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Antimafia Duemila

Friday
Jan 09th
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Agenda rossa: a processo Arcangioli PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Agenda rossa: a processo Arcangioli
Sto vedendo la mafia in diretta
Portami l'agenda rossa...



"Portami l’agenda rossa…"

Dopo 14 anni il mistero dell’agenda
scomparsa di Borsellino è a un bivio:
a chi consegnò la valigetta del giudice il carabiniere Arcangioli?


di Marzio Tristano

 

Caltanissetta. La foto è chiara, ritrae un ufficiale dei carabinieri nell’inferno di via D’Amelio, a mezz’ora circa dall’esplosione. In mano ha una borsa di cuoio marrone, la borsa di Paolo Borsellino. Da quella foto, scovata dalla Dia nello studio di un fotografo palermitano,  è partita l’ultima indagine sui mandanti occulti dell’attentato del 19 luglio 1992, che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e a cinque agenti della scorta. Un’indagine dai risvolti ancora imprevedibili: non si cercano killer e boss, ma i personaggi, probabilmente appartenenti alle istituzioni, ai quali interessava l’agenda rossa di Paolo Borsellino, il notes su cui, specialmente negli ultimi 55, convulsi, giorni della sua esistenza, annotava tutti i suoi movimenti, gli incontri, le ipotesi e le intuizioni sul terribile momento politico- giudiziario che aveva vissuto a fianco di Giovanni Falcone, prima di quei 55 giorni, e poi da solo, portando il peso di un’eredità antimafia che lo avrebbe condotto alla morte. Un’agenda, sono convinti i familiari, su cui è scritto movente e mandanti dell’eccidio di via D’Amelio. Il “giallo” dell’agenda ruota attorno ad un ufficiale dei carabinieri, il maggiore Giovanni Arcangioli, quel pomeriggio in servizio a Palermo e oggi al comando del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Ai pm di Caltanissetta che lo hanno interrogato ha detto di averla presa dal sedile posteriore della Croma blindata del magistrato, di averla aperta insieme a tre magistrati di Palermo, di avere constatato insieme a loro che l’agenda rossa non c’era, di averla richiusa e consegnata ad uno di loro, non ricorda chi. Nella foto si vede Arcangioli con la borsa in mano, e la stessa immagine è contenuta nei filmati di un operatore Rai che riprende addirittura il fotografo che scatta la foto all’ufficiale. Arcangioli si allontana dal luogo della strage in direzione di via Autonomia Siciliana, ma le sue tracce si perdono lì, tra le carcasse di auto ancora in fiamme, i muri divelti, i vigili del fuoco e la folla curiosi accorsi quel pomeriggio in via D’Amelio. La borsa, però, ricompare nel sedile posteriore della Croma blindata poche ore dopo: la ritrova un agente di polizia che la porta in questura, dove viene aperta nell’ufficio del dottor Fassari, alla squadra mobile, alle 18.30. La sola versione che coincide è che l’agenda non c’è. Anche perchè i tre magistrati, Giuseppe Ayala, ex pm del maxiprocesso, e nel 1992 neo deputato del partito repubblicano, Alberto Di Pisa e Vittorio Teresi, all’epoca pm in procura a Palermo, hanno versioni diametralmente diverse. Di Pisa e Teresi non hanno mai visto nè la borsa nè l’ufficiale dei carabinieri; “sono pronto a querelare chiunque mi chiami in causa in questa vicenda – dice al telefono Di Pisa – quel giorno in via D’Amelio non andai affatto”. “Io arrivai intorno alle 18-18.30 – gli fa eco Teresi – e della borsa non so proprio nulla. Conoscevo bene Arcangioli, ma non ricordo di averlo notato in quei momenti. Tutto ciò è molto strano”. Ayala ha detto di averla presa lui e di averla consegnata proprio ad Arcangioli, perchè la portasse ad un magistrato: lui, in quel momento, era solo un deputato della repubblica. Ecco perchè, mentre questo giornale va in stampa, il maggiore Arcangioli è stato di nuovo interrogato a Roma dal procuratore di Caltanissetta Francesco Messineo e dal suo aggiunto Renato Di Natale: per ora ancora come persona informata sui fatti, ma se le informazioni non saranno convincenti, il passaggio alla qualità di indagato sarà veloce. Indagato di furto aggravato di un’agenda che contiene una fetta importante dei misteri italiani, utilizzata da Paolo Borsellino come promemoria della sua marcia di avvicinamento ai misteri di Capaci, trasformata poi nel diario della sua morte ampiamente annunciata. Non hanno dubbi i familiari, che videro il giudice riporre l’agenda nella borsa quel pomeriggio del 19 luglio, e ci crede anche il tenente Carmelo Canale, che vide Borsellino annotare sull’agenda pensieri e riflessioni pochi giorni prima del “botto” in via D’Amelio. Per riporla, poi, dentro la borsa di cuoio. Dopo tre processi e decine di condanne in giudicato contro i boss mafiosi i pm di Caltanissetta concentrano le indagini. Momenti sui quali sono molte le versioni che non coincidono. Oltre a magistrati che smentiscono investigatori (e viceversa), ci sono funzionari di polizia che smentiscono carabinieri. Strano ed inquietante appare infatti il balletto di dichiarazioni finite in un’aula di giustizia dopo otto anni: costretti in procura a confermare una rivelazione del tenente Canale, che per primo parla con i magistrati, due ufficiali del Ros rivelano al pm Nino Di Matteo che Roberto Di Legami, funzionario della Mobile, dieci-quindici giorni dopo l’attentato confidò loro che Contrada era stato visto dagli agenti della prima volante in via D’Amelio e che la relazione di servizio era stata distrutta. Di Legami ha negato con decisione. I tre: Di Legami, Raffaele Del Sole e Umberto Sinico erano amici, il confronto ha avuto toni tesi, ciascuno è rimasto sulle proprie posizioni, nessuno ha parlato di un equivoco. Per anni gli interrogativi su quella presenza di Contrada in via D’Amelio hanno alimentato voci sottotraccia nei corridoi di caserme e procure, amplificate dalle rivelazioni, rimaste segrete, di un pentito mai creduto, Francesco Elmo, che disse di avere visto Contrada allontanarsi dal  luogo dell’esplosione stringendo “qualcosa”, forse una cartella, sotto il braccio, in compagnia del suo collega Narracci. Secondo Elmo, accorso in via D’Amelio dalla vicina fiera del Mediterraneo, dove aveva un appuntamento con un usuraio, quel pomeriggio di domenica 19 luglio via D’Amelio era trafficata come via Ruggero Settimo sotto le feste di Natale. Tra le auto in fiamme, infatti, il pentito notò anche Giuseppe Ciuro, il maresciallo della Dia arrestato nell’operazione delle “talpe in procura”. L’inchiesta poi accertò che Elmo mentiva: quel giorno, si sarebbe scoperto poi, Contrada alle 17 era in barca, al largo di Palermo, con il suo collega Narracci, un commerciante, adesso morto, e un ufficiale dei carabinieri; arriverà in via D’Amelio alle 22.30 circa. Di Legami alla fine è stato assolto, le motivazioni della sentenza forse diranno se e perchè i due ufficiali del Ros hanno mentito. Chi invece alle 17 c’era, e non per motivi di servizio, notato da un collega, è l’agente di polizia Salvatore Mannino, in forza fino a qualche tempo prima al commissariato San Lorenzo, poi trasferito a Firenze e sospettato di essere stato una “talpa” del commissariato. Lo vede l’agente Salvatore Angelo, della volante San Lorenzo, tra i primi ad arrivare: “mi ha colpito addirittura un abbigliamento consuetudinario a lui, giacca e pantaloni colore cammello e questo ha fatto scattare l’interrogativo di dire: ma ’sta persona qua che ci fa? Proprio perché il soggetto era quello che io ricordavo da sempre. Io poi l’ho perso con lo sguardo, perché come lui ha attraversato ancora c’era il fumo, c’erano le... le auto in fiamme, cioè non era facile seguire le persone all’interno della via D’Amelio. Ripeto, sono attimi in cui la cosa era ancora abbastanza fresca”.



 
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    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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