La Rivista
Editoriali
Terzo Millennio Anno VII° Numero 1 - 2008 N°57 | Terzo Millennio Anno VII° Numero 1 - 2008 N°57 |
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Arrestato
Alvarez: e' la fine di un'epoca
“In prigione un'icona della dittatura”, “Gregorio Alvarez in
prigione per 22 sparizioni nel 1978”, “Alvarez arrestato: non ha opposto
resistenza ed è isolato”. Sono alcuni dei titoli apparsi sui maggiori quotidiani di
Montevideo, in Uruguay, dopo l'arresto – avvenuto lo scorso 17 dicembre – del Tenente generale Gregorio C. Alvarez,
23 anni di servizio, emblema della dittatura uruguaiana e militare che ha
esercitato il maggior potere in questo nefasto periodo della storia
dell'Uruguay. Circa 18.000 le pagine di inchiesta nella quale il pubblico
ministero Mirtha Guianse aveva riportato i gravissimi casi di violazione dei
diritti umani perpetrati negli anni della dittatura (1973 - 1985) durante i
quali lo stesso Alvarez fu Capo dell'esercito e Presidente della Repubblica. E
solo 99 quelle del documento con cui il Giudice penale Luis Charles ha
condannato alla pena detentiva il militare ritenendolo responsabile di aver
deportato dall'Argentina – il 16 maggio del 1978 – e poi fatto sparire in
Uruguay, almeno 22 cittadini uruguaiani. Tanto che il capo d'imputazione con
cui è stato condannato risponde a quello di commissione reiterata di delitti
“di sparizione forzata”, regolato dall'articolo 21 della legge 18.026,
approvata nel 2006 e che prevede una pena minima di 2 anni di carcere e massima
di 25. Gregorio Conrado Alvarez Armelino nacque nel dipartimento di
Lavalleja il 26 novembre del 1925. Figlio e nipote di generali militari nel
1971 – all'età di 45 anni – raggiunse anch'egli il grado di generale assumendo
l'incarico di dirigente dello Stato Maggiore Congiunto (Esmaco ═ incaricato di
coordinare le operazioni di repressione della guerriglia urbana rappresentata
dal Movimento Nazionale di Liberazione Tupamaros). Nell'anno 1973, quando a seguito del colpo di stato i
militari presero il potere, Alvarez si trasformò in uno degli uomini forti del
regime occupando il posto di segretario permanente del nuovo Consiglio di
Sicurezza Nazionale (Cosena). E assumendo, nell'anno 1974, il comando della
quarta Divisione dell'Esercito con sede nel Dipartimento di Lavalleja. L'anno
successivo fu poi incaricato di presiedere la Commissione Affari Politici delle
Forze Armate e quindi nominato, nel 1978, Comandante a capo dell'Esercito . E'
proprio mentre rivestiva questo incarico che emise l'ordine 7777 con il quale
si rese responsabile di violazioni dei diritti umani nei confronti di detenuti
politici della dittatura. Un reato per il quale il giudice penale Luis Charles aveva
già condannato alla pena detentiva, l'11 settembre del 2006, otto tra militari
e poliziotti, accusati di privazione della libertà e associazione a delinquere
per aver fatto sparire un cittadino uruguaiano in Argentina nel 1976. E come
lui il pm, Mirtha Guianze, si è occupata di vari processi riguardanti
violazioni dei diritti umani operate nel corso degli anni della dittatura. Il pubblico ministero, ancora, chiese e ottenne il processo
per il presidente Juan Marìa Bordaberry, per l'ex cancelliere Juan Carlos
Blanco, oltre che per poliziotti e militari coinvolti nella sparizione in
Argentina, nel 1976, del cittadino uruguaiano Adalberto Soba. Il processo che ha aperto le porte del carcere al dittatore
Gregorio Alvarez è il risultato di una serie di istanze giudiziarie portate
avanti negli anni del governo di sinistra presieduto da Tabaré Vàzquez. Una
situazione politica che sicuramente ha agevolato il raggiungimento di questo
risultato, fermo restando che la Giustizia ha svolto il proprio lavoro seguendo
le norme giuridiche vigenti e in seguito alle denunce opportunamente
presentate. E tutte volte a fare chiarezza sulle violazioni dei diritti umani
perpetrate in Uruguay negli anni del Plan Condor, quando più di 200 persone furono
fatte sparire e sottoposte a tortura e a ogni tipo di sopruso, inclusi il
rapimento dei figli e il furto di valori e beni materiali operati dalle forze
di repressione uruguaiane e argentine. La prima volta che il dittatore Alvarez comparve davanti al
giudice Luis Charles e al pm Mirtha Guianze fu il 15 giugno del 2006, perché
accusato della sparizione del cittadino uruguaiano Washington Barrios. Più
avanti, il 3 maggio dell'anno successivo, fu interrogato dallo stesso giudice
in merito al secondo volo clandestino, risalente all'ottobre del 1976,
occasione nel corso della quale il dittatore rispose con enfasi: <<Non so
niente>>, <<Non sono a conoscenza del fatto!>>. Ancora, il 16 maggio del 2007, fu presentata al giudice
Charles l'ennesima denuncia contro il governo militare allora presieduto da
Alvarez per la deportazione di clandestini risalente al 1978 e, nell'ambito di
tale indagine lo scorso 5 novembre il Tenente Generale fu ascoltato per la
terza volta dal Giudice, il quale di lì a poco decise, finalmente, per il
rinvio a giudizio. E così, quando lunedì 17 dicembre gli organi di informazione
di Montevideo e le agenzie stampa internazionali diedero la notizia del suo
processo, quattro poliziotti dell'Interpol, su ordine di due ufficiali
superiori, bussarono alla porta di casa di un nipote del militare, presso la
quale lo stesso si trovava, per condurlo in Tribunale. Alla vista dei militari
Alvarez era rimasto impassibile e, consegnandosi, aveva dichiarato: <<Voi
state facendo il vostro lavoro>>. Quando il corteo di polizia raggiunse la sede dell'Interpol,
in Uruguay, nel cuore del Barrio Sur, ad aspettarli c'era la stampa locale e
internazionale che prese letteralmente d'assalto la macchina del Ministero
dell'Interno per poter immortalare l'immagine del dittatore in manette e a disposizione
della Giustizia. All'incirca a metà mattinata di quel memorabile lunedì – che
sicuramente rimarrà nella storia del nostro Paese – Gregorio Alvarez fu
condotto negli uffici del Comando di Polizia di Montevideo, mentre decine di
fotografi e cameraman rimasero ad aspettare fino a mezzogiorno la sua uscita
dall'edificio di reclusione numero 8 della Direzione Carceraria Nazionale,
situata in via Domingo Arena, nel barrio Piedra Blancas. Da quel giorno Alvarez è detenuto nella cella numero 6 del
settore A dell'edificio carcerario. In quello che nel passato fu un quartiere
militare, ristrutturato proprio per ospitare militari e poliziotti processati
per violazione dei diritti umani. A condividere la prigionia con lui il Capitano De Navìo,
Juan Carlos Larcebau, il Colonnello Carlos Calcagno – in attesa di estradizione
in Paraguay dove sarà giudicato per i delitti commessi nell'ambito del Plan
Còndor - il Colonnello Jorge Silveira e
i militari Ricardo Arab, Gilberto Vàzquez, Ernesto Soca, José Nino Gavazzo,
Uruguay Araujo, Luis Maurente e Ernesto Ramas e i poliziotti Ricardo Medina e
José Sande. L'ex dittatore ha sino ad oggi tenuto, con sorpresa di
tutti, un atteggiamento di superbia e non ha mancato di ironizzare sulla sua
stessa situazione, tanto che nel momento stesso in cui ha fatto il suo ingresso
nel carcere ha domandato ai presenti se fosse disponibile un servizio di
domestici. La cosa più stupefacente sarebbe però accaduta il giorno
successivo, quando, ammanettato, è stato condotto al cospetto del giudice. Secondo le notizie diffuse dalla stampa uruguaiana, il Dott.
Charles, che lo attendeva per assegnargli un avvocato d'ufficio- dopo che il
suo legale personale aveva rinunciato a difenderlo – avrebbe teso la mano al
detenuto per salutarlo sentendosi chiedere: <<E' un obbligo darle la
mano?>>. Una domanda alla quale il giudice avrebbe risposto di no,
<<è solo un atto di buona educazione>>, sarebbero state le sue
parole, alle quali Alvarez avrebbe quindi replicato: <<Allora non gliela
dò>>. Solo pochi minuti più tardi al giudice che lo informava di essere
rimasto senza difesa il detenuto avrebbe risposto, con la stessa sfrontatezza,
di volere un avvocato d'ufficio <<purché sia un comunista>>. Alcuni giornali di cronaca di Montevideo in quest'ultimo mese
hanno definito l'arresto di Gregorio Alvarez la fine un'epoca, l'abbattimento
del muro dell'impunità. Anche se molte organizzazioni per i Diritti Umani
pensano non sia ancora definitivamente calato il sipario. Secondo l'avvocato
Oscar Lopez Goldacena – che ha sporto denuncia contro Alvarez, causandone
l'arresto - <<deve essere infatti definitivamente provato chi coordinò la
repressione del 1978. Poiché altri elementi vanno aggiungendosi al quadro
probatorio del processo in corso>>. L'avvocato Hebe Martìnez Burlè – figura fondamentale nel
contesto giuridico uruguaiano, nel campo della difesa dei diritti umani – ha
dichiarato che è ancora in sospeso la denuncia congiunta che dodici avvocati
hanno presentato contro i capi della dittatura. Chiedendo che vengano
individuate anche le responsabilità dei comandanti dei voli clandestini a bordo
dei quali venivano trasportati i prigionieri. Da parte sua, il pm Mirtha Guianze – il cui lavoro è stato
determinante per spedire in prigione Juan Marìa Bordaberry e Gregorio Alvarez –
ha dichiarato ai giornalisti: <<Si è trattato del coronamento di un
lavoro duro, durato molti mesi, durante i quali ho impiegato molte ore a
studiare le carte. Tutti i processati sono coautori perché tutti hanno dato un
contributo decisivo ai fatti contestati. E i fatti in questione hanno in sé una
carica di orrore terribile, perché riguardano la violazione dei fondamentali
diritti umani: sparizioni forzate, donne violentate e bimbi in cattività. Non
possono che commuovere. In ogni caso la cosa più importante è ora quella di
cercare la verità dei fatti perché, chiunque ne sia il responsabile, quanto
accaduto possa non ripetersi mai più>>.
BOX1
Lo scorso 1° agosto 2007 Jorge Figuereido, nostro
collaboratore in Paraguay, ha prestato giuramento, come sostituto procuratore
di Coronel Oviedo, davanti alla Corte Suprema di Giustizia. |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Toghe Lucane: indagati, parti offese, reati
di Filippo De Lubac – Il Resto
Dall'atto di chiusura delle indagini preliminari, emergono gravissime
ipotesi di reato commessi: 1) dai magistrati nell'esercizio delle loro
funzioni apicali negli uffici della Procura Generale presso la Corte
d'Appello di Potenza, della Procura Antimafia di Potenza, della Corte
d'Appello di Potenza, della Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Matera, del Tribunale di Matera; 2) dai comandanti
nell'esercizio delle loro funzioni apicali presso gli uffici della
Polizia Giudiziaria presso la Procura Antimafia di Potenza e presso la
Regione Carabinieri di Basilicata; 3) da politici con mandato
parlamentare ricoprenti ruoli di governo
LEGGI TUTTO...
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-
Il coraggio di Paolo Borsellino
-
Uno studio sulla finanza mondiale
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