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La storiella del giudice Borsellino ucciso dalla mafia PDF Stampa E-mail
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La storiella del giudice Borsellino ucciso dalla mafia
Pagina 2
Non lo comunica nemmeno al giudice, e gli concede di fare i colloqui solo quando è con le spalle al muro, quando Borsellino, come al solito, viene a saperlo da terzi. Giammanco è lo stesso che gli nasconde l'informativa dei Ros che annunciava un imminente attacco al giudice, cosa che Borsellino apprende, per caso, in aeroporto dal ministro Andò. Che diritto aveva di saperlo? Qualcuno però dovrà chiarire, come già chiesto dal fratello del giudice, Salvatore Borsellino, cosa accadde il primo luglio 1992, quando, mentre Borsellino sta interrogando il pentito Mutolo a Roma, che ha preannunciato dichiarazioni esplosive sul giudice Signorino e sul dott.Contrada (poi condannato per mafia) squilla il telefono. E' il Ministero degli Interni. Borsellino assieme ad Aliquò si precipita al Viminale. Dice al pentito che si deve sospendere il colloquio per qualche ora perchè lo ha appena chiamato il ministro Mancino. E lo scrive anche su un altra agenda, quella grigia: Mancino. Il pentito dice che al suo ritorno Borsellino era così nervoso che aveva due sigarette accese in mano e gli confidò di aver incontrato, a sole 48 ore dalla strage, il capo della Polizia dott.Parisi e proprio il dott.Contrada. Circostanza ritenuta plausibile da Aliquò che però non entrò assieme a Borsellino nella stanza del ministro. Mancino dice di non ricordare quell'incontro, ma di non poterlo escludere. Una scelta perfetta per poter un giorno dire, di fronte a delle prove, “non avevo negato l'incontro”. La definirei una scelta viscida degna del personaggio. Come si fa a ricordarsi di uno qualunque come Borsellino? E' un incontro come un altro. Non aveva convocato e incontrato il magistrato più importante d'Italia. Cosa accadde di così importante da convocare Borsellino e costringerlo ad abbandonare un interrogatorio così importante? Cosa ci faceva Contrada? Fu forse proposto al giudice il famoso patto di non belligeranza che egli di sicuro rifiutò sdegnosamente? In effetti Borsellino era l'unico da convincere e senza di lui non si sarebbe andato da nessuna parte. A darci un quadro abbastanza chiaro sono le deposizioni di Giovanni Brusca, killer di Falcone. “Borsellino muore per la trattativa che era stata avviata tra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato, dopo la strage di Capaci, ne era venuto a conoscenza e qualcuno gli aveva detto di starsene zitto ma lui si era rifiutato. A Borsellino era stato proposto di non opporsi alla revisione del maxiprocesso e di chiudere un occhio su altre vicende”. Brusca racconta di aver appreso queste cose direttamente da Riina. Qualcuno dovrà spiegare perchè un membro del commando di Via D'Amelio, Gaetano Scotto, chiama dal suo telefono nel febbraio del 1992 un utenza del Cerisdi, il centro di formazione per manager sul monte Pellegrino, che avrebbe ospitato fino a pochi giorni dopo la strage una base del Sisde. E perchè da quel centro partono le chiamate che in ottanta secondi informano Bruno Contrada della strage e, probabilmente, del suo buon esito. Contrada, che nel 1981, secondo la sentenza, avvertì Totò Riina di un blitz imminente, consentendogli di scappare e di fare quello che poi fece. Qualcuno dovrà spiegare ai familiari del giudice e all'Italia intera, perchè, come chiesto quotidianamente dagli uomini della scorta, non sia stata istituita in Via D'Amelio, un budello di asfalto senza via di scampo, una semplice zona rimozione, in modo che nessuno avesse potuto parcheggiare lì. In fondo erano tre le tappe di Borsellino: la Procura, la chiesa e la casa della madre in via D'Amelio. La mafia lo avrebbe potuto colpire in quei tre luoghi. Ma nessuno fece nulla. Borsellino non doveva salvarsi. A confermare quanto tracciato sopra, la Corte d'Assise di Caltanissetta, nella sentenza del processo “Borsellino ter” afferma che “risulta quantomeno provato che la morte di Paolo Borsellino non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì per esercitare una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato e indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica. Proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi, come Borsellino, avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa Nostra e di arretramento dell'attività di contrasto alla mafia levandosi a denunciare, anche pubblicamente, dall'alto del suo prestigio professionale e della nobiltà del suo impegno civile ogni cedimento dello stato o di sue componenti politiche. E d'altronde, proprio tale finalità di destabilizzazione fornisce una valida spiegazione del breve intervallo temporale, cinquantasei giorni, intercorso tra la strage di Capaci e quella di Via D'Amelio” . Questa è la storia, quella vera. Alcuni passaggi di questo post sono stati presi dal libro “L'agenda rossa di Paolo Borsellino”, di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizzo, libro che ricostruisce cosa avrebbe contenuto l'agenda rossa attraverso testimonianze dei familiari, dei colleghi e degli amici del giudice. lunedì 25 febbraio 2008 16:05

 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


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