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Guerra in Iraq: tremila miliardi di dollari PDF Stampa E-mail

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10 marzo 2008
Washington.
L'amministrazione Bush ha mentito sui costi della guerra in Iraq. Lo dichiarano Linda  Bilmes, docente di Harvard e Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'Economia nel 2001 e professore di economia alla Columbia University, autori del libro The Three Trillion Dollar War.



In occasione del quinto anniversario dell'inizio dell'invasione dell'Iraq i due illustri professori fanno il punto della situazione. Bush aveva affermato che la guerra contro l'Iraq sarebbe costata 50 miliardi di dollari. Così non è stato, perché tale cifra è attualmente spesa dagli Usa in Iraq ogni tre mesi. Complessivamente la guerra è costata tre mila miliardi di dollari agli Usa ed altrettanti dollari al resto del mondo. <<Se volessimo contestualizzare tale cifra – avverte Stiglitz in un articolo per Repubblica pubblicato quest'oggi – potremmo dire che per un sesto di quanto si sta spendendo in questa guerra gli Usa avrebbero potuto raddrizzare definitivamente il sistema della Social Security per il prossimo mezzo secolo, senza tagli di benefici, senza aumenti di contributi>>.
L'amministrazione Bush per finanziare la guerra ha fatto ricorso alla spesa in disavanzo, in gran parte finanziata dall'estero, senza aumentare le tasse ai suoi cittadini ed addirittura tagliando le tasse ai ricchi. La conseguenza è che saranno le generazioni future a sobbarcarsi l'onere delle spese. <<Se le cose non cambieranno – spiega sempre Stiglitz – il debito nazionale degli Stati Uniti, che era di 5,7 trilioni di dollari quando Bush è diventato presidente, sarà di due trilioni più alto a causa della guerra in Iraq (oltre agli 800 miliardi di dollari aggiuntisi nel periodo della presidenza Bush prima della guerra)>>. Bush ed il suo staff si sono concentrati sulle spese presenti e non su quelle future, che accludono l'assistenza medica e la cura delle invalidità permanenti dei veterani di guerra di ritorno dal fronte. Finora i veterani ai quali è stato riscontrata la sindrome da stress post-traumatico sono oltre 52.000. Gli Usa devono versare assegni di invalidità a circa il 40% dei 6,5 milioni di soldati inviati in Iraq. Naturalmente le cifre sono in crescita fino a quando questa guerra avrà fine. Attualmente il conto complessivo dell'assistenza medica e dei risarcimenti per invalidità è pari a 600 miliardi di dollari. Inoltre occorre considerare un altro particolare: gli Usa si sono affidati a contractor privati il cui costo non è certamente basso. <<Quando in Iraq il tasso di disoccupazione – continua il professore della Columbia – si è impennato fino a toccare il 60 per cento del totale, avrebbe avuto quanto mai senso assumere personale iracheno, ma i contractor hanno invece preferito importare manodopera conveniente perché poco retribuita dal Nepal, dalle Filippine e da altri paesi>>. I veri vincitori della guerra sono le compagnie petrolifere e i contractor della Difesa. Infatti basta guardare le azioni salite alle stelle della Halliburton, compagnia del vicepresidente Dick Cheney, per capirlo. I costi maggiori della guerra sono stati sostenuti dall'Iraq: il tasso di disoccupazione è fermo al 25%, la metà dei medici iracheni ha abbandonato il Paese o è rimasta uccisa, Bagdad può godere  solo di meno di otto ore di elettricità ogni giorno, quattro dei 28 milioni di abitanti dell'Iraq sono sfollati all'interno dello Stato, due milioni sono profughi altrove, le vittime di cui non si è tenuto conto sono comprese tra un minimo di 450.000 e un massimo di 600.000, 150.000 delle quali morti violente. <<Agli americani – conclude Stiglitz – piace spesso ricordare che è impossibile consumare un pasto gratis. Né può esistere una guerra gratis. Gli Stati Uniti e il mondo intero continueranno a pagarne il prezzo per i decenni a venire>>.

Dora Quaranta  

 
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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