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Antimafia Duemila

Friday
Jul 04th
Tutta colpa di un bicchier d’acqua PDF Stampa E-mail
A Trapani è di scena la mafia imprenditoriale

di Rino Giacalone

Può accadere, come ha raccontato in Tribunale a Trapani l’imprenditore edile Nino Spezia, che uno con la mafia finisce con il trovarsi «a braccetto» anche solo per avere offerto un bicchiere d’acqua ad un insospettabile imprenditore, oppure per aver accettato un caffé. E’ quanto è accaduto a lui un giorno d’estate della metà degli anni Ottanta a San Vito Lo Capo quando ha ricevuto nella sua casa Vincenzo Virga, però al tempo già  noto capo mafia o quando si è fatto offrire un caffè da Ciccio Pace, erede di Virga dopo che questi è stato arrestato nel 2001.
Ma ci si può trovare coinvolti poi, ha proseguito, pilotando gli appalti, distribuendo «mazzette», «tangenti», per politici e burocrati, e «pizzo» per i boss, la tassa per le imprese che nessuna finanziaria cancellerà mai e nessun imprenditore protesterà mai seriamente perché venga abrogata. Spezia è tra i pochi imprenditori trapanesi che ha deciso di ripercorrere la «tangentopoli» trapanese dagli anni ’80, quando a decidere «a tavolino» l’aggiudicazione degli appalti era la politica, sino ai giorni nostri «quando, invece, tutto è nelle mani della mafia».
«Ho 55 anni e non sono il delinquente quale mi si descrive» ha esordito. Ha parlato della «tassa» dovuta alla politica e alla mafia, 2 o 3% rispetto all’importo degli appalti e di come negli anni ‘80 le imprese si mettevano d’accordo. Spezia è tra quegli indagati delle inchieste trapanesi su mafia e appalti che hanno raccontato di come Cosa Nostra cercò di togliere dal mercato la Calcestruzzi Ericina, confiscata al capo mafia Vincenzo Virga.
Nel 2001 l’allora prefetto Fulvio Sodano, preoccupato che l’azienda subisse oltremodo un calo di commesse e per questo vicina al tracollo, convocò imprenditori e organizzazioni di categoria rammentando che a parità di costi il cemento andava preso presso la calcestruzzi Ericina soprattutto se le forniture riguardavano i lavori pubblici. I mafiosi che avevano altre imprese da “raccomandare” non gradirono, e don Ciccio Pace disse a voce alta che quel prefetto doveva andare via. Toni forti abbastanza da giungere alle orecchie di qualche politico che pare non poteva prendersi il lusso di distrarsi rispetto alle richieste mafiose.
“Negli anni ’80 – ha detto Spezia - la possibilità di acquisire pubblici appalti dipendeva dai politici, che potevano scegliere quali imprese invitare. Chi prendeva i lavori pagava una tangente pari al 10 per cento dell’importo dei lavori e Cosa Nostra si faceva avanti imponendo assunzioni e guardianie. Poi, a fine anni ’80, le cose cambiarono, la cupola cominciò a pretendere come “pizzo” il 2 per cento. Grazie al rapporto con i politici si sapeva in tempo dei bandi di gara, gli imprenditori cominciarono ad organizzarsi in cordate sotto il controllo dei mafiosi e da quel momento è diventata indiscutibile la regia mafiosa».
Spezia non è un «pentito» né un «testimone di giustizia». E’ un imputato che sfruttando le possibilità offerte dalla legge, per ottenere alcuni benefici al momento della determinazione della condanna, ha deciso di rendere dichiarazioni.
È comunque uno spaccato importante, perché illustra, sfidando la pubblica incredulità, il radicamento del fenomeno confermando forte influenza esercitata da Cosa Nostra.
Spezia ha tra l’altro ammesso l’esistenza di una «regia» in grado di pilotare l’aggiudicazione di molte gare di appalto bandite dalla Provincia regionale, ma ha anche svelato i rapporti diretti tra don Ciccio Pace con l’ex funzionario del Demanio Francesco Nasca, che si occupava della gestione dei beni confiscati alla mafia e che è stato arrestato a proposito del tentativo di permettere ai mafiosi di riappropriarsi della Calcestruzzi Ericina.
«I politici ad un certo punto, a causa dell’interferenza di Cosa Nostra, si sentivano quasi defraudati della possibilità di controllare le imprese. Per questo nacque un tavolo dove andarono a sedere mafiosi e politici e Virga introdusse una sorta di gestione paritaria, ma era sempre la mafia a comandare».
«Lavorava chi dava i soldi», prima ai politici poi anche ai mafiosi. Gare truccate sino a tempi recentissimi. Gli appalti della Provincia regionale tra il 1999 ed il 2002. Ancora tangentopoli! Spezia ha fatto riferimento ad un imprenditore di Salemi Nino Scimemi, ora ai domiciliari per una truffa allo Stato sui fondi elargiti con la cosiddetta 488. Scimemi avrebbe accomunato in se il ruolo dell’imprenditore e del politico, due attività che non ha mai tralasciato. In politica è stato nel Pri e in ultimo nell’Udeur di Mastella, partito del quale è stato segretario provinciale e candidato al Senato. Spezia ha detto che tra le mani dell’esponente Udeur finì una «mazzetta» di 10 milioni di lire, e degli ex ingegneri capo Salvatore Cascia e Grillo.
Ricostruzioni dettagliate e ricche di particolari quelle fornite dall’imprenditore Spezia.  Ha parlato delle imprese che lo hanno continuato a cercare, sino a prima dell’arresto del novembre 2005, per la «messa a posto». Tra queste imprese anche alcune di quelle che hanno lavorato nei cantieri del porto di Trapani per le gare di pre Coppa America del settembre 2005.



BOX 1

La storia di Mario Sucameli

Ne boss, ne uomo d’onore, era un imprenditore che come tanti altri sapeva chi «comandava» a Trapani: la mafia e i capi mafia. Piccolo imprenditore, Mario Sucameli, cinquantenne, arrestato nel giro di pochi anni in due consecutive operazioni antimafia, condannato a tre anni in un primo processo, quello scaturito dal blitz Peronospera (riguardante le connessioni tra mafia, politica e imprenditoria a Marsala), in attesa di giudizio nell’indagine concentrata sul capoluogo denominata «mafia e appalti» (quella che ha fatto scoprire le interferenze mafiose nelle istituzioni), è stato di recente testimone in alcuni processi per mafia ed estorsioni, quelli in cui sono imputati Vincenzo e Pietro Virga, padre e figlio, i boss indiscussi del capoluogo trapanese. Sucameli ha raccontato una parte, quella a sua conoscenza diretta, delle connessioni tra mafia e imprese. Ha ammesso di essere stato un “mediatore” tra i due sistemi. Ha raccontato di un boss allora latitante, Vincenzo Virga, che di soppiatto si presentò nel suo terreno dove lui stava lavorando per la potatura degli alberi, e che per richiamare la sua attenzione fece muovere i rami; ha raccontato di quando venne invitato a presentarsi ad un altro incontro, tramite un biglietto trovato sul davanzale di una finestra della sua casa qualche giorno prima. In quell’occasione il boss gli anticipò che un imprenditore, Matteo Bucarla, lo avrebbe cercato per dargli dei soldi, tangente di un appalto. “Non c’è una cifra fissa, digli di dare ciò che gli ispira il cuore», quasi si trattasse di un’offerta per i bisognosi. In soldoni si trattò di 10 milioni di lire. Tra le mani Sucameli - ha detto - erano passate altre bustarelle per i mafiosi, sempre per i Virga. Sucameli ha scelto ora di parlare: «Perchè adesso mi sono stancato, mi voglio liberare da un tormento durato 17anni».
Rino Giacalone

BOX 2
Meglio condannati che infami

Intervistato qualche settimana addietro al Maurizio Costanzo show, Tano Grasso, ex commissario del Governo (dell’Ulivo, venne poi “licenziato da Berlusconi) per la lotta al racket e all’usura, ha ricordato che ad oggi sono trascorsi 17 anni da quando è partita in Italia, ma soprattutto in Sicilia la «rivolta», tra alti e bassi, dei commercianti e degli imprenditori contro «pizzo» e «cravattari». Diciassette anni dopo quell’avvio di «rivolta», a Trapani, riconosciuta dai magistrati e dagli atti della commissione nazionale antimafia (anche la precedente presieduta dal senatore Centaro di Forza Italia) lo «zoccolo duro» di Cosa Nostra, si fanno ancora i conti con i tentativi di accendere la ribellione contro mafia, pizzo, estortori e tangentari.
La lotta al racket resta qualcosa di dichiarato a parole ma non praticata nei fatti; per redigere lo statuto della costituenda associazione provinciale antiracket stanno passando mesi. E così accade che mentre Confindustria in Sicilia dichiara guerra al racket, in Tribunale due imprenditori, proprietari del gruppo commerciale Li Vorsi di Palermo decidono di negare il «pizzo» pagato a Filippo Guttadauro, cognato del superlatitante Matteo Messina Denaro, senza che della loro azione si dica o si scriva nulla. I pm della Dda di Palermo hanno raccolto prove chiare di quella estorsione, i rappresentanti della Li Vorsi hanno preferito negare l’evidenza e accettare una condanna per favoreggiamento. Negli stessi giorni a Marsala un imprenditore edile, Michele Giacalone, è stato arrestato perché si occupava della latitanza dei mafiosi. Episodi sui quali la Confindustria che dichiara di volersi ribellare, ha deciso di far calare il silenzio, seguendo, per la verità, una sorta di «par condicio». Silenzio assoluto anche sulle testimonianze fatte davanti ai giudici del Tribunale di Trapani da due imprenditori che hanno deciso di svelare i meccanismi dell’influenza mafiosa nell’imprenditoria e nella politica: nessun riferimento ai racconti di Mario Sucameli e Nino Spezia che pure rappresentano spaccati inquietanti: a leggerli bene anche segnali di ribellione rimasti senza solidarietà. Sucameli oggi è libero, Spezia è in carcere a scontare la condanna. Le loro storie sono rimaste circoscritte nelle aule di giustizia. Nessuno le ha evidenziate fuori dall’aula dove si continuano a preferire le «parate» che alla mafia non danno disturbo.
Rino Giacalone


ANTIMAFIADuemila N°56
 
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  • La Rivista

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    In edicola dal 28 maggio 2008

    In questo numero:

    Stragi ’93. Parla l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni in un’intervista esclusiva al nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
    I risultati delle elezioni politiche 2008. Approfondimento sulla figura di Marcello Dell’Utri: Attenti a quell’uomo.
    Pericolosi risvolti nella procura calabrese al centro di importanti inchieste. Dalle cimici, ai corvi è come un assedio.
    Calcestruzzi spa sotto inchiesta. Contatto con Cosa Nostra. Nuove collaborazioni e successivi arresti. E’ la fine del sistema Lo Piccolo. Proseguono i grandi processi a Palermo. Da Mercadante a Borzacchelli. Nuova inchiesta su Cuffaro.
    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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  • Terzo Millennio

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    Inserto Terzo Millennio N. 58

    In questo numero:


    Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero.
    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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