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Serve il coraggio dei piccoli gesti PDF Stampa E-mail

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di Umberto Ambrosoli* - 1°novembre 2009

Il killer agisce in pieno giorno, davanti ai passanti, a volto scoper­to, non nascosto e sparando a bru­ciapelo; sa che non vi sarà alcuna re­azione da parte di chi è presente e sa di non dover temere di essere ri­conosciuto.



Il video rappresenta la forza del contesto criminale nel quale quei delitti sono maturati, for­za speculare alla debolezza, quasi al­l’assenza, in quello stesso territo­rio, dello Stato inteso come colletti­vità e centro di interessi comuni (quelli dei cittadini) perseguiti per il tramite delle istituzioni.

Pare che il killer ora sia stato identificato: forse per l’aiuto di qualche telespettatore. Nel frattem­po si è però sviluppato un intenso dibattito: a chi invoca la collabora­zione all’indagine da parte dei citta­dini appellandosi ad un dovere mo­rale o normativo, si contrappone il pensiero secondo il quale chi non appartiene alla realtà napoletana non può neanche immaginare la velleità di tale pretesa. I cittadini di Napoli sanno benissimo che colla­borare con gli inquirenti significa violare la regola dell’omertà e san­no che tale violazione è sanzionata, anche con la morte. Nell’assenza di autorità dello Stato regnano la pau­ra ed il primato dell’interesse perso­nale: primo fra tutti quello alla tute­la della propria vita. Di qui un giudi­zio di «comprensione» dell’omertà. Ma se quei cittadini che oggi han­no paura non prenderanno corag­gio, le loro (e non solo) prospettive sono nefaste: sono destinati a dive­nire semplicemente un insieme di persone che abitano un territorio, non saranno mai più neanche una collettività. Ed il loro territorio, pri­vo di regole volte alla tutela degli in­teressi e dei diritti di tutti ed a offri­re a ciascuno eguali possibilità di af­fermazione, sarà sempre più luogo di sofferenza e sopraffazione.

Non è necessario identificare il coraggio solo con gesti eroici o rivo­luzionari. Penso piuttosto ad un modo di vita che come primo passo rinneghi l’illegalità, il fascino como­do dell’illegalità, a partire dalle pic­cole cose quotidiane: il non occupa­re un parcheggio riservato ai porta­tori di handicap, il dichiarare corret­tamente i propri guadagni, l’acqui­stare i programmi per il computer invece che scaricarli illegalmente, ecc... Si tratta, cioè, di rappresenta­re attraverso il rispetto delle regole, il fatto che «l’altro» ci sta a cuore. Nulla di eroico. Rispettare le nor­me, aderire alle stesse, rappresenta che ci sta a cuore la collettività: che, quindi, la riconosciamo nella sua supremazia; anche rispetto a ciascu­no di noi. Messaggio, questo, che in certi contesti è certamente rivolu­zionario e che deve essere fatto pro­prio da chi ambisce a rappresentare la collettività.

Se in certe zone d’Italia lo Stato è ora pressoché assente, chi guarda da lontano non può sentirsi solo le­gittimato a criticare o predicare: de­ve dare l’esempio, poiché se il sen­so del valore Stato non parte da do­ve le istituzioni funzionano meglio è impossibile pensare che si svilup­pi dove esse sono prive di autorità. Tanto più se non c’è neppure l’alibi della paura a condizionare i com­portamenti, ma c’è solo la ricerca dell’affermazione personale.

Né meno importante è pretende­re, anche per chi guarda da lonta­no, che chi rappresenta la collettivi­tà si adoperi concretamente e senza ambiguità per il ripristino della le­galità in quegli ambienti comples­si. Se l’identificazione del killer è av­venuta grazie alla diffusione del vi­deo, significa che anche in quelle zone dove lo Stato è assente c’è chi conosce il significato della propria responsabilità di uomo e di cittadi­no. Allora forse la strada per riporta­re le istituzioni all’autorità necessa­ria per riconquistare quella parte del Paese e consegnarle un futuro di possibilità è più facilmente per­corribile di quello che le immagini di quell’omicidio ci lasciano inten­dere. Ed abbiamo tutti un alibi in meno.

* figlio di Giorgio, avvocato e au­tore di «Qualunque cosa succeda»

Tratto da:
Il Corriere della Sera



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