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Navi dei veleni: La Commissione Ecomafie interroga Fonti. E il caso e' tutt'altro che chiuso PDF Stampa E-mail

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di Monica Centofante - 7 novembre 2009
Francesco Fonti non fa un solo passo indietro. E davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti che lo ha interrogato riservatamente lo scorso 5 novembre, per oltre cinque ore, si è detto determinato ad “andare fino in fondo, fino all’ultimo”.



“Solo per onore del vero, per il rispetto degli altri, di me stesso, di questa commissione”.
L’ex boss della ‘Ndrangheta che ha permesso la riapertura delle indagini sulle cosiddette “navi dei veleni” non si è fatto scoraggiare dalle dichiarazioni di inattendibilità espresse qualche tempo fa dalle procure di Catanzaro e Reggio Calabria, così come dalla Procura nazionale antimafia diretta da Piero Grasso. E alla Commissione presieduta da Gaetano Pecorella ha fornito nuovi elementi e molti importanti riscontri alle dichiarazioni rese in precedenza alla magistratura. Proprio ora che il dibattito sulle “navi” si è fatto più acceso mentre le affermazioni rassicuranti del Ministero dell’Ambiente e della stessa Dna pretendevano di archiviare un caso che appare tutt’altro che chiuso.
Il primo dato importante, assicura ad ANTIMAFIADuemila l’avvocato Claudia Conidi, legale del pentito, è che la stessa Commissione si è espressa in modo favorevole nei confronti del collaboratore, “sottolineando che se non lo avesse ritenuto attendibile non si sarebbe spostata, per ascoltarlo, da Roma fino a Bologna”, dove Fonti è stato interrogato. E dello stesso avviso, ha proseguito Conidi, i magistrati di Livorno, “che nella persona del Procuratore e del sostituto Mannucci ha già proceduto ad un primo interrogatorio di Fonti, che sarà poi sentito in altra occasione”.
Considerazioni del tutto opposte a quelle manifestate in precedenza dalle altre procure quindi e una precisa volontà, espressa dallo stesso Pecorella in una nota, di “verificare puntualmente, per fare chiarezza”, “una serie di elementi, di cui alcuni mai emersi finora”.
Nel corso dell’audizione di giovedì, in sostanza, Fonti ha ripercorso tutti i punti del memoriale consegnato nel 2003, nel carcere milanese di Opera, all’allora sostituto procuratore antimafia Vincenzo Macrì. Facendo dei distinguo rispetto alla rielaborazione giornalistica pubblicata nel 2005, in esclusiva, dall’Espresso. Il pentito, per quanto trapelato, ha confermato che il suo ingresso nel mondo dello smaltimento dei rifiuti tossici e radioattivi è avvenuto nel 1987 con i 500 fusti trasportati in Somalia e i 100 interrati in Basilicata. Ed è proseguito nel 1992 con altri 1000 bidoni provenienti da Latina e diretti nella stessa località africana. Molto dettagliata la ricostruzione dei contatti avuti a suo tempo con Ciriaco De Mita (che ha già annunciato una querela), compresi gli incontri nell’attico romano del politico. Nonché la partecipazione all’affondamento di tre navi delle quali, in risposta alle polemiche sorte sui nomi delle imbarcazioni, sottolinea: non ne conoscevo direttamente l’identità. Conferma da Fonti sarebbe arrivata anche per le sue precedenti dichiarazioni sulla vicenda Moro mentre una serie di precisazioni si sarebbero ritenute necessarie per la vicenda che riguarda l’Enea di Rotondella, in Basilicata: il pentito aveva raccontato che in quel luogo erano stati depositati dei fusti pericolosi, ma i sopralluoghi effettuati inizialmente insieme al pm Felicia Genovese – poi coinvolta nell’inchiesta Toghe Lucane con l’accusa di aver insabbiato una serie di importanti indagini – non erano approdati a nulla di buono. La verità, spiega oggi Fonti, “è che non ero stato posto nelle condizioni idonee alla verifica”. In seguito ad un’alluvione il paesaggio era stato stravolto e la perlustrazione, effettuata dall’alto con un elicottero, non gli aveva permesso di riconoscere quei luoghi che il pentito, all’epoca dei fatti, aveva percorso di notte e al volante di una macchina. “Se almeno mi avessero dato vecchie mappe paesaggistiche – ha spiegato – molto probabilmente con indicazioni su cartina quei fusti li avrei fatti trovare”.
“Del resto – precisa ancora l’avvocato Conidi, che ad ANTIMAFIADuemila ha confermato i contenuti delle indiscrezioni – tutti i processi in cui Fonti è stato sentito si sono conclusi con sentenze che hanno dichiarato la sua piena attendibilità. Ma per arrivare a questo risultato i processi devono essere fatti. Perché tutta questa fretta di dichiarare inaffidabile il mio assistito sulla base di un dato formale come quello dei nomi delle navi?”. E “perché questa fretta nel definire chiusa la partita?”
La domanda rimbalza da giorni in diversi ambienti insieme alle decine di dubbi sulle versioni ufficiali proposte dal Ministero diretto da Stefania Prestigiacomo.
Non convincono le immagini del “Catania”, che stridono con i rilievi effettuati sul relitto scoperto a settembre in seguito alle dichiarazioni di Fonti, e neppure coincidono le coordinate latitudinali e longitudinali fornite dal Ministero con quelle individuate dal procuratore di Paola Bruno Giordano.
La nave scoperta grazie alle indagini del dottor Giordano era lunga 110 -120 metri, larga 20 e alta 10; il Catania – secondo il sito sui disastri navali wrecksite.eu – è lunga 95,8, larga 13 e alta 5,5; mentre i dati forniti ufficialmente parlano di un relitto lungo 103 metri. In quanto alle coordinate la presunta Cunsky si troverebbe a 3 miglia e mezzo rispetto alla Catania. Mentre il ministro sembra voler ignorare le dichiarazioni fornite nel 2006 dall’allora sostituto procuratore di Paola Franco Greco, il quale aveva assicurato che in quel tratto di mare ci sarebbero tre diverse navi.
A tutto questo si sono aggiunte ieri le dichiarazioni di Pippo Arena, il pilota del robot sottomarino che ha registrato le prime immagini del relitto per conto della Regione Calabria. E che ha smentito il vice procuratore della Dda di Catanzaro Giuseppe Borrelli il quale aveva dichiarato che la stiva della nave era vuota. “La nave che ho ispezionato io – assicura Arena – aveva due stive. Ed erano piene, tanto che un pesce cercava di entrare e non vi riusciva”.
Le rivelazioni sono riportate da l’Espresso, in un articolo a firma di Riccardo Bocca, che sottolinea un’altra discrepanza: quella fra le affermazioni del procuratore Vincenzo Antonio Lombardo – attorno alla nave “c’era una folta vegetazione”. “Lo abbiamo visto dalle immagini (…). Ci fosse stata radioattività, tutto questo non sarebbe stato presente” – e la spiegazione di Roberto Danovaro, ordinario di Biologia marina all’Università politecnica delle Marche: “E’ impossibile che il relitto, a quasi 500 metri di profondità sia coperto di vegetazione”. Perché “la mancanza di luce impedisce la vita di alghe e piante marine”.
Bocca evidenzia inoltre “una sequenza di stranezze” nei fatti che si sono succeduti dalla mattina del 27 ottobre quando il procuratore Grasso davanti alla Commissione parlamentare antimafia ipotizza che la nave poggiata sui fondali al largo di Cetraro sia il piroscafo Cagliari, affondato all’inizio degli anni Quaranta. Alle 12.56, spiega il giornalista, l’Adnkronos batte invece una nota del ministro Prestigiacomo che assicura: “Il relitto non corrisponde alle caratteristiche della Cunsky. Il Rov, il robot sottomarino, ha già svolto le misurazioni e i rilievi fotografici”. Ma la notizia viene smentita un quarto d’ora dopo, quando i proprietari della Mare Oceano affermano: “Finora abbiamo fatto solo esplorazioni acustiche”. “Il Rov farà altre esplorazioni acustiche e poi quelle visive. Non ci sentiamo di dire con certezza che quella possa o non possa essere la nave Cunsky: per noi è ancora troppo presto”.
Ma allora perché Grasso si sbilancia a fornire il nome di una nave, che poi risulterà sbagliato, mentre il Ministro si affretta a dire che il relitto non corrisponde alla Cunsky quando le analisi devono ancora cominciare?
Le domande sono inevitabili e le risposte potrebbero essere inquietanti. Certo è che se quelle navi contengono davvero rifiuti tossici o radioattivi sul fondo del mare ci sono per un motivo. E che, per quello stesso motivo, a molti conviene di certo che restino lì.



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