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Home arrow La Rivista arrow News arrow Debutta a processo il neo pentito Calogero Rizzuto
Debutta a processo il neo pentito Calogero Rizzuto PDF Stampa E-mail

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di Maria Loi - 2 novembre 2009
Agrigento.
Per il nuovo pentito di mafia Calogero Rizzuto il primo banco di prova è stato il processo Camaleonte che vede imputati i fiancheggiatori del capo di Cosa Nostra Giuseppe Falsone.




Il neo collaboratore di giustizia, davanti al collegio del Tribunale di Agrigento presieduto dal giudice Giuseppe Lupo, a latere D’Andrai e D’Addario, ha risposto alle domande dei pm Fernando Asaro e Luca Sciarretta in video collegamento da un sito riservato. Le sue dichiarazioni hanno ricostruito anni di “politica mafiosa”, affari, geografia dei clan e lavori pubblici. Le dichiarazioni più forti sono state quelle sui fratelli Monreale, uomini d’onore vicinissimi al capo provincia di Agrigento Giuseppe Falsone.
Rizzuto, ex capo del mandamento di Sambuca di Sicilia, è diventato collaboratore di giustizia per paura di essere ucciso dai Capizzi di Ribera e da Falsone. Con le sue dichiarazioni ha riempito pagine  e pagine di verbali e ha fornito particolari inediti sul mondo di Cosa Nostra. Oltre a svelare il meccanismo tangentizio e del pizzo imposto da Cosa Nostra, ha parlato degli appalti e ha fatto luce su omicidi ed estorsioni.
In uno dei suoi primi verbali, quello del 15 settembre 2009, Rizzuto ha raccontato il suo ingresso all’interno di Cosa Nostra risalenti agli anni ‘90 quando è stato “avvicinato” da un tale Friscia e da Carmelo Bono della famiglia di Sciacca perché era cugino di Leo Sutera, uomo d’onore della famiglia di Sambuca, anche se verrà combinato formalmente con il rito della “panciuta” solo nel 2003.
Il 14 luglio 2001 le forze dell’ordine fecero irruzione in un casolare interrompendo un summit di mafia a Santa Margherita Belice per l’elezione del nuovo rappresentante provinciale della zona di Agrigento. Finirono in manette boss e gregari; tra gli arrestati c’era anche il cugino di Calogero Rizzuto, Leo Sutera. Per Rizzuto quella fu l’occasione per fare il grande salto: dopo essere rimasto un decennio all’ombra del cugino, prese il suo posto svolgendo un ruolo attivo nel progetto di ristrutturazione delle famiglie agrigentine su volere di Bernardo Provenzano in persona. Vicino alla cordata dei vincenti, quella guidata dal capomafia campobellese Giuseppe Falsone, Rizzuto si incontrò diverse volte con il capomafia. Quando gli incontri avvenivano ad Agrigento era Salvatore Imbornone, uomo d’onore e reggente del mandamento di Lucca Sicula, ad informarlo che Falsone voleva udienza. Fu in una di queste riunioni che incontrò anche Giuseppe Sardino, uomo di fiducia di Falsone, oggi pentito.
Rizzuto era anche in procinto di incontrare nell’agosto del 2008 il superlatitante Matteo Messina Denaro. Il capomafia trapanese aveva investito nell’acquisto di un impianto di calcestruzzo della famiglia dei D’Anna in contrada Feudotto. Siccome l’impianto ricadeva  nel territorio di competenza del mandamento di Agrigento, Messina Denaro aveva chiesto l’autorizzazione per effettuare l’affare proponendo anche di entrare in società con il 20% delle quote.
Ma l’incontro sfumò solo perché le forze dell’ordine arrivarono prima di quell’appuntamento arrestando Calogero Rizzuto il 4 luglio 2008 nell’operazione Scacco Matto che mise in ginocchio le cosche belicine.



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    di Giorgio Bongiovanni

    E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa.
    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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