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Terzo Millennio Anno VII° Numero 1 - 2008 N°57 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VII° Numero 1 - 2008 N°57
La Cina non e' il nemico
L'indipendenza unilaterale del Kosovo, miccia innescata nei Balconi
La TV russa e' piu' sovietica che mai
Quel trascurabile sentimento chiamato rimorso
Arrestato Alvarez: e' la fine di un'epoca
Acque merce di mercato
La Funima International per Libera l'acqua

 

La TV russa è più sovietica che mai
di Giulietto Chiesa

 

Se c'è un posto e un momento in cui ancora si può vedere l'Unione Sovietica, viva e vegeta, anzi pimpante, è la televisione russa – tutte le reti televisive russe all'unisono – in queste feste dei “Natali” e dei “Capo d'anni” occidentali e orientali. Noi ne abbiamo uno solo, per tipo, loro hanno tutto doppio, e festeggiano il doppio, mentre tutto è fermo fino al 14 gennaio. Giorni e giorni interi, ripieni come i pelmeni (ravioli russi) di canzoni russe cantate da artisti di tutte le quindici repubbliche, che non saranno più sovietiche ma che qui si presentano – e sono – “sorelle” come non mai, sedici anni dopo un divorzio che più strano non avrebbe potuto essere.

Forse più “sorelle” adesso che mai prima, quando lo erano per forza. Sembra il festival di Sanremo dell'URSS, con la SofiaRotaru moldava che si alterna su tutte le reti alla russa Alla Pugaciova, un po' appesantite dagli anni ma arzille, applaudite e osannate dal pubblico della media età di nove fusi orari. E dietro di loro decine di cantanti, maschi e femmine, di tutte le repubbliche, giovani e meno giovani, complessi rock dalla Kirghizia, melodici dall'Uzbekistan, una fila di acclamati georgiani e georgiane, divi provenienti dalle steppe kazake e dalle montagne armene.

Applausi fraterni per tutti e solo qualche leggero tocco di sarcasmo nei commenti sapientemente calibrati dei presentatori e presentatrici verso i baltici vicini e ormai lontanissimi. Tanto calibrati che non è difficile immaginare un sapiente lavoro redazionale dietro le quinte. Loro sì che went west (sono andati in occidente) , come suonava una canzone dei Pet Shop Boys. Il fatto, molto comico, è che in questo capodanno televisivo russo i Pet Shop Boys sono venuti anche loro all'est. E Laima Stanislavovna Vajkule, lettone classe 1954, è in fila per cantare, non in lettone ma in russo, anche per i russi del Baltico, abbarbicati agli schermi di Mosca con gli spasmi di nostalgia di chi sa bene che non si potrà più tornare indietro.

La differenza, rispetto ad allora, è che allora la TV sovietica faceva spesso vedere e sentire canzoni in altre lingue sovietiche. Adesso non c'è più questo imbarazzo. È la Russia che canta e tutti le si inchinano. Anche perchè per decine, centinaia di artisti, musicisti, registi, scrittori, pittori, designers, stilisti – insomma adepti di tutte le muse ex sovietiche – è Mosca la capitale, e il russo la lingua comune. In fondo niente di più ovvio, perchè è la Russia dove lavorano, dove vendono le loro opere. E' in Russia che molti vivono stabilmente, o tornano molto spesso. E' la Russia che li ospita e li onora. E' perfino attraverso la tv e la radio russe che raggiungono gli spettatori dei loro paesi natii, anche loro in gran parte sintonizzati sulle stesse reti.

Anche perché quei popoli sembrano ostinatamente mantenere gli stessi gusti di allora, gradire le stesse melodie e coltivare gli stessi sentimenti, malgrado il bombardamento di stili e contenuti occidentali cui sono stati sottoposti in questi sedici anni trascorsi. Certo l'occidente continua a restare sullo sfondo, come una meta, o un sogno, ma molte illusioni sono già svanite e, alla fin dei conti, nessuna tv europea o americana avrebbe posto per loro.

Insomma Mosca è rimasta la loro stella polare e non poteva essere altrimenti. Anzi, i primi a capirlo sono stati proprio i nuovi “stranieri in patria”: prima dei russi che, distratti, guardavano e ancora guardano a Londra e New York, senza rendersi conto che non c'è posto per loro nello show globale che si rinnova ogni giorno, vorticosamente, demolendo i miti del giorno prima con la furia iconoclasta della distruzione creativa.

Cose incompatibili con lo spazio post sovietico, dove – come dice un antico proverbio siberiano – cento chilometri non sono distanza e cento anni sono solo un sospiro; dove tutto si conserva, magari arrugginito e impolverato, ma si conserva. Il politologo illustre - e ormai molto putiniano dopo essere stato un democratico durante la perestrojka - che mi guarda attraverso la tavola imbandita di una dacia di lusso dalle parti di Peredelkino, sbirciandomi tra una bottiglia di Moet Chandon e una di sovietskoe shampanskoe , sogghigna compiaciuto.

Nel suo garage ho intravisto una BMW da 80 mila dollari, affiancata a un fuoristrada imponente dello stesso valore all'incirca. Ma il motivo del suo sorriso ironico è che, tra un cantante sovietico e l'altro, sempre più numerosi, compaiono i nomi stranieri. Chi si ricorda più di Artemios Venturis Roussos, in arte Demis? Eccolo in pista a cantare i suoi successi degli anni '80, insieme a Gloria Gaynor, ai Bad Boys, e ai già nominati Pet Shop Boys. E poi gli italiani Ricchi e Poveri, Toto Cutugno, Pupo. Lunghe file, anche qui, di gente che è uscita dalla comune nei luoghi d'origine, ma qui, con cachet appena più modesti, ha ancora lo spazio per un florido mercato. Angela Brambati grida estasiata, di fronte a una platea sterminata e osannante che in Italia non vedrà mai più, “ ja rada ”, sono felice. Ormai dialogano col pubblico in russo, tanta e l'abitudine.

“Vede – mi dice il giornalista di un'altra dacia accanto – anche per loro noi siamo il refugium peccatorum. Vivono qui, sono diventati i nostri beniamini. Parlano russo, guadagnano bene. Tra un concerto e l'altro nelle cento città sovietiche, dove non smetteranno mai di invitarli, cantano ai matrimoni degli oligarchi e frequentano l'élite. Non c'è posto al mondo migliore, per loro. E tutti siamo contenti”

Non è difficile notare una punta acre di rivalsa in queste parole, pronunciate da una bocca russa che, quindici anni fa sputava sulla Russia e sui russi con la disinvoltura di chi pensa che la storia è ormai finita, e che ora si risveglia piacevolmente stupito, dopo aver dimenticato quello che allora credeva di pensare, con il petrolio a 100 dollari al barile e un paese di nuovo omaggiato, anche se denigrato e temuto.

Si celebrano, su tutti i canali, i trent'anni di Vremja, il telegiornale brezhneviano delle ore 21 della prima rete, che accompagnò la fine dell'URSS prima di venire comprato per quattro rubli da Boris Berezovskij. Sfilano i conduttori dell'epoca, trattati come eroi anche se il loro compito era quello di leggere testi scritti da altri secondo le regole della “lingua di legno”. Infatti nessuno, allora, gli credeva. Ma cosa è cambiato? Nemmeno oggi c'è traccia di satira politica. Alle canzonette si alternano interminabili passerelle di comici addomesticati che se la cavano sguaiatamente prendendo in giro i divi della tv e del cinema. Come da noi la TV parla di se stessa e la vita sta altrove.

E poi vanno in onda, uno dietro l'altro, i vecchi film sovietici, la commedia quasi neo-realista degli anni del socialismo realizzato. Le gonne sono intorno al ginocchio dappertutto, le scollature molto castigate. Solo la quarta rete, NTV, mette in onda serate semi-porno, con abbondanza di seni proprio nudi e molta enfasi “omo”: roba confezionata per il pubblico delle élites urbane e per i guardoni delle capitali ex sorelle. Ma le famiglie non guardano le tette di NTV, dunque lo scandalo è controllato. E, quanto a musica, lo schema melodico generale non ammette eccezioni. Di trasgressioni non c'è traccia in questa uniformità di bellezze sfavillanti e di volgarità universale, solo un po' meno sboccata di quella che vediamo nelle nostre tv.

La Russia risorge così sulle colonne di barili di petrolio e sui flussi possenti del suo gas, ma è come incatenata alla sua sconfitta. Le statistiche dicono che i morti sono più dei nati; che cresce il numero di coloro che non sanno chi fu Aleksandr Pushkin – scrive indignato Prokhanov sul giornale Zavtra, comunista e nazionalista – e nemmeno chi fu il maresciallo Zhukov. I villaggi della provincia muoiono insieme all'agricoltura, demolita dalla terapia choc di Gaidar-Eltsin. La scuola e l'università sono in disarmo e se vai in un negozio di ferramenta farai fatica a trovare qualcosa made in Russia . Il divario tra il 10% dei piì ricchi e il 10% dei più poveri è il più alto del mondo, molto più che in Cina, e il piccolo gruppo di oligarchi che detiene questa immensa ricchezza si è da tempo dimenticato della Russia, nonostante Vladimir Putin e il suo successore designato ripetano che è in testa ai loro pensieri.



 
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    Gioco criminale

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    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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