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La mafia dei numeri | La mafia dei numeri |
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di Pietro Orsatti su Terra - 19 novembre 2009 «Mai nessun governo precedente aveva raggiunto risultati simili», ha dichiarato il ministro dell’Interno Roberto Maroni nei giorni successivi all’arresto di quello che ha definito «il numero due di Cosa nostra», Domenico Raccuglia. I beni sequestrati alla mafia sono stati 10.089, ha fatto sapere alla stampa, per un controvalore di 5,6 miliardi di euro (+56%), mentre quelli confiscati sono 2.673, pari a 1,7 miliardi (+364%). Quello che il ministro non ha dichiarato è la decisione di rivenderli all’asta e non di destinarli, come prevede la legge attuale, a uso sociale, consentendo così alla riappropriazione da parte dei clan, attraverso prestanome, di quei beni che sui territori di mafia spesso sono simbolo di potere effettivo ancor prima di quello economico. Maroni ha omesso anche di ricordare che le spese per un anno di trasferte effettuate dagli uomini della Catturandi di Palermo in provincia di Trapani per effettuare l’arresto del latitante Raccuglia siano state coperte, anticipate con i proprio portafogli, direttamente dagli agenti e funzionari impegnati nelle indagini. Diretta conseguenza di quei tagli ai fondi decisi proprio da Maroni, che domani, però, sarà a Palermo per congratularsi con la squadra che ha condotto l’operazione Raccuglia. Il ministro ha anche divulgato altri dati secondo i quali nei primi 18 mesi del governo Berlusconi sono state compiute 377 operazioni di polizia giudiziaria contro la mafia (+53% rispetto ai 18 mesi precedenti), che hanno portato a 3.630 arresti (+22%). Dati a prima vista impressionanti, ma se vengono analizzati nel dettaglio ci si accorge che molti degli arresti effettuati si sono risolti in scarcerazioni (ad esempio l’operazione “Perseo” del dicembre 2008) e soprattutto che per arrivare a blitz come quelli descritti e rivendicati da Maroni non ha senso fare discorsi di “sotto questo o quel governo”, perché spesso le indagini durano più di 18 mesi per poter mettere le mani soprattutto sui mafiosi di “rango”. A Palermo, intanto, si respira una strana aria dopo la cattura del “veterinario”, questo il soprannome di Raccuglia. Da un lato si fa un bilancio di 18 mesi di indagini, dall’altro si sta cercando di mettere le mani sui numerosi fiancheggiatori e complici dell’arrestato. Il latitante aveva intessuto un’alleanza, molto più forte di quella ipotizzata finora, con il “dittatore” del trapanese Matteo Messina Denaro. Nel territorio centrale del potere del boss, la zona compresa tra Partinico, San Giuseppe Jato, Borgetto, il vuoto di potere potrebbe far riesplodere una guerra di mafia per il controllo dei vari mandamenti. «Perché di fazioni avverse a Raccuglia e ai Vitale di Partinico, alleati dell’arrestato, in queste zone ce ne sono, sono organizzati e in grado di tentare una scalata – spiega Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, che da anni monitorizza con attenzione questo territorio “cerniera” -. Raccuglia era uomo fondamentale per gli equilibri di Cosa nostra. Ora senza il suo ruolo di “cuscinetto” fra Trapani e Palermo, Messina Denaro può entrare in città unificando il sodalizio criminale sotto la sua guida». Proprio nell’area di Partinico e Borgetto si rischia lo scontro con “gli americani”, ossia i clan sconfitti negli anni 80 da Riina e che da alcuni anni si sono riaffacciati sulla scena palermitana. Che ci sono e sono in fase di “rafforzamento”. E che smentiscono, con i fatti, l’enfasi di tante operazioni. Tra queste, «la grande operazione coordinata con l’Fbi statunitense», denominata “Old Bridge”, che doveva aver decapitato l’organizzazione degli Inzerillo, gli americani sconfitti che tornavano in Sicilia? Un’operazione sponsorizzata da Maroni in contrasto con la “Perseo” condotta dai carabinieri, quindi sponsorizzata e rivendicata dall’alleato/rivale Ignazio La Russa. Tratto da: orsatti.info |
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Imprenditoria Mafiosadi Giorgio Bongiovanni E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa. Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo. |
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