| Al bando chi è colluso |
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Confindustria si schiera contro la Mafia Spa di Anna Petrozzi Dati agghiaccianti cui finalmente ci si ribella. Hanno fatto scalpore e una insolita eco le statistiche pubblicate nell’annuale rapporto di Sos Impresa che hanno eletto l’azienda più produttiva del Paese: la Mafia spa. Proprio questo titolo ha campeggiato sui maggiori quotidiani e settimanali destando un’attenzione senza precedenti negli ultimi anni. In effetti la notizia non è tanto che le mafie nostrane “fatturano” 90 milioni di euro l’anno, circa il 6% del pil, 5 volte l’ormai noto tesoretto (numeri spropositati che associazioni in prima linea e forze dell’ordine ripetono da anni) piuttosto che a quanto pare, finalmente, ci si scandalizzi. In un’Italia stretta nella morsa dei debiti e degli stipendi inadeguati al costo della vita la ricchezza della criminalità organizzata è uno schiaffo in pieno volto. Un insulto ai milioni di lavoratori che sostengono il Paese caricando su di sé e sui propri figli anche i costi dell’inefficienza della politica (in qualsiasi compagine partitica) che non ha mai inserito nelle priorità dell’agenda di governo la lotta alle mafie. E come al solito la politica è sempre l’ultima anche nella presa di coscienza collettiva che sembra sollevarsi dalla Sicilia per diffondersi anche nel resto del Paese. Forse, sospinto dall’anomalo interessamento dei media, anche questi piuttosto supini e ritardatari, chi è al comando ora prenderà qualche provvedimento, se non altro per la convenienza del consenso che sta contagiando, almeno a livello di sapere, i cittadini italiani. La miccia è stata accesa una notte di giugno del 2004 quando un gruppo di giovani decide di tappezzare Palermo con un adesivo listato a lutto con su scritto “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Dal giorno dopo un movimento lento ma inesorabile è riuscito a coinvolgere non solo la società civile, risultato già importante, ma anche e soprattutto i commercianti, gli imprenditori e le associazioni di categoria. Vessati con intimidazioni e ricatti la maggior parte dei negozianti e degli impresari di Palermo, ma lo stesso discorso si può estendere a tutte le province siciliane e alle altre regioni del Sud, deve destinare cospicue somme del proprio guadagno al sostentamento di carcerati e capi mandamento. Tanto per avere un’idea immediata delle cifre si posso prendere ad esempio i pizzini e i rendiconto rinvenuti dalle forze dell’ordine con la cattura del super boss Salvatore Lo Piccolo che portava nella sua 24 ore tutta la contabilità. Il “barone” di Tommaso Natale al comando, assieme al figlio Sandro Lo Piccolo, di un territorio immenso che va dal centro di Palermo fino a Carini, aveva appena deciso di aumentarsi lo stipendio: 40.000 € al mese per lui e 20.000 € per il baronetto. L’equo compenso per i rischi d’impresa, adeguato del resto agli incassi prodotti: per le scommesse clandestine i guadagni erano tra i 140.000 e i 200.000 € alla settimana, con il pizzo e le tangenti riscossi da centinaia di industriali, professionisti e commercianti circa 2 milioni di euro al mese. Occorre poi calcolare la tassa del “tavolino”, fissata al 3% e mai variata sugli appalti, con entrate fino a 200.000 euro in un sol colpo, cui vanno sommati gli introiti delle aziende “legali” che si occupano del movimento terra: di recente avevano intascato 2 milioni di euro in una botta. Gli inquirenti sono ancora al lavoro per ricostruire tutti gli affari del boss e per ora si limitano ad ipotizzare un bilancio mensile pari a circa sette milioni di euro, attorno ai 100 milioni di euro annui. E questo riguarda solo un boss, tra i più influenti, certo, ma non l’unico. Secondo le stime di Sos Impresa commercianti e imprenditori subiscono 1300 reati al giorno e la somma da corrispondere varia dai 200 euro del negozio ordinario (a Napoli paga anche il banco al mercato: 5, 10 euro) ai 1000 della boutique elegante; dai 5000 del supermercato ai 10.000 del cantiere aperto. Solo tra i mandamenti di Porta Nuova e Pagliarelli, sotto l’egemonia di Nino Rotolo, il grande avversario di Lo Piccolo, sono stati riscossi, nel solo 2005, 2,5 milioni di Euro, tra denaro liquido e attività sottratte alle vittime inadempienti. Fino ad ora la maggior parte degli operatori economici dell’isola ha subito in silenzio, ma occorre fare qualche distinzione. Alcuni tacciono per paura di ritorsioni contro di sé e la propria famiglia e soprattutto temono di restare soli, altri invece sono conniventi e lucrano anch’essi sulla sottomissione dei concorrenti, approfittando dei vantaggi che provengono loro dall’essere più o meno soci dei mafiosi. Il risultato sono le bassissime denunce, la scarsa se non praticamente inesistente collaborazione con gli organi inquirenti, anche quando le intercettazioni e le indagini provano la dazione di denaro. Fortunatamente non tutti sono corrotti o sfiduciati e il loro esempio sembra finalmente fare scuola. Pino Masciari, Andrea Vecchio, Vincenzo Ponticello, Bruno Piazzese, Rodolfo Guajana… sono solo alcuni dei commercianti, gestori, imprenditori ecc.. che hanno detto un secco no al pizzo, ai favori, alle ritorsioni. Quello stesso no che aveva avuto l’ardire di pronunciare Libero Grassi, precursore della rivolta a salvaguardia della dignità di uomo e di lavoratore lasciato solo, deriso e per questo assassinato davanti al suo negozio il 29 giugno 1991. Uomini e donne i cui volti coraggiosi sono finalmente mostrati in televisione diventando così ben visibili anche ai colleghi del resto del Paese che spesso si cullano dietro il fatto che il meridione si trova in stato di regressione solo perché sono i meridionali a volerlo. Ora tutti sanno che non è così, si inizia a comprendere che se non vengono debellate le mafie che attanagliano almeno quattro delle nostre regioni: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, tra l’altro, bellissime, è tutta l’Italia a doverne pagare, strictu sensu, le conseguenze. A dare l’imprimatur di questione prioritaria la discesa in campo dei vertici di Confindustria nazionale che, se in un primo momento si era limitata ad esprimere solidarietà alle associazioni di categoria locali, ha poi introdotto l’affermazione e il rispetto di un vero e proprio codice etico. Il presidente Luca Cordero di Montezemolo, in persona, ha rilasciato dichiarazioni importanti: “verrà escluso da Confindustria chi paga il pizzo e chi è colluso con la mafia”. Gli fa eco il suo vice per il Mezzogiorno Ettore Artioli: “Il nostro obiettivo è creare un cambiamento di clima. La richiesta di tornare ai vespri siciliani degli anni Novanta è stata eccessiva ma indicativa del bisogno della gente che le istituzioni riprendessero il controllo del territorio. E questo sta accadendo”. Un’inedita e secca presa di distanza da quell’universo di collusione che schiavizza il sud del Paese da decenni e sotto gli occhi di tutti. Oggi però la risalita sembra davvero possibile. In una lettera dal titolo “Tra gli imprenditori qualcosa è cambiato”, indirizzata al direttore del Corriere della Sera, il procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, coordinatore del Dipartimento: mafia ed economia, ha voluto evidenziare come, finalmente, Confindustria abbia chiarito che “la sanguisuga mafiosa non è quella delle coppole storte, ma anche quella di tanti colletti bianchi che hanno impedito il libero mercato e una reale democrazia economica, utilizzando a proprio vantaggio metodi e capitali mafiosi. (…) e che dietro alcuni recenti episodi di intimidazione siano riconducibili non a uomini del racket, ma a menti raffinate”. “L’impegno del presidente di Confindustria nazionale ad espellere non solo gli imprenditori che si rassegnano a pagare il pizzo, ma anche quelli, a vario titolo, collusi con la mafia (…) dimostrano come si stiano rompendo equilibri consolidati”. Per attuare un vero cambiamento però è necessario che si inneschi anche “nel mondo politico un’analoga imprescindibile operazione di pulizia interna, che non può essere surrogata da meri esorcismi verbali non seguiti da comportamenti coerenti, né supplita dall’impegno di tanti nelle istituzioni e nella società civile”. Una richiesta raccolta e appoggiata da Montezemolo che ha ribadito come oggi sia imprescindibile far sentire agli imprenditori la vicinanza dello Stato. In questo clima è stata inaugurata anche l’associazione antiracket palermitana Libero Futuro (vedi art. seguente) che rappresenta la piena realizzazione di questa voglia di riscatto e di libertà. Un sentimento di rinnovo, di pulizia che ha varcato immediatamente lo stretto di Messina ed è diventato, attraverso le parole del procuratore aggiunto Salvatore Boemi, domanda di intervento anche alle autorità del mondo economico calabrese. L’adesione del presidente di Confartigianato, Demetrio Battaglia e del delegato straordinario di Confindustria regionale (che è commissariata) Franco Femia è stata immediata. Entrambi hanno dato la propria disponibilità ad intraprendere un percorso “sebbene lungo e difficile” sul “modello Palermo”. La cattura di Lo piccolo, di suo figlio, dei suoi fiancheggiatori, la cattura di Daniele Emmanuello seppur finita in tragedia con l’uccisione del boss indiscusso capo della mafia a Gela e la maxi retata a Catania sono successi giudiziari importantissimi che oggi assumono un valore diverso, più significativo. Perché lo Stato non si sta muovendo nella sola azione repressiva, seppur fondamentale, ma anche nella sua dimensione economica e sociale. Certo siamo solo all’inizio di quella che potrebbe divenire un’epocale rivoluzione, sono tanti i cambiamenti da concretizzare, molte ancora le leggi adeguate da approvare e soprattutto lunghissima la strada della politica che dovrebbe cominciare da se stessa espellendo i soggetti collusi, a prescindere dagli esiti giudiziari. E’ forte anche la domanda di sicurezza. Si è parlato persino di inviare l’esercito, ma forse basterebbe destinare a polizia, carabinieri, guardia di finanza e magistrati gli uomini e mezzi di cui, da anni, fanno richiesta. Una nuova agenzia per i beni confiscati Alle parole, quindi, devono seguire i fatti, e in fretta, come sostiene giustamente il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Francesco Forgione. Da Palazzo San Macuto giungono infatti diverse proposte su come rendere concreta la repressione economica delle mafie a partire dal complesso e cruciale tema del riutilizzo sociale dei beni confiscati. “Sottrarre una proprietà ad una famiglia mafiosa – spiega Giuseppe Lumia, vice presidente e relatore dello studio condotto dalla Commissione sul tema - e farlo diventare una scuola, una caserma o un terreno agricolo in cui lavorano i giovani o un’azienda non ha solo un valore produttivo, ma anche altamente simbolico. Invia un messaggio positivo che si aggiunge a quello di aver assicurato alla giustizia il mafioso, segnala infatti la restituzione alla collettività di ciò che la criminalità le aveva sottratto”. Tuttavia anche su questo fronte sono innumerevoli i problemi. Di carattere legislativo, burocratico, amministrativo. Nel documento vengono indicati una serie di provvedimenti risolutivi come la distinzione tra misure di prevenzione personali e misure patrimoniali e soprattutto l’introduzione di procedure per sveltire la destinazione di un bene confiscato in via definitiva. Oggi infatti sono tantissimi i beni che rimangono in disuso per così tanto tempo da divenire inagibili e tante le aziende che invece di generare ulteriore sviluppo e occupazione vengono chiuse. Riuscire ad intervenire proprio su questo ultimo aspetto, spiega ancora Lumia, “diventa un punto qualificante dell’azione pubblica poiché il cittadino percepirebbe come “conveniente” il sistema antimafia messo in atto dallo Stato”. Per rendere più fluido l’intero sistema si rende urgente l’istituzione di un’agenzia specializzata, in grado di far fronte a tutte le complicazioni che si pongono nel delicato iter. In sostanza è pressante l’esigenza di apportare immediate modifiche alla legge vigente che andrebbe inserita, comunque, in quel pacchetto di innovazioni legislative di cui necessita la lotta alla mafia. Droga e riciclaggio La spaventosa cifra divulgata da Sos Impresa si basa essenzialmente sul “ramo commerciale dell’azienda mafia”, vale a dire sui reati compiuti sul territorio che ne consentono il controllo: racket, usura, appalti, truffe… In realtà, ha spiegato il procuratore Grasso, il conto dovrebbe essere aumentato di almeno il 50% e non è un errore di stampa. Semplicemente non sono stati inclusi il grande traffico di droga e di armi: la ricchezza che rende le mafie di fatto inarrestabili e indistruttibili. Il dato più recente viene dall’Europa. La Commissione apposita che analizza l’evoluzione del fenomeno della droga ha pubblicato classifiche agghiaccianti circa l’aumento del consumo di sostanze stupefacenti. In un solo anno, per esempio, un milione di persone in più ha ammesso di aver fatto uso di cocaina giungendo così a totalizzare i 4,5 milioni di consumatori. In particolare, su un campione di giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, sono circa 7,5 milioni ad averla provata almeno una volta, nell’ultimo anno 3,5 milioni e nell’ultimo mese 1,5 milioni. Secondo i calcoli condotti in base alle indagini invece sarebbero 12 milioni gli europei (inclusa la Norvegia) che hanno consumato cocaina (una tantum). In testa alla classifica con valori superiori al 5% Spagna, Italia e Regno Unito. Inoltre il 2% degli studenti europei di 15-16 anni ha sniffato cocaina minimo una volta, una percentuale che raggiunge il 6% in Spagna e Regno Unito. Sono aumentate in maniera drammaticamente esponenziale anche la diffusione di ecstasy e droghe sintetiche di vario genere: 9,5 milioni le hanno provate almeno una volta, 11 milioni le anfetamine. In 70 milioni invece hanno fatto uso di cannabis. A prescindere dal commento di ordine sociale che andrebbe fatto sulle motivazioni per cui milioni di persone sentono il bisogno di alienarsi dalla realtà, ci limiteremo a quanto ci attiene, vale a dire la risultante economica che deriva da questa enorme quantità di sostanze trafficate. Prendiamo ad esempio la cocaina. Lo studio specifica che il prezzo per un grammo di “neve” è molto variabile in Europa, orientativamente oscilla negli ultimi tempi tra i 50 e gli 80 euro. Un prezzo piuttosto basso cui corrisponde una purezza del 30-60% nella maggior parte dei Paesi. Se si calcola che 1kg di cocaina pura costa più o meno € 1.200 e che il ritorno di investimento della cocaina è di circa 1 a 10 si può iniziare a farsi un’idea dei guadagni. Si tenga presente però che in Italia, nel solo 2006 sono stati sequestrati 4624 kg di cocaina che rappresentano però il 10, 13% dello stupefacente trafficato. Chiunque abbia a portata di mano una calcolatrice si può rendere conto del volume di denaro mosso dal traffico di droga, tutte le droghe, che è gestito nella sua interezza dalle mafie. La ‘Ndrangheta in questo momento ne amministra la parte maggiore, ma le recenti indagini ci confermano che con Cosa Nostra e Camorra le alleanze non sono mai andate meglio, soprattutto sul fronte del grande business. La domanda che nasce spontanea a questo punto è: dove vanno a finire tutti questi soldi? La risposta si sintetizza in una sola parola: riciclaggio. Un nemico, allo stato, invincibile. Secondo il fondo monetario internazionale il fenomeno si colloca tra il 2 e il 5 % del Pil mondiale, stime un po’ meno prudenti parlano del 10%, in Italia siamo tra il 7 e l’11% del Pil. I proventi illeciti vengono poi reinvestiti nelle varie attività, molte delle quali assolutamente legali, almeno all’apparenza. Nel nostro Paese, secondo gli inquirenti, nessun settore è risparmiato: edilizia, commercio, appalti pubblici, mercato agro-alimentare, abbigliamento, industria dello svago (ristoranti, discoteche ecc), smaltimento rifiuti, sanità pubblica e privata ecc… Non è difficile per chi maneggia centinaia di migliaia di euro corrompere, convincere, comprare gli uomini giusti nei posti giusti e offrire, oltre a capitale fresco, vantaggi e protezione. Una cerchia che evidentemente non si limita al colletto bianco avido di carriera e soldi, ma anche a soggetti che hanno molta disponibilità di grossi investimenti. Non è certo una novità, lo spiegò benissimo Paolo Borsellino in quella bellissima e ultima intervista sorridente concessa ai due giornalisti francesi quando gli fecero domande circa la presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova, a Milano e dei suoi rapporti con Marcello Dell’Utri. Dai favolosi anni Ottanta cui faceva riferimento il giudice è cresciuta principalmente la capacità delle mafie di globalizzarsi, di moltiplicare in maniera esponenziale i propri investimenti utilizzando gli stessi metodi e gli stessi canali cui fanno ricorso molti facoltosi uomini d’affari. “Il denaro dell’economia grigia e di quella nera, mafiosa – ha spiegato il procuratore Grasso – si confonde e sono gli stessi intermediari che lo collocano nei paradisi fiscali o in attività d’impresa all’estero”. Ma mentre le mafie evolvono, le strategie di contrasto languono. “Individuare questi collegamenti, smascherare gli intermediari è difficile. Occorrono indagini approfondite, ci vogliono un grosso impegno e mezzi adeguati”. Con il caso De Magistris poi si sono accesi i riflettori su un’altra grande fonte di denaro cui hanno attinto illecitamente tanto i mafiosi quanto gli imprenditori disonesti. E’ sufficiente presentare un progetto e supportarlo con fatture, false, alcune della quali gonfiate fino al 500%, per poter ottenere un finanziamento europeo e chiaramente intascarlo senza aver dato il via a nessuna opera oppure lasciandola incompiuta. Si stimano ammanchi tra i 2,5 e i 4,5 miliardi di euro che sarebbero dovuti servire per rilanciare l’economia del mezzogiorno del nostro Paese. Quell’ordine di Provenzano: “ci dobbiamo fare impresa” è stato eseguito alla perfezione ed è evidente che ciò non si sarebbe potuto verificare senza la connivenza di tanti operatori economici e finanziari che non si preoccupano dell’odore dei soldi. Che non c’è. Se è assolutamente plausibile l’ottimismo degli inquirenti che individuano in questo particolare momento storico una grande occasione per infliggere un colpo fatale all’organizzazione Cosa Nostra, parlare di sconfitta della mafia non sembra un obiettivo a così facile portata di mano. Lo sarebbe se complici e favoreggiatori, almeno ai livelli più inferiori, trovassero più conveniente liberarsi della zavorra criminale e investire nello sviluppo legale del Sud. A giocar di fantasia, e di utopia, si potrebbe immaginare che questo avvenisse anche a livelli superiori se speculatori e colossi finanziari che sono alla testa del “sistema criminale” trovassero più conveniente investire nello sviluppo sostenibile del nostro pianeta, piuttosto che depredarlo e costringerlo ad una lenta agonia. Come se per assurdo ci potesse essere un’Italia senza il Sud o i terrestri senza Terra! BOX 1
CRONOLOGIA DEL RACKET
Dopo gli attentati la rivolta degli imprenditori 30-31 luglio 2007 Attentato incendiario nella notte presso il deposito di vernici e materiale plastico appartenente a Rodolfo Guajana il quale aveva aderito alla campagna di Addiopizzo. 28-29-30-31 agosto 2007 Quattro attentati di fila danneggiano i cantieri della “Cosedil”, la ditta dell’imprenditore catanese Andrea Vecchio. 1 settembre 2007 Nella riunione di Caltanissetta Confindustria reagisce agli ultimi attentati prendendo una decisione storica: gli imprenditori che non si ribelleranno al racket delle estorsioni, pagheranno il pizzo o in qualunque forma “collaboreranno” con la mafia saranno espulsi dall’associazione. E’ quanto ha deciso il direttivo regionale degli industriali siciliani, che dopo ripetute intimidazioni ha anche invocato l’intervento dell’esercito contro la criminalità organizzata. Preoccupato il presidente dell’associazione Luca Cordero di Montezemolo, che ha telefonato al ministro dell’Interno Amato. 12 settembre 2007 La Federazione antiracket italiana ha messo a punto il progetto “Tutor Antiracket” che prevede forme di assistenza e di sostegno agli imprenditori con lo scopo di favorire gli investimenti al Sud. Inizialmente il progetto interesserà cinque aree sensibili del Meridione: Napoli, Lamezia Terme e poi le siciliane Gela, Messina e Siracusa. Ma poi il progetto dovrebbe estendersi a tutto il Mezzogiorno. Lo slogan per il lancio con molta probabilità sarà “Libera Impresa” e il coordinatore sarà Tano Grasso, presidente della Federazione antiracket italiana. La nuova iniziativa si propone di agevolare la collaborazione delle imprese con le forze dell’ordine, offrendo concrete garanzie attraverso la mediazione di un soggetto tutor. 23 settembre 2007 Giuseppe Marceca, vice presidente di Confindustria di Trapani, rassegna le proprie dimissioni intuendo che la propria presenza in Confindustria avrebbe ostacolato il salto di qualità che la stessa aveva da poco compiuto. Nel 2002, infatti, Marceca aveva patteggiato una condanna per favoreggiamento alla mafia. Qualche giorno dopo le dimissioni lo stesso Marceca dichiara: “Oggi il mio passo indietro è solo ed esclusivamente un atto dovuto nei confronti delle persone che mi hanno dato la loro fiducia in una votazione libera e democratica. Alla riunione di Caltanissetta in cui fu decisa all’unanimità la linea dura di Confindustria ero presente solo io come rappresentante dell’Assindustria Trapani e ho aderito alle decisioni assunte nel pieno rispetto delle mie idee”. 25 settembre 2007 Il vice presidente di Confindustria di Caltanissetta, Marco Venturi, denuncia: “L’Ottanta per cento delle imprese siciliane, a iniziare dai commercianti, paga il racket”. 26-28 settembre 2007 Nel giro di pochi giorni due intimidazioni ai danni dell’avvocato Stefano Giordano, legale di Vincenzo Conticello. Prima un misterioso furto alla vigilia dell’udienza, poi il taglio dei pneumatici delle automobili della propria famiglia. 5 ottobre 2007 Incontro a Roma fra una delegazione di Confindustria e Prodi per chiedere un pacchetto sicurezza con più mezzi e uomini per magistrati e forze dell’ordine, l’alleggerimento delle misure fiscali, nuove infrastrutture, un patto tra società e Istituzioni e certezza della pena per gli estortori. 1 novembre 2007 Varato dal governo un decreto legge secondo cui le aziende che denunciano di subire estorsioni rischiano il commissariamento. Si tratterebbe di “misure di cautela e di sostegno” tra cui, appunto, l’amministrazione giudiziaria per un periodo non inferiore a se e non superiore ai dodici mesi. Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia dice: “Ho letto cose incredibili, spero non siano vere”. Il ministro Mastella smorza: “Nessun intento di penalizzare le aziende oneste”. 8 novembre 2007 Sos Impresa, Fai (Federazione nazionale antiracket), Addiopizzo, Confindustria, Confcommercio e la Provincia avanzano la loro richiesta di parte civile nel processo a carico di dieci negozianti della Noce che hanno negato di aver pagato il pizzo e sono accusati di favoreggiamento. “Con il loro silenzio – dicono gli avvocati Caradonna e Forello - danneggiano la categoria degli esercenti che coraggiosamente si ribellano all’imposizione del pizzo”. Il giudice dell’udienza preliminare Mario Conte ha dato il via libera alla costituzione di parte civile delle associazioni. 10 novembre 2007 Nasce l’associazione antiracket “Libero Futuro”, la prima composta da imprenditori palermitani. 16 novembre 2007 Vengono condannati Francolino Spadaro, 16 anni, Giovanni Di Salvo, 14 anni, e Lorenzo D’Aleo, 10 anni e sei mesi, per il tentativo di estorsione all’ “Antica Focacceria San Francesco” di Palermo. Vincenzo Conticello, imprenditore coraggioso, dice: “Mi aspettavo una condanna che rispettasse le richieste del pm e così è successo. Questo rafforza la mia fiducia nello Stato. I carabinieri in cinque mesi sono riusciti a chiudere le indagini arrestando i colpevoli”. 16 novembre 2007 Attentato incendiario ad Agrigento nell’impianto di trattamento dei rifiuti del presidente provinciale degli industriali, Giuseppe Catanzaro. Secondo gli inquirenti si tratterebbe di un atto intimidatorio. 25 novembre 2007 La Confesercenti apre la campagna “Scarica il Pizzo”. E’ passato quasi un mese dalla cattura di Salvatore e Sandro Lo Piccolo. I magistrati chiedono agli investigatori di identificare con certezza ogni voce delle entrate segnate nel libro mastro del boss palermitano, per poi convocare chi ha scelto di pagare. La Confesercenti, mettendo a disposizione il numero di telefono 331-9099459, chiama così tutti i commercianti a denunciare i propri estorsori “invitando tutti a diffidare delle scorciatoie legali che potrebbero garantire agli operatori economici di non finire in carcere, ma li marcherebbero definitivamente e gli farebbero perdere il loro diritto a fare i commercianti”. 26 novembre 2007 Raid vandalico presso la sede di Confindustria di Caltanissetta. Qualcuno è entrato da una porta finestra la notte precedente ed è uscito portandosi via alcuni faldoni di documenti e parecchie copie di cd sui quali erano memorizzati i dati dei soci industriali iscritti. 29 novembre 2007 Al convegno sulle Mafie oggi in Europa tenutosi a Palermo, il rettore dell’Università Giuseppe Silvestri rivela che in passato fu chiesto il Pizzo anche all’Ateneo in occasione dei lavori per l’apertura di una sede in centro. Dopo la denuncia e l’esposizione della targa dell’Università non accadde più nulla. 6 dicembre 2007 Vengono allontanati da Confindustria una decina di imprenditori siciliani perché non hanno denunciato le richieste di pagamento del pizzo. Ad annunciarlo è Ettore Artioli, vice presidente di Confinsustria, durante l’assemblea straordinaria sui temi della legalità e della lotta al racket che si svolge nella sede degli industriali a Palermo. ANTIMAFIADuemila N°56 |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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