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Antimafia Duemila

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I super boss PDF Stampa E-mail

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di Attilio Bolzoni
Una carriera col padre come modello. Tra agganci coi politici palermitani e traffici al porto Rolex e femmine, la bella vita del "picciriddu".
Per due anni Salvuccio viene intercettato: "Così svelò i segreti del clan"






Sui killer della strage di Capaci disse a un amico: "Sono stati dei veri uomini!"
"Se penso a quello che ha fatto mio padre col pizzo... noialtri oggi neanche l´1%"

La giustizia italiana libera il giovane uomo che ha nelle mani il destino della mafia di Corleone. Libera ù picciriddu, Salvuccio, la gioia degli occhi di suo padre Salvatore Riina detto il Corto. È il solo maschio della stirpe che non è rinchiuso in gabbia, gli altri sono sepolti dagli ergastoli. Scarcerato. Con il nome che porta è una libertà che forse sarà peggio di una condanna.
Somiglia tanto al vecchio «zio Totò» questo ragazzo che ha l´orgoglio delle sue radici, che ha per mondo Corleone e solo Corleone. Aveva appena tredici anni quando presero il capo dei capi sulla circonvallazione di Palermo, due giorni dopo Giuseppe Salvatore Riina era già inginocchiato al cimitero del paese a pregare sulla tomba del nonno. Sangue puro di Corleone. Dicono che suo padre - uno che non perdona - l´abbia perdonato. Si era comportato come mai avrebbe dovuto il figlio prediletto. Si era «mischiato» ai palermitani, aveva fatto quello che un vero corleonese non avrebbe fatto mai, aveva cercato la «bella vita», femmine, Rolex, sarti. E soprattutto aveva parlato assai. Per gli sbirri, la sua vita era diventata come un libro aperto. Per due anni gli avevano rovistato fin dentro il cervello. Una microspia. La microspia che gli ha fatto conoscere per la prima volta la galera.
Era piccolo, quasi un bambino quando lo abbiamo visto su quella moto sulle «trazzere» che salivano e scendevano fra le colline di Corleone, erano campagne che aveva già attraversato. Era cresciuto lì. Era cresciuto lì con suo padre che era latitante da 24 anni e 7 mesi. Se lo ricorda ancora Vito il benzinaio, quello del distributore appena fuori dal paese. «Salvo, non posso, ho solo la benzina per le forze dell´ordine», gli balbettò nei giorni dello sciopero dei Tir e del carburante razionato. «Vito, la tua forza dell´ordine sono io», gli ringhiò Salvo ù picciriddu. Un bidone di quaranta litri si portò via quella volta. Un mese prima avevano portato in caserma lui e suo fratello Giovanni per quella lapide alla memoria di Falcone, era sfigurata, presa a pietrate sulla piazza del paese. I carabinieri lo avevano denunciato, in sei patteggiarono ma non fecero nomi. Si salvò Salvuccio e si salvò ancora un anno dopo quando il fratello più grande Giovanni si prese l´ergastolo per tre omicidi a Corleone, tre poveri cristi che - immaginava lo zio Leoluca Bagarella - volevano rapire o uccidere «i figli del boss». Non c´entravano niente. Li hanno massacrati a colpi di kalasnikov. Restò l´unico fuori anche allora Salvuccio. Per poco però.
«Tu, prima di farmi conoscere uno mi devi portare il pedegree, non si può più prendere il caffè con nessuno, io non posso dare confidenza a quattro scafazzati», urla il figlio di Totò Riina a un amico che gli presenta i rampolli della mafia palermitana. Gli Spadaro. Gli Enea. I Rotolo e i Senapa. Ha 23 anni quando «scende» a Palermo. Per conquistarla come aveva fatto suo padre. Traffica con qualche politicante, si prende i lavori al porto, cerca agganci per l´Agrimar, la sua concessionaria di trattori al paese. Ogni suo respiro è ascoltato dai poliziotti. Per due anni, dagli inizi del maggio del 2000 al 5 giugno del 2002.
Una sera Salvuccio è sulla sua Audi che sfreccia verso Punta Raisi, è proprio all´altezza dello svincolo della strage, Capaci. È insieme all´amico Salvatore Cusimano, ma è un monologo quello che sentono nelle cuffie gli investigatori. Solo la voce del giovane Riina: «Uomini!, ne hanno pagato le conseguenze ma sono stati uomini, ci fu troppo accanimento e poi scivolò la palla, nel ‘92, a maggio. Questa strage, a luglio l´altra, poi giustamente a gennaio a mio padre l´hanno arrestato». L´amico non osa fiatare. Ricomincia a parlare Salvuccio: «Io non so come sarebbe andata a finire, se allo Stato lui non ci avrebbe fatto calare le corna... e dirgli allo Stato: qua ci siamo noi, qui comandiamo noi. E invece chi lo ha sostituito non ha avuto il fegato... «È un vulcano che vomita informazioni in quei ventiquattro mesi il più piccolo dei Riina. Ricorda: «Se penso a quello che ha fatto mio padre di pizzo, noialtri oggi non possiamo fare neanche l´1 per cento». Consiglia: «Oggi ci vuole il 730, il 740 con questo Stato di merda, e così ti puoi comprare qualcosa, se ti chiedono come te lo sei comprato tu gli rispondi: ma io guadagno. Purtroppo bisogna giustificare, devi sapere riciclare i soldi illè e li devi fare spuntare original». Gli chiede un amico: «Me lo vuoi spiegare perché i pentiti, ora per Berlusconi o per Andreotti, non sono valevoli?». Salvuccio sbraita: «Minchia, sullo strapotere di merda che hanno loro, non parliamo di queste cose, te lo giuro che mi schifo a essere giudicato da quattro merde». Eccolo ù picciriddu a volto scoperto, eccolo il figlio di Totò Riina detto Il Corto che torna a Corleone.
 

LA REPUBBLICA 29 FEBBRAIO 2008




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