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Tanti giovani e donne per la tre giorni dell'associazione fondata da don Ciotti PDF Stampa E-mail

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di Nando Dalla Chiesa - 25 ottobre 2009
Altro che Mourinho. La vera ‘special one’ è lei, Marika, l’unica responsabile regionale di un’organizzazione di massa in Italia...
 




... che di mestiere faccia la cassiera in un supermercato.
Marika è la coordinatrice di Libera in val d’Aosta. Passa la giornata a battere scontrini anche se è laureata in scienze delle comunicazioni con una tesi sui comportamenti dei mass media di fronte a un grande delitto di mafia. Non si cruccia per il suo attuale destino, sa che cosa sia la crisi, ma si tiene in allenamento con la sua laurea, facendo la corrispondente da Aosta per un grande quotidiano nazionale. Ogni volta che può, porta la sua faccia sorridente nei luoghi in cui si progettano imprese antimafia o si ascoltano i testimoni della lotta per la legalità. Marika rappresenta   bene il popolo di Libera riunito a Roma per la tre giorni di Contromafie, che chiude oggi all’Auditorium di via della Conciliazione dopo avere ricevuto, venerdì scorso, il
suggello di un intervento fuori programma del presidente della Repubblica. Bastano pochi secondi per avere   il polso estetico e anagrafico di questo popolo. Giovani, tanti giovani, vestiti nelle fogge più varie. Da quella eclettica del rasta al grigio-blu dell’aspirante prete, dallo zaino appiccicato alla schiena ai riccioli della ragazza in viaggio, dal giaccone del poliziotto in borghese agli scout. Molti in fila per avere una borsa colorata di Libera o per le magliette con le frasi simbolo dell’antimafia. Ma ci sono anche persone in età matura, la maggioranza donne. Insegnanti, assistenti sociali, casalinghe. E familiari di vittime, che qui trovano il calore e il rispetto che la società spesso nega. Ci sono preti veri. Sarebbe strano, d’altronde, che non ce ne fossero in un’associazione così fortemente segnata dal lavoro e dal carisma di don Luigi Ciotti, il suo fondatore. Ma, come un giorno ebbe scherzosamente a notare Francesco Forgione, da presidente laico della commissione parlamentare antimafia, i preti “sono veramente tanti”. Don   Tonino, don Antonio detto Tonio, don Marcello, e altri ancora, compresi diversi don Luigi (non Ciotti). In borghese. Ben mimetizzati, nessun tono da sacrestia e quindi difficilmente riconoscibili anche quando parlano.

Finché non te li trovi inopinatamente a celebrar messa in qualche occasione ufficiale. Don Milani, don Diana, padre Puglisi, ma soprattutto monsignor Tonino Bello, tornano come riferimenti obbligati nelle loro citazioni. I più giovani gradiscono. Basta guardarli. Ansiosi di sapere, raccoglitori entusiasti di aforismi, meglio se eredità di qualche eroe della lotta per la democrazia, che vi saprebbero snocciolare nel momento più impensato, anche a cena, a memoria. Martin Luther King o Antonino Caponnetto, Falcone e Borsellino o Anna Politkovskaja   : l’elenco è lungo e mai casuale. Sono sedicenni o diciottenni che seguono i propri insegnanti più impegnati, con l’aria deferente di chi è arrivato a un grande appuntamento. Ma anche ventenni venuti in proprio, oppure più adulti e già esperti di lavoro associativo o di mobilitazioni civili. Raramente hanno imparato la mafia attraverso le fiction televisive, di cui colgono imprecisioni e superficialità con la prontezza degli osservatori di razza. Quasi sempre si sono formati grazie a quel formidabile fiume carsico di cultura civile che è rappresentato dalle migliaia di incontri, seminari, convegni, presentazioni di libri, cineforum, realizzati in questi anni in tutta Italia. E che ha fatto sì che Peppino Impastato sia diventato una leggenda per i giovani delle valli bergamasche (minacciando il senso dell’identità leghista) o che la terribile storia di Rita Atria, morta suicida a diciassette anni, commuova le scuole del Piemonte o   dell’Emilia. Tra loro ci sono molti di quelli che ogni anno (sono migliaia in tutto) vanno da nord verso sud a offrire lavoro gratuito sui terreni confiscati alle organizzazioni criminali.

Uno dei loro principali punti di riferimento si chiama Gianluca Faraone: è il giovane presidente della cooperativa “Placido Rizzotto”, ormai giunta, anche grazie alle consulenze di Slow Food, a livelli di eccellenza nel vino bianco. Gianluca porta i suoi occhialini tondi e il suo ciuffo biondo scuro in giro per l’Italia, per fare sapere che nella storia i corleonesi non sono solo Riina e Provenzano ma anche, appunto, Placido Rizzotto e i suoi compagni. Lo ribadisce con orgoglio, mentre don Ciotti se lo coccola con gli occhi. Visto che Gianluca è un po’ il simbolo di quel grande movimento   , da lui inventato, che portò a metà degli anni ‘90 a raccogliere un milione di firme affinché dei beni confiscati si potesse fare un uso sociale, una fonte di lavoro pulito. Cerca di essere severo, don Ciotti, anche con queste sue creature. Le invita a non cercare applausi e a lavorare sodo. Esempio dei costumi in vigore nell’associazione, sui quali occorrerebbe riflettere: chi ha esperienza di politica e di associazionismo coglie in questo una diversità radicale. Le tessere di adesione non contano per fare maggioranze interne. Qui alle maggioranze non ci pensa nessuno. Nessuna possibile ambizione di carriera. Gli incarichi li propone don Ciotti. E a tutti va bene, nessuno protesta reclamando “democrazia”. Per la semplice ragione che le sue decisioni rispecchiano criteri di moralità. Per il confortante motivo   che se qualcuno fa il furbo viene prontamente emarginato, mica va avanti come nei partiti. Chi non ne può più di impegnarsi in ambienti arrivisti e inquinati, trova qui, alla fine, una specie di oasi per militanti delusi e orfani delle buone utopie. Con una garanzia: che ‘Luigi’ alla fine le sue scelte le compie   solo su un parametro, i meriti sul campo. Nulla di più democratico.

È un popolo informato, quello di Libera. Difficilmente chi gli parla può raccontare frottole. Anche la casalinga, qui, ne sa di mafia, di camorra e di ‘ndrangheta. Più di tanti parlamentari e sindaci. A volte questa sapienza ha qualcosa di enciclopedico che ti sconcerta. Perché fatti di cronaca, secondari anche per uno studioso, assumono qui un valore centrale, dovuto magari a un incontro umano, a una testimonianza ascoltata in una parrocchia o in una scuola. Trovi giovani che si sono letti tutto Travaglio e Saviano imparando a memoria gli episodi di collusione dei politici. Segni di una debolezza dell’informazione ‘ufficiale’ alla quale loro reagiscono cercando altre fonti, in perfetto spirito autodidatta. Per questo Libera ha siglato decine di protocolli con le università italiane. Nel suo popolo ci sono docenti universitari che hanno   fatto una scelta eccentrica rispetto al sapere più classico delle istituzioni. Da Stefania Pellegrini, la combattiva sociologa del diritto bolognese che da anni fa seminari per centinaia di studenti di tutte le facoltà, si tratti di giurisprudenza o di farmacia, ad Alessandra Dino, sociologa palermitana che mescola nei suoi affollati seminari nazionali studenti, cancellieri di tribunale e commissari di polizia. Su tutti e tutto veglia, in nome e per conto di don Ciotti, la pasionaria Gabriella. In “un’altra vita”, come dice lei, “campionessa italiana di maratona”. Ora ha al suo fianco l’efficiente timidezza di Simona. La maratona però sembra quasi una metafora di questa associazione.   Perché anche uno dei suoi nuovi beniamini, Rachid, palermitano di colore, è stato campione di maratona tanto da avere rappresentato l’Italia alle Olimpiadi di Sidney. Rachid, che venerdì ha avuto un’ovazione, oggi usa l’atletica per tirar fuori i ragazzi delle borgate di Palermo dalle tentazioni di Cosa Nostra. La maratona. Come a dire “non si vince correndo i cento metri”, la vittoria in poco tempo non si ottiene. Tempo e fatica. E poca gloria. Solo il piacere di fare le sfide che contano.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano


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