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Antimafia Duemila

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La storiella del giudice Borsellino ucciso dalla mafia PDF Stampa E-mail
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La storiella del giudice Borsellino ucciso dalla mafia
Pagina 2

strage_viadamelio.jpg

di Benny Calasanzio
Oggi è chiaro che ad uccidere Paolo Borsellino non furono solo Riina & Co..."

o capisco che è molto più facile dire e scrivere che il giudice Paolo Borsellino sia stato ucciso dalla mafia. Capisco anche che è molto più semplice raccontare alle nuove generazioni che in Sicilia tanto tempo fa un giudice eroico fu ucciso dalla mafia e dai mafiosi perchè non dava loro tregua. Sarebbe semplice, efficace ed eterno. Chi vuole può continuare a raccontarlo così quel “fatto”, tenendo presente che quella verità, quella della matrice mafiosa della strage, è una verità al 50%, depurata. Oggi è perfettamente chiaro che ad uccidere Paolo Borsellino il 19 luglio 1992 non furono solo Riina & Co., ma ci fu un concorso di colpe e complicità, tra mafia, servizi segreti e una certa politica. L'ultimo tassello, quello che avrebbe inchiodato nomi illustri e spiegato circostanze misteriose, è rappresentato da un'agenda. Piccola, con la copertina rossa, regalata a Paolo Borsellino dall'Arma dei Carabinieri. Il giudice la portava sempre con sè, e nell'ultimo periodo appuntava su di essa ogni avvenimento, ogni incontro, ogni pensiero relativo alle indagini, alle scoperte, agli interrogatori dei nuovi pentiti. Quell'ultimo tassello, però, manca. Quel giorno in Via D'Amelio la borsa di pelle di Borsellino fu ritrovata sul sedile posteriore della Croma. Intatta. Ma dell'agenda rossa, nessuna traccia. C'era ancora il costume del giudice umido. Ma l'agenda no. C'è una foto però che pone nuovi interrogativi nella storia di quegli appunti. Un uomo, sul luogo della strage, con la borsa del giudice in mano. Sullo sfondo fiamme e distruzione. È Giovanni Arcangioli, all'epoca capitano dei carabinieri. Si allontana dai rottami in fiamme. Il capitano racconta ai pm di Caltanissetta (dove le indagini per i mandanti a volto coperto della strage sono ancora in corso) che consegnò la borsa a due magistrati: l'ex pm del maxiprocesso Giuseppe Ayala, e Vittorio Teresi, sostituto del procuratore generale. Teresi nega categoricamente la ricostruzione di Arcangioli: “Tutto falso”. Ayala dice di averla presa materialmente dall'auto e consegnata ad un carabiniere. Arcangioli ha raccontato di aver aperto la borsa con Ayala e di aver constatato che l'agenda rossa non c'era per consegnarla successivamente ad un altro carabiniere. Anche Ayala smentisce tutto. Sul posto c'è anche Felice Cavallaro, giornalista del Corriere, che racconta di aver visto Ayala prendere la borsa dal sedile posteriore e consegnarla ad un carabiniere e ad un ufficiale. Nella foto dove Arcangioli ha in mano la borsa, la borsa è integra, senza bruciature, che appariranno però su quella recuperata dall'auto. Il dato è uno ed incontestabile: la borsa è prelevata alle alle 17.30 da Arcangioli e ricompare nello stesso punto alle 18 (senza l'agenda). Quindi il capitano l'ha prima rimossa e poi rimessa a posto. E su questo non ci piove. Perchè questa volontaria e deliberata alterazione degli oggetti sul luogo della strage? Cosa cercava? Cosa doveva controllare? Cosa doveva far sparire da quella borsa? Il mistero dell'agenda è solo parte di un contesto, quello del 1992, molto inquietante. È un anno molto delicato. Dopo la morte di Falcone la mafia propone delle condizioni allo Stato per trovare un accordo. Se lo Stato si fosse piegato ad alcune richieste la stagione delle bombe sarebbe finita. Ma Paolo Borsellino non avrebbe mai dato il suo assenso a queste trattative, e ancor meno sarebbe rimasto zitto; non avrebbe mai avuto a che fare con i carnefici di Giovanni Falcone. Per porre un freno alla deriva politico-istituzionale dell'Italia, sull'orlo di una crisi delle fondamenta democratiche, esposta ad un golpe, massacrata dalla mafia, una trattativa segreta con Cosa Nostra poteva sembrare l'unica via di scampo. E infatti la trattativa parte: il capitano De Donno subito dopo la strage di Capaci inaugura una serie di incontri con l'imprenditore palermitano Vito Ciancimino, uomo di acclarata mafiosità e vicino a Provenzano e sindaco durante il “sacco” di Palermo. De Donno crede che quello potrebbe essere il canale per arrivare alla cattura di Riina. Dopo Via D'Amelio anche il colonnello Mario Mori partecipa agli incontri con il mafioso. I due militari dicono che la trattativa ad un certo punto si interrompe: non si fidano di Ciancimino. Ma Riina confida ai suoi che il canale è stato aperto. E dice anche di aver consegnato il famoso “papello”, un elenco di richieste allo stato: annullamento del maxiprocesso, abolizione della legge Rognoni-La Torre sul sequestro dei beni, una nuova legge sui pentiti, l'abolizione del decreto Martelli, il 41 bis. O si accettano queste condizioni o tutta l'Italia sarà trasformata in campo di battaglia. Quando Ciancimino viene arrestato e il canale si interrompe, effettivamente cominciano le bombe del 93, a Roma, Firenze e Milano. Finiranno solo dopo il fallito attentato dell'Olimpico e la vittoria alle politiche di Silvio Berlusconi. Perchè la guerra mafiosa si è fermata all'improvviso? Le richieste sono state accettate? Il dato di fatto è che subito dopo le elezioni Forza Italia abbia presentato varie proposte di legge nel senso richiesto dai mafiosi: una fra tutte la proposta di attenuazione del 41 bis. Borsellino era un ostacolo enorme, sia per i mafiosi, sia per quella parte di Stato che premeva per la trattativa. Un ostacolo a sua volta costantemente ostacolato dal procuratore della Repubblica Giammanco, che gli vieterà di indagare su Palermo e lo relegherà alle indagini sulla mafia di Trapani e Agrigento, salvo concedergli la competenza su Palermo alle sette del mattino del 19 luglio. Poche ore dopo Borsellino morirà. Tempismo perfetto. Lo stesso Giammanco ignora le richieste di pentiti illustri che chiedono di parlare solo ed esclusivamente con Borsellino.

 
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