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Spatuzza: Graviano incontro' Schifani. Il Senatore annuncia querele PDF Stampa E-mail

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di Silvia Cordella - 27 novembre 2009
È un vento che non sembra cessare quello che sta disturbando i sonni quieti delle “alte” stanze romane. Un vento che porta con sé i detriti di un passato che ha deciso di ritornare per scrollarsi di dosso i suoi più pesanti fardelli ed indigeribili segreti.



Questa volta sono i presunti rapporti del Presidente del Senato Renato Schifani con Filippo Graviano, autore, insieme al fratello Giuseppe, della strategia stragista del ’93, a riempire le pagine delle cronache italiane. A parlarne è Gaspare Spatuzza, ex luogotenente dei capimafia di Brancaccio che in una nota del 26 ottobre 2009 alla Dia ha fatto mettere per iscritto di essere stato testimone diretto, nei primissimi anni Novanta, di un incontro fra il boss e la seconda carica dello Stato. Spatuzza, interrogato dai pm di Firenze sugli appoggi politici e imprenditoriali dei Graviano a Milano, ha riferito: “In proposito preciso che Filippo talvolta utilizzava l’azienda Valtras dove lavoravo, come luogo d’incontri. Accanto a questa c’era il capannone di cucine componibili di Pippo Cosenza dove pure si svolgevano incontri, dove ricordo di avere visto diverse volte la persona che poi mi è stata indicata essere l’avvocato del Cosenza. Preciso che in queste circostanze questa persona contattava sia il Cosenza che il Filippo Graviano in incontri congiunti. La cosa mi fu confermata da Filippo a Tolmezzo allorquando commentando questi incontri Graviano (all’epoca non latitante, ndr) mi diceva che l’avvocato del Cosenza, che anche io avevo visto a colloquio con lui, era in effetti l’attuale Presidente del Senato. Preciso che anche io avendo in seguito visto Schifani sui giornali e in televisione l’ho riconosciuto come la persona che all’epoca vedevo. Cosenza è persona vicina ai Graviano con i quali aveva fatto dei quartieri a Borgo Vecchio, ben conosciuta anche da Giovanni Drago”. Parole pesanti per Schifani che oggi ha immediatamente respinto annunciando querela: “Non ho mai avuto rapporti con Filippo Graviano e non l’ho mai assistito professionalmente. – ha detto - Questa è la verità. Sia chiaro: denuncerò in sede giudiziaria, con determinazione e fermezza, chiunque, come il signor   Spatuzza, intende infangare la mia dignità professionale, politica e umana, con calunnie e insinuazioni inaccettabili. Sono indignato e addolorato. Ho sempre fatto della lotta alla mafia e della difesa della legalità i valori fondanti della mia vita e della mia professione. I valori di un uomo onesto”.
Un’“integrità” che Schifani ha messo in pratica durante la sua carriera difendendo, come avvocato civilista, anche uomini in odor di mafia come tale Giuseppe Cosenza. Un imprenditore ora attempato a cui la Finanza, tra il 1996 e il 1998, aveva sequestrato un patrimonio da 10 milioni di euro per aver costruito, secondo una sentenza di Palermo, un residence e degli appartamenti con denaro mafioso.
Naturalmente difendere uomini di mafia non è reato. Non lo è nemmeno incontrarli in luoghi estranei al proprio lavoro né intrattenersi a parlare con loro. Per questo il nostro sistema è decisamente garantista. Inchiodare un politico che ha avuto scambi con personaggi equivoci è molto difficile.  Le prove devono essere di ferro, partendo innanzitutto dal fatto che occorre verificare la consapevolezza di aiutare un mafioso in quanto tale. Cosa difficilissima da accertare visto che tutti i rapporti tra ambienti della criminalità organizzata e cosiddetti “colletti bianchi” vengono sistematicamente mediati da altri insospettabili soggetti. Ma esiste una questione morale che i politici sono tenuti a rispettare rigorosamente che impone soprattutto la massima trasparenza. Dunque, se le parole di Spatuzza sull’incontro tra Graviano e Schifani fossero confermate, allora, il presidente del Senato dovrebbe chiarire la sua posizione e ammettere le sue responsabilità che, a quel punto, diventerebbero incompatibili con la sua alta carica di Governo.

Una conferma che potrebbe arrivare presto perché la Direzione investigativa antimafia (che nel frattempo ha passato queste dichiarazioni ai colleghi palermitani del processo Dell’Utri) avrebbe già accertato che il pentito di Brancaccio era in effetti il guardiano della Veltras. Il luogo dove, secondo il collaboratore, Graviano si sarebbe incontrato con Schifani.
Nel frattempo al Presidente del Senato sono state rafforzate le misure di sicurezza dopo una lettera contenente minacce di morte nei suoi confronti.  Minacce, secondo le agenzie, riconducibili ad ambienti mafiosi arrivate due giorni fa per posta, alla Presidenza di Palazzo Madama. Nella lettera si sostiene che il politico sarebbe “nell’occhio dei picciotti” e che “i cosiddetti perdenti sono per la resa dei conti”. Quasi a evocare una ritorsione mafiosa per promesse mancate.
Vero è che gli incontri tra il presidente del Senato e uomini dal pedigree mafioso ritornano nel tempo come una costante. Già il 4 maggio 1998 i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, captando una conversazione tra Nino Mandalà (capo della famiglia mafiosa di Villabate) e Simone Castello (uomo vicinissimo a Provenzano), erano incappati nel suo nome. Il primo, poco prima di essere arrestato, con toni rancorosi, aveva rivendicato a sé l’introduzione dell’avvocato Schifani (prima del suo ruolo politico) come esperto consulente nel comune di Villabate. Un compito che il capomafia aveva “suggerito” per l’amicizia che lo legava all’on Enrico La Loggia (oggi deputato e membro della Commissione Affari Costituzionali del Presidente del Consiglio), al tempo, capo ufficio dello studio legale in cui Schifani lavorava.
Secondo Nino Mandalà i due gli avevano girato le spalle proprio nel momento in cui egli, nel 1995, con l’arresto del figlio Nicola (poi incastrato per aver protetto la latitanza di Provenzano, ndr), era venuto a trovarsi in una situazione di difficoltà. Entrambi, anziché tendergli la mano come lui si aspettava, lo avevano emarginato. “Sto cornuto di Schifani che ancora non era senatore - aveva esordito il capobastone – (prende) 54 milioni l’anno … qua al comune, me l’ha mandato il signor La Loggia” . Sì, perché Schifani, spiegherà meglio il pentito Campanella, guadagnando laute parcelle, era stato chiamato come consulente per progettare le varianti del piano regolatore a cui Mandalà Senior (vero dominus del consiglio comunale, ndr) era interessato per l’edificazione di un centro commerciale sponsorizzato dalla famiglia mafiosa.
Un rapporto quello dei tre avvocati che si era tradotto anni prima nella condivisione di comuni affari, concretizzati nel ’79 con l’apertura di una società di brokeraggio assicurativo (la Sicula Brokers) insieme a Benny D’Agostino (grande amico di Michele Greco, “il Papa”) poi condannato per mafia e Giuseppe Lombardo, amministratore delle società dei cugini Salvo.
Per questo, dopo l’amicizia tradita (Schifani e La Loggia erano stati ospiti d’onore al suo secondo matrimonio), il capomafia, rievocando momenti di spiacevole confronto con La Loggia, concludeva:  “Mi può telefonare che io una volta l’ho fatto piangere?”. “Non mi aspettavo che dovesse fare niente, che dovesse fare dichiarazioni alla stampa, ma almeno un messaggio”. Mi poteva dire mi chiamava e mi diceva: “Nino vedi che, capisci che non si può esporre però è con te, ti manda i (saluti)” e invece non solo non mi manda (a dire) niente lui, ma Schifani…. Schifani, quando quelli la di Forza Italia gli chiedono “ma che è successo all’amico tuo, al figlio dell’amico tuo” risponde “amico mio? … no, manco lo conosco, lo conosco a mala pena”. Poi un giorno, dopo la scarcerazione “di Nicola (io e La Loggia) ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia. Lui viene e mi dice: ‘Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio…’ . gli ho detto: ‘Tu mi devi fare la cortesia pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola’. ‘Ma Nino, ma è mai possibile che tu mi tratti così?’ . ‘E perché come ti devo trattare?’ ‘Ma i nostri rapporti…’ ‘Ma quale rapporto…’ […] e alla fine gli dissi: ‘Senti tu a me non mi devi cercare più. Tu devi dimenticarti che esisto perché la prossima volta che tu ti arrischi a cercarmi e siamo soli… io siccome sono mafioso io ti (inc.), hai capito? (perché) io sono mafioso, come tuo padre purtroppo, perché io con tuo padre me ne andavo a cercargli i voti (…) da Turiddu Malta che era il capo della mafia di Vallelunga. (…)Ora lui non c’è più ma lo posso sempre dire io che era mafioso’. ‘E lui si è messo a piangere per la paura’”.



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