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di Carlo Vulpio - 10 ottobre 2009
L'Ilva ha creato migliaia di posti di lavoro, ma le polveri provocano ogni giorno morte e malattie gravi.
Non cominceremo dai grandi numeri della grande fabbrica. Dai dodici
milioni di tonnellate di acciaio l’anno e dai tredicimila dipendenti
del centro siderurgico Ilva, il più grande d’Europa. Racconteremo una
storia all’incontrario, che metta al primo posto ciò che finora al
primo posto non è stato messo mai.
Cominceremo dalla salute. Nemmeno dall’ambiente, che Dio ce lo
conservi, ma proprio dalla salute. Cosa respirano, cosa mangiano, cosa
bevono e come vivono gli uomini, le donne, i bambini, gli anziani di
Taranto, la città più inquinata d’Europa per emissioni industriali. Per
una volta, cominciamo da qui. Perché è già troppo tardi. Perché non si
può più accettare che il fatto stesso di trattare questi argomenti
venga considerato allarmismo. Perché chi liquida questi discorsi come
passatisti e antindustrialisti è semplicemente in malafede.
A Taranto, ognuno dei duecentodiecimila abitanti, ogni anno, respira
2,7 tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride
carbonica. Gli ultimi dati stimati dall’Ines, l’Inventario nazionale
delle emissioni e loro sorgenti, sono spietati. Taranto è come la
cinese Linfen, chiamata «Toxic Linfen», e la romena Copsa Miça, le
città più inquinate del mondo per le emissioni industriali.
Ma a Taranto c’è qualcosa di più subdolo.
A Taranto c’è la diossina. Qui si
produce il 92 per cento della diossina italiana e l’8,8 percento di
quella europea. Qui, negli ultimi dieci anni, i tumori sono aumentati
del trenta per cento. La diossina si accumula nel tempo e a Taranto ce
n’è per 9 chili, il triplo di Seveso, la città alle porte di Milano
contaminata dalla fuga di una nube tossica dallo stabilimento Icmesa,
il 10 luglio 1976. (…)
I dati Ines spaventano. Ma i limiti legali di emissione della
diossina terrorizzano. E’ questo il cuore del problema, i limiti di
legge. Il limite europeo è di 0,4 nanogrammi (un miliardesimo di
grammo) per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi. (…) Il
siderurgico di Taranto produce e vende acciaio come non mai,
soprattutto a due giganti come la Cina e l’India, e le stime dicono che
la produzione crescerà ancora. Nel 2007, l’Ilva ha realizzato utili per
878 milioni, 182 milioni in più dell’anno prima e il doppio del
2005.(…) L’Europa è dal 1996 che ha fissato il limite a 0,4 nanogrammi.
L’Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto
ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli
inceneritori. In Italia, invece, in tutti questi anni si è andati
avanti a colpi di “atti d’intesa”, che sono come le chiacchiere, non
servono a nulla. E infatti mai nulla hanno prodotto. (…) I risultati
sono davvero scarsi. La “campagna di ambientalizzazione”, per esempio,
è andata a rilento e l’Ilva ha fatto di tutto per concluderla nel 2014,
proprio quando scadrà il Protocollo di Aarhus, recepito anche
dall’Italia, che impone ai Paesi membri di adottare “le migliori
tecnologie disponibili” per portare le emissioni a 0,4-0,2 nanogrammi.
Scaduto l’accordo di Aarhus, scadrebbe anche l’obbligo di dotarsi delle
migliori tecnologie. E si ricomincerebbe da capo. Come nel gioco
dell’oca.
KAPUTT
La giornata è piuttosto fredda e il cielo è coperto, ma questa volta
le nuvole sono naturali. Arrivano in fila. Due volanti e due furgoni
della polizia, due camion per il trasporto del bestiame, le auto dei
veterinari e degli ispettori sanitari, quelle dei giornalisti. Sembra
un corteo funebre. E in effetti lo è, perché ciò che accadrà dopo,il
rastrellamento di pecore e agnelli e la loro deportazione nei mattatoi
più vicini, evocherà scenari di morte. I più svelti sono i
cineoperatori. Microfoni e telecamere per documentare tutto di questa
giornata nera, per fissare i volti di Vincenzo e Vittorio Fornaro e per
ascoltare il loro papà Angelo, che invece nasconde il volto e gli occhi
rossi dietro le lenti scure di un vecchio Ray Ban. Il clima è teso,
nervoso, pesante. (…) Sul muro di uno dei locali della masseria è
stato affisso un lenzuolo bianco con una scritta di vernice rossa
spruzzata da una bomboletta spray. Dice: “Vergogna! Punite le vittime e
salvate i carnefici”. Le telecamere inquadrano il lenzuolo. L’ispettore
sanitario e un poliziotto in borghese chiedono di sapere chi lo ha
messo lì. “Lo abbiamo messo noi - rispondono i Fornaro -, per ribadire
il concetto che a pagare sono le vittime, mentre le industrie che hanno
avvelenato pascoli e bestie continuano a lavorare
indisturbate”. E’ vero, la diossina è dentro alle carni di queste pecore. Ma
alle pecore, attraverso la contaminazione dell’erba, l’ha regalata
l’industria. Il 98 per cento della diossina, infatti, si assorbe per
via alimentare, soltanto il due per cento per via respiratoria.(…) Le
pecore, le capre e gli agnelli hanno capito che questa è una giornata
particolare. Tremano di paura. Non è la solita selezione periodica dei
capi da macellare. Oggi li stanno portando via tutti. Aperto l’ovile,
le pecore vengono separate dagli agnelli. Ma nella masseria si sente un
unico belato. Sono molti gli animali che non vogliono salire sui
camion, devono afferrarli per la lana, all’altezza del collo, e
trascinarli dentro. Non è vero, mi dico, ciò che pensiamo delle pecore.
Non bisogna credere a quel che si dice di loro, e cioè che basta che
una pecora vada in una direzione affinché tutte le altre la seguano
senza un motivo. Questo è un luogo comune, che diffama le pecore e ne
intacca la reputazione. Invece queste pecore oppongono una dignitosa
resistenza agli uomini che le stanno rastrellando.
IL LATTE DI ROSALINDA
“Che culo, noi in Calabria abbiamo la ‘ndrangheta. Voi invece a
Taranto avete l’Ilva”. Adesso lo racconta ridendo e facendo ridere chi
la ascolta. Ma quando gli amici, i parenti e la gente di Rocca
Imperiale, il suo paese, in provincia di Cosenza, la prendevano in giro
con questa battuta, Rosalinda Scimè ci rimaneva male. Non capiva perché
lei, calabrese, avesse sbagliato a scegliere di vivere a Taranto. Prima
di lei, ci erano venuti a vivere sua
madre e suo padre, che faceva il ferroviere e a causa del suo lavoro era stato
trasferito in Puglia. (…) I genitori di Rosalinda si ritenevano
fortunati per non essere finiti a Torino, a Milano o in Germania, dove
erano dovuti emigrare tanti altri loro conterranei, e benedicevano la
grande industria che permetteva loro di vivere al Sud come fossero
operai del Nord. Erano a due ore di macchina dal paese in cui erano
nati, dove potevano ritornare anche ogni fine settimana, ma godevano di
opportunità e vantaggi che al paese non avrebbero
mai avuto. La casa popolare nel quartiere Tamburi, per esempio. Ottenerla, era
stato quasi un privilegio. (…) Oggi, al quartiere Tamburi, nella stessa
palazzina, abita anche Rosalinda. Con il marito Paolo Russo e i loro
due figli, Sara e Ivan. Rosalinda e Paolo sono al secondo piano. Al
terzo, c’è la mamma di Rosalinda, ammalata di leucemia. E nella stessa
palazzina, in quelle vicine, in tutto il quartiere, c’è molta gente che
si sta spegnendo così, specialmente bambini.
“Non avevamo mai vissuto direttamente il dramma della leucemia”, dicono Paolo e Rosalinda. Sono giovani, trentadue anni lui e ventinove lei. Adesso
però sono impauriti da quello che accade intorno a loro. (…) Dieci mesi
prima, mentre allattava Ivan, Rosalinda pensava che fosse toccato a lei
e al suo bambino.
Il medico di famiglia le aveva chiesto di far analizzare il suo
latte, spiegandole che c’era il fondato sospetto che potesse risultare
contaminato da diossina e policlorobifenili. Lei, che è una donna
intelligente e una mamma premurosa, accettò. Ma quando conobbe i
risultati delle analisi – valori di diossina molto più alti della norma
– si sentì subito una “mamma al veleno”, prima ancora che i giornali
definissero così lei e le altre due donne che si erano sottoposte al
test. “La presi male, molto male, e istintivamente smisi di allattare
Loris al secondo mese di vita”, dice Rosalinda. Poi, la rabbia. Ogni
giorno davanti al computer a vedere filmati, a leggere articoli, a
consultare studi sui veleni di Taranto e persino su quelli del
Giappone. A confrontare i parchi minerali e l’acciaieria di qui con
quelli che hanno lì, dall’altra parte del globo. A entrare e a uscire
da Facebook, per tenersi in contatto con gli amici del gruppo “Ci
svegliamo la mattina respirando la diossina”. (…) Rosalinda non fa
mangiare ai suoi bambini i latticini e un sacco di altre cose in cui è
più facile che si accumuli la diossina. E per la carne, chiede al papà
di portargliela, tutte le volte che il papà va in Calabria. Sembrano
quasi i rifornimenti clandestini di viveri nella striscia di Gaza, ma
così è, chi vuol sopravvivere qui deve farlo come se fosse in guerra.
TABAGISTA A 11 ANNI
Silvio aveva undici anni quando gli diagnosticarono un tumore da
fumo. Fu a marzo del 2007. Ovviamente, Silvio non aveva mai
fumato una sigaretta in vita sua. Ma era già conciato come un fumatore
incallito. Un caso simile, Patrizio Mazza, primario di ematologia
all’ospedale “Moscati” di Taranto, non lo aveva mai visto. E nemmeno la
letteratura medica internazionale lo contempla. Anche a cercare su
Internet, la risposta è negativa: “No items found”. Per questo, Mazza
temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no. Quel bambino aveva
proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del rinofaringe. Come
tanti altri tarantini. E Silvio non proveniva nemmeno dal quartiere
Tamburi, il più a rischio, dove, dice Mazza, “io non ci costruirei
nemmeno le scuole”, ma da una zona molto più lontana dall’Ilva. “In
dieci anni - dice Mazza - leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati
del trenta per cento. Per colpa di tutti gli inquinanti e anche per
colpa della diossina, che danneggia il Dna. Un caso come quello di
Silvio è da considerare come un codice rosso ed è sicuramente collegato
alla presenza di diossina. Se nei genitori c’è un danno genotossico non
è in loro che quel danno emerge, ma nei figli”. La diossina, spiega
il dottor Mazza, è un “danneggiatore” del Dna. E le cellule germinali
danneggiate possono trasmettere il tumore alla progenie, per esempio
inviando al Dna del nascituro il “messaggio” di ammalarsi prima di
tumore. Esistono test genotossici che lo dimostrano. Mazza è di Reggio
Emilia e fa il medico a Taranto come fosse in trincea. Sa che la salute
di un’intera popolazione è in pericolo, e il suo sangue romagnolo
ribolle di fronte alla mollezza sibaritica della Taranto magnogreca,
che a volte disconosce il problema, a volte ci convive con stolto
fatalismo, altre volte si lascia sprofondare nella disperazione muta,
vissuta nel recinto delle quattro mura di casa propria. (…) Nel suo
ambulatorio è una processione. Due o tre casi di leucemia alla
settimana. Tutte le settimane. Tutte leucemie acute. Anche la ragazza
di diciannove anni che usciva piangendo dallo studio di Mazza, quando
sono andato a incontrarlo per la prima volta nell’ospedale “Moscati”,
aveva la leucemia. Era al quinto mese di gravidanza. I casi sono sempre
più vari e numerosi, l’età dei pazienti sempre più bassa. Con un
diagramma Mazza fa vedere come a Taranto, per i principali tumori
ematologici, si sia passati dall’età media di 64 anni nel periodo
1998-2001 ai 61 anni del periodo 2002-2005, fino a crollare a 55 anni
nel biennio 2006-2007.
Il numero globale di tumori ematologici registrati da Mazza fino alla
fine del 2008 è di 964 casi. Con una incidenza sulla popolazione –
qualora la medesima non subisca variazioni nel tempo – di 480 casi su centomila abitanti. Il dato più alto è naturalmente
quello del quartiere Tamburi.(…)
Quando visitò Silvio, Patrizio Mazza pensò proprio a un linfoma. Poi esaminò
le cellule e credette di aver sbagliato tutto. Alla fine, dovette
convincere se stesso che quel bambino aveva un adenocarcinoma.(…)
VADA VIA L’ILVA
Di Silvio si accorge suo padre Franco Gissi,unasera in pizzeria. E’ il 26
febbraio 2007. Sul lato sinistro del collo di Silvio, il papà nota uno
strano rigonfiamento. Lo tocca lievemente, non gli piace, porta suo figlio
dal dottore. (…) Il 30 marzo 2007, la diagnosi che lascia tutti
increduli: adenocarcinoma del rinofaringe. (…) Cominciano i cicli
combinati, tre, di chemioterapia. Fino a giugno. Poi, la radioterapia,
associata ad altri sette cicli di chemio. La radioterepia Silvio la fa
a Parma, perché a Taranto l’apparecchiatura c’è, ed è anche
all’avanguardia, ma non ci sono i medici e il personale per farla
funzionare. Radioterapia a Parma significa anche fare il pendolare fino
a Reggio Emilia, dove Silvio si sottopone alla chemio. In tutto, Silvio
e i suoi stanno fuori casa quattro mesi.(…)
A Silvio, i genitori hanno sempre detto che aveva soltanto un
linfonodo. Ma lui pian piano ha capito. Un giorno, in ospedale, con la
bocca e la gola che gli bruciavano e gli impedivano persino di
parlare e di deglutire, ha detto: “Mamma, io voglio lottare. Non mi
voglio abbattere. Devo essere più forte”. Franco e Rosanna Gissi, da
quando hanno realizzato qual è stata la fonte della malattia del
figlio, dicono di sentirsi in colpa. “Sì, perché fino a quel momento
siamo stati degli ignoranti. Cittadini di Taranto che ignoravano,
letteralmente, i gravissimi problemi di inquinamento della propria
città e che non facevano nulla per informarsi, per capire”.
E’ anche vero però che l’informazione su queste
cose è sempre stata una merce rara da trovare. Non solo per colpa di rilevazioni
mai fatte o fatte male, o dei dati sempre nascosti, ma anche per il
maledetto coro della GPI, la Grande e Piccola Informazione, che salvo
qualche eccezione, immediatamente isolata come un virus, alla gente non
ha mai veramente detto e spiegato nulla. Per tante ragioni. Perché la
GPI si compra e si vende, perché le ragioni inconfessabili della
politica consigliano sempre che “non è questo il
momento”,perché il ricatto della perdita delposto di lavoro spaventa come la
minaccia di un atto terroristico. O per tutte queste cose insieme. Va a
finire che un’intera comunità vive i suoi drammi collettivi come
altrettante disgrazie individuali, stordita dalla tv, ingannata dai
giornali e speranzosa soltanto in un colpo di fortuna alla lotteria o
in un quarto d’ora di celebrità in televisione. Ecco, forse non
dappertutto è proprio così, ma di sicuro a Taranto è così. Spiace
dirlo, ma a Taranto sembrano essere rimaste soltanto due speranze:
essere baciati dalla fortuna di una lotteria, non doversi misurare con
la roulette russa della malattia.
Un’altra conferma, se ce ne fosse bisogno, viene proprio dalla
vicenda di Silvio. Superata la fase più delicata, ai suoi genitori
qualche tv ha chiesto di raccontare la propria storia. Rosanna e Franco
hanno accettato e subito dopo sono stati subissati di telefonate e
fermati per strada anche da chi non li conosceva. Ma non per
solidarietà. No. Li hanno rimproverati. “Va bene, siete stati duramente
colpiti. Ma se qui chiudono l’Ilva noi come mangiamo?”. “Per andare in
tv vi hanno pagato, vero?”. “Di sicuro non vi hanno dato meno di
duemila euro”. “Tu, Rosanna, hai fatto la tintura ai capelli?”. “E a
te, Franco, ti hanno truccato?”. A Franco sono cadute le braccia. Ma
Rosanna un giorno è scoppiata a piangere e ha reagito con rabbia.
Gliel’ha urlato in faccia: “A questo siete ridotti! Se ho parlato in
pubblico di mio figlio l’ho fatto per me, per buttar fuori il mio
dolore, ma l’ho fatto anche per voi e i vostri figli. Svegliatevi. Non
sono andata al Grande Fratello, capito?”.
Oggi si può dire che Silvio sta bene. Ha tredici anni, frequenta la
terza media, gioca a calcio con gli amici. Ma deve sottoporsi a
frequenti controlli periodici. Appuntamenti che gli creano tensione già
dalla settimana prima. E allora, per farcela, chiede con discrezione a
sua madre se in quei giorni può dormire con lei. Oppure prega. In
camera sua, in ginocchio, con il Vangelo tra le mani. Come lo ha
trovato un giorno sua madre, aprendo la porta senza bussare. Superati i
controlli, Silvio si trasforma in un ragazzino dalla vitalità
incontenibile. I suoi insegnanti dicono che sembra voler riempire le
sue giornate del doppio delle cose che un ragazzo della sua età fa
normalmente. E lui stesso lo rivendica: “Io devo fare tutto ciò che
mi sento di fare. Dopo quello che ho passato, devo fare tutto”. (…)
Le cose a Taranto non sono cambiate e chissà se cambieranno in tempi
ragionevoli. Ma Rosanna e Franco non accettano l’idea che l’unica via d’uscita
sia quella di andarsene. I figli, magari, appena diventano più grandi.
Ma loro no. “Perché dovremmo andar via noi? Vada via l’Ilva. E se non
si riesce a migliorarne gli impianti, visto che sono vecchi e superati,
la si demolisca. Non è una soluzione semplicistica, è l’unica scelta
logica e onesta”.
Sono sempre di più quelli che ragionano così. Anche se sanno che
questa sarà la causa della prossima guerra di Taranto. Un’altra guerra
tra poveri. “Ci metteranno gli uni contro gli altri - dice Franco Gissi
-. Quelli che hanno perso il lavoro contro quelli che hanno perso la
salute, o una persona cara. Non dobbiamo permetterglielo”. Mentre
parliamo, il 10 marzo 2009, l’Ilva mette in cassa integrazione
cinquecento persone. E minaccia di farle diventare cinquemila.
Matematico.
Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 10 ottobre 2009
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