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L'arresto di Raccuglia: una nuova rottura per gli equilibri di Cosa Nostra


L'arresto di Raccuglia: una nuova rottura per gli equilibri di Cosa Nostra
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di Aaron Pettinari - 16 novembre 2009

Palermo.
Erano quindici anni che riusciva a sfuggire alla cattura. Da ieri Domenico Raccuglia, conosciuto come “'u veterinario”, non è più una primula rossa.




La sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo lo ha arrestato alle 17,30 presso un'abitazione di Calatafimi in via Cabbassini 80. Il boss originario di Altofonte era inseguito da tre condanne all'ergastolo, di cui una per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, 20 anni di reclusione per omicidio ed altre pene per associazione mafiosa. Un killer spietato, considerato come il successore del boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca. Così Raccuglia ha scalato i vertici di Cosa Nostra fino a diventare il numero due dell'organizzazione mafiosa, immediatamente dopo il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Durante la latitanza è stato chiamato a “commissariare” un mandamento spigoloso come quello di Partinico, falcidiato da guerre intestine ed arresti eccellenti come quelli dei Vitale “Fardazza”. Un ruolo che ha saputo gestire con occulatezza riducendo al minimo i propri spostamenti e rendendosi irreperibile spesso anche per i suoi stessi uomini. Solo pochi fidatissimi sapevano come mettersi in contatto con il boss. E' durante la latitanza che il “peso” di Raccuglia all'interno di Cosa Nostra si è rafforzato. Con la cattura di Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca il “veterinario” non era più solo un killer ma una figura carismatica che aveva esteso il proprio dominio in tutto il territorio nella provincia di Palermo e non solo. Nel tempo era diventato uno specialista nella gestione degli appalti pubblici e poteva contare su importanti appoggi anche oltreoceano, laddove aveva trascorso parte degli ultimi quindici anni. Negli ultimi mesi, complice anche la scarcerazione di Michele Vitale, aveva abbandonato i territori di Partinico e Borgetto.
Gli inquirenti lo sospettavano da tempo ed alla fine le indagini hanno portato fino alla provincia  di Trapani, nei territori controllati da Matteo Messina Denaro. 
Ed è proprio sulla vicinanza tra i due padrini che si stanno concentrando adesso le attenzioni della Dda. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed i pm Francesco Del Bene e Roberta Buzzolani, coordinatori dell'indagine della squadra mobile, hanno detto ieri: “Dalle indagini è emerso che il capomafia aveva stretto un’alleanza con il latitante di Castelvetrano e recentemente aveva spostato i suoi interessi proprio nel trapanese”.

Quali rapporti avevano stretto i due boss? Che la riorganizzazione di Cosa Nostra passasse da loro vi sono pochi dubbi. I segnali di un possibile coinvolgimento di Matteo Messina Denaro nel tentativo di istituire una nuova commissione erano già emersi nell'inchiesta Perseo. Sia il gruppo vicino ai Capizzi, favorevole alla nuova commissione, sia quello avverso capeggiato dalla famiglia di Porta Nuova vantavano contatti con il boss di Castelvetrano: alcuni tramite pizzini, altri con l'intermediario “zio Franco” (Franco Luppino di Campobello di Mazara). 
“Abbiamo accettato un certo tipo di situazione di parlare con lui per andare fuori” raccontava Sandro Capizzi a Giovanni Adelfio e Pino Scaduto. E riguardo il progetto sulla nuova commissione aggiungeva: “lo Zio Franco mi ha detto ‘sistematevi tutte cose…anzi ci avete perso tempo… dopodiché non cambia niente… o prima o dopo da parte nostra avrete il massimo appoggio”.
E' forse dopo le operazioni dell'ultimo anno che i due boss avevano deciso di stringere un nuovo patto. Secondo gli inquirenti Raccuglia stava trascorrendo la propria latitanza a Calatafimi da almeno un mese e mezzo e non era un ospite ma un boss in “piena attività” tant'è vero che 
in alcune intercettazioni di recenti inchieste antimafia tra Alcamo e Castellammare non mancherebbero riferimenti all'ex latitante. Qualche settimana fa, in un blitz compiuto dai carabinieri presso la sua abitazione ad Altofonte, erano stati rinvenuti 12.500 euro in contanti nascosti dentro i piedi del letto. Denaro liquido che è stato rinvenuto anche nel blitz di ieri. Ben 138 mila euro che il boss ha  cercato di nascondere in un borsone gettandolo poi dalla finestra. Soldi provenienti dalle estorsioni e, si sospetta, anche dagli appalti dei lavori pubblici in corso nel trapanese. A confermare il ruolo di comando di Raccuglia sono stati rinvenuti anche numerosi “pizzini”, ora all'attenzione degli investigatori.
E' possibile che tra questi vi possa essere qualche comunicazione con Messina Denaro anche perché sembra impossibile che il boss di Castelvetrano potesse ignorare la presenza di una figura così “importante” sul proprio territorio.
Un rapporto che potrebbe affondare le proprie radici ancor più indietro nel tempo. Entrambi non avevano simpatie per i Lo Piccolo con contrasti che si sono presentati in momenti differenti. 
Altro aspetto da non sottovalutare è anche l'appartenenza storica dei due boss all'ala “Corleonese” di Cosa Nostra quella più sanguinaria e spregiudicata. Lo stesso si può dire per il capomandamento di Pagliarelli Gianni Nicchi (“delfino” di Nino Rotolo) che oggi il Procuratore capo di Palermo ha indicato come possibile capo a Palermo. “I boss mafiosi pensano di investire sul latitante Gianni Nicchi – ha detto - Ha una forte protezione dell'organizzazione mafiosa. Le recenti indagini su questo fronte fanno pensare che l'organizzazione mafiosa investirà su di lui. Negli ultimi tempi ha acquisito una certa visibilità mediatica, è collegato alla Cosa Nostra americana. Insomma, è stato inserito in un contesto di una certa rilevanza". Raccuglia poteva essere il trade d'union tra Palermo e Trapani. Cosa accadrà ora che l'equilibrio è saltato? Il rischio è che Cosa Nostra possa tornare a far sentire il rumore delle armi per una nuova spartizione del potere a meno che i due latitanti, Nicchi e Messina Denaro, stringano un nuovo patto in nome degli affari.


VIDEO  by C6.tv

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    E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa.
    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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