica destinataria delle attenzioni dei Crea. Se l’estorsione è sicuramente il mezzo più convincente e proficuo per realizzare il controllo del territorio, scrive ancora il gip Tassone,  “è ovvio pensare che anche gli altri commercianti della zona devono essere necessariamente sotto il giogo della cosca”. E che i rapporti con la pubblica amministrazione non venivano mantenuti soltanto per il tramite dell’Inzitari.
Nel quinquennio 1995/1999 – anni in cui si sono succedute due differenti amministrazioni – le ditte aggiudicatarie degli appalti sono state sempre le stesse. Tutte, in diverso modo, collegate alla potente famiglia mafiosa locale.
All’interno del comune di Rizziconi, spiega ancora il pentito Girolamo Bruzzese,  proveniente dall’omonima famiglia mafiosa, era Crea <<che gestiva il tutto>>, <<li chiamava e gli imponeva quello che gli dovevano fare>>.
E la conferma arriva anche dalla relazione di scioglimento di quel Consiglio comunale, risalente al 2000, dove si legge che i lavori di fornitura materiali e manutenzione delle vie, piazze e giardini comunali assegnati in appalto alla ditta Cogede srl venivano di fatto eseguiti con personale proprio della ETR, appartenente a Fortunata Tripodi & C., moglie di Domenico Crea, fratello di Teodoro.
Un sistema, insomma, perfettamente congegnato per controllare e pilotare l’intero sistema delle opere pubbliche, inserito in un contesto di rigida spartizione del territorio fra le varie cosche mafiose, dove fondamentale importanza assume la capacità di stringere alleanze strategiche con i sodalizi criminali dominanti sui territori limitrofi.
Altrettanto organizzato, il sistema di riciclaggio messo in atto dalla cosca. E soprattutto sulla piazza romana dove, lo rivela ancora Bruzzese, poi confermato dalle indagini, era attivo un sodalizio mafioso ben qualificato, composto da elementi in grado di gestire grosse manovre commerciali, di acquistare  in zone residenziali e molto centrali della città numerosi locali e appartamenti lussuosi, di investire in attività commerciali poi gestite mediante prestanome. E tutto grazie al sostegno di una fitta rete di abili fiancheggiatori.

Le confische
Nel corso della conferenza stampa indetta a seguito dell’esecuzione degli arresti è amaro il commento del procuratore della Repubblica reggente di Reggio Calabria, Franco Scuderi. <<E’ incredibile – ha detto Scuderi - che a distanza di 30 anni personaggi come Teodoro Crea dettino ancora legge nel loro territorio. O si cambia registro, evitando abbattimenti di pena tra il primo grado di giudizio e quelli successivi, oppure lo Stato potrà vincere qualche battaglia, ma perderà certo la guerra>>. Lo scorso 31 ottobre la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio ha emesso due provvedimenti di sequestro cautelare che hanno interessato 5 società, 8 appartamenti, terreni, numerosi automezzi e disponibilità finanziarie riconducibili a due noti imprenditori. Uno di loro, Domenico Mazzaferro, è considerato responsabile di essere parte di un’associazione mafiosa riconducibile proprio al boss di Rizziconi, la quale percepiva in modo sistematico vantaggi ingiusti provento di truffa ai danni dello Stato.
Quasi contemporaneamente il procuratore aggiunto della Dda reggina Salvatore Boemi e i sostituti Francesco Mollace, Antonio De Bernardo, Federico Perrone Capano e Sara Ombra scoprivano che dei 28 enti comunali a cui il Demanio di Reggio Calabria ha consegnato 307 beni immobili sequestrati, solo 3 hanno ottemperato agli obblighi di legge. Gli altri, comune di Rizziconi compreso, non hanno eseguito le procedure o non le hanno completate, in molti casi lasciandoli addirittura in uso o comunque nella disponibilità dei soggetti ai quali erano stati confiscati. E mentre altri 457 immobili sono in corso di destinazione alla procura di Reggio Calabria commentano: i beni mafiosi non vengono utilizzati <<perché nessuno osa, in certi comuni, fare un affronto ai boss del paese>>.


ANTIMAFIADuemila N°56

 
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