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Antimafia Duemila

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La Cina esporta radiazioni PDF Stampa E-mail

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di Federico Rampini
La Cina esporta acciaio radioattivo
Trenta tonnellate di acciaio contaminato in Italia. I casi a rischio sono in aumento




Pechino

Acciaio radioattivo in Italia, farmaci anticoagulanti in America, ravioli al pesticida in Giappone: in poche settimane il made in China è incappato in una nuova serie nera. Gli scandali si susseguono in tutto il mondo rilanciando l´allarme per la sicurezza e la salute dei consumatori. Sembra un remake degli avvenimenti dell´estate 2007, quando si moltiplicarono le scoperte di importazioni nocive. Gli avvenimenti di questi giorni rilanciano i dubbi sull´affidabilità delle autorità cinesi, che alternano le promesse di rafforzare i controlli e le reazioni sdegnate contro presunte "montature" straniere. FEDErico rampini
L´ultima rivelazione è di ieri: sono penetrate in Italia attraverso il porto della Spezia 30 tonnellate di acciaio inox radioattivo. Provengono dal più grande impianto siderurgico del mondo, del gruppo cinese Tysco. I carabinieri del Comando Tutela Ambiente hanno sequestrato il materiale che è finito nelle provincie di Parma, Milano, Treviso, Mantova, Lucca, Frosinone, Latina, Campobasso e Brindisi. Contaminato dall´isotopo Cobalto 60, quell´acciaio ha una radioattività elevata che impiega sei anni a dimezzare la sua carica. È stato lavorato da fonderie italiane che lo hanno messo in commercio per la produzione industriale di camini, serbatoi, cappe e ciminiere. Trattandosi di un semilavorato la legge italiana non prevede che sia sottoposto a controlli radiometrici prima di essere sdoganato. Perciò la radioattività è stata scoperta solo sugli scarti di lavorazione.
Le sorgenti di cobalto sono usate nelle acciaierie per misurare lo spessore dei rivestimenti degli altiforni. Un eccessivo sfruttamento degli impianti cinesi della Tysco, la mancanza di manutenzione e di controlli, possono spiegare che il materiale radioattivo si sia fuso con l´acciaio inox prima di essere esportato in Italia. In contemporanea finisce in prima pagina del New York Times il «caso eparina». Già 21 pazienti americani sono morti dopo avere ingerito quel farmaco anticoagulante. I medicinali incriminati sono tutti prodotti dalla società Baxter International usando un principio attivo made in China. Solo dopo che è scattato l´allarme per le morti sospette, la Food and Drug Administration americana è riuscita a risalire lungo la catena dei fornitori. Ha trovato dei problemi seri nello stabilimento della Changzhou Spl, un´impresa cinese a ovest di Shanghai, che a sua volta compra il principio attivo dell´eparina da una miriade di piccole fattorie familiari.
Il procedimento è rudimentale: i contadini cinesi raschiano dalle membrane intestinali dei maiali una mucosa che contiene la sostanza anticoagulante. Nessun ispettore sanitario cinese è mai stato visto nella fabbrica Changzhou, né tantomeno nelle aziende agricole che l´approvvigionano.
Tra Tokyo e Pechino da qualche settimana è salita la tensione diplomatica per la «crisi dei ravioli». Dieci consumatori giapponesi sono stati intossicati da ravioli al pesticida, made in China. In un paese dalla cultura salutista il panico ha fatto scomparire molti prodotti cinesi dagli scaffali dei supermercati.
L´indignazione dei giapponesi è accentuata dalla mancanza di cooperazione della Repubblica popolare. La polizia cinese ha aperto e chiuso un´inchiesta frettolosa, arrivando a una conclusione sconcertante. «Escludiamo che il pesticida sia stato introdotto dai produttori», ha dichiarato Yu Xinmin, uno dei massimi dirigenti del ministero della Sicurezza di Pechino. Gli inquirenti cinesi hanno avanzato una singolare teoria del complotto: il pesticida deve essere stato aggiunto in Giappone, probabilmente da malintenzionati che vogliono sabotare le relazioni tra i due paesi. L´opinione pubblica nipponica è esterrefatta ma i politici non osano alzare troppo la voce: tra due mesi attendono la storica visita del presidente Hu Jintao a Tokyo, la prima di un leader cinese da un decennio.
Se il 2008 si è aperto con i ravioli al pesticida, l´eparina e l´acciaio radioattivo, il 2007 non era andato meglio. In America una strage di animali domestici era stata provocata da mangime made in China tossico. Dentifricio cinese contaminato da solventi chimici era finito nelle scuole e negli ospedali degli Stati Uniti; a Panama aveva provocato decine di morti. Sequestri delle autorità sanitarie in tutto il mondo avevano colpito frutti di mare e pesce congelato cinese con dosi elevatissime di antibiotici. Anche allora le reazioni di Pechino sono state ambivalenti. Il primo riflesso del regime autoritario è negare l´evidenza, evocare campagne diffamatorie di lobby protezionistiche straniere. «Il 99,9% delle nostre esportazioni sono perfettamente sicure», fu la dichiarazione ufficiale più ripetuta nel 2007 da diversi ministri cinesi. E almeno in un caso i cinesi hanno avuto ragione: la multinazionale americana Mattel, dopo aver ritirato milioni di Barbie e giocattoli contaminati dalla vernice di piombo, ha dovuto ammettere che la responsabilità era sua. Il clamore degli scandali tuttavia ha ottenuto qualche risultato. Con una concessione senza precedenti, a dicembre Pechino ha autorizzato gli ispettori sanitari Usa a recarsi in Cina per effettuare controlli alla fonte. Ma i governi occidentali hanno mezzi troppo limitati. Nel solo settore agroalimentare le imprese cinesi che esportano all´estero sono 450.000, i loro subfornitori sono 200 milioni di aziende agricole spesso a gestione familiare. L´authority di Pechino per i controlli sanitari a dicembre ha annunciato di aver chiuso 2.800 fabbriche non in regola e di aver sequestrato 20.000 tonnellate di prodotti scadenti o pericolosi. Per la vastità del territorio e del tessuto produttivo cinese, nessuno è in grado di controllare la veridicità di quelle affermazioni.

LA REPUBBLICA EDIZIONE NAZIONALE  2 MARZO 2008
 
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  • La Rivista
    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
    Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”.
    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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