| La retorica della guerra e pieta' per i caduti |
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di Nicola Tranfaglia - 23 settembre 2009 Sono immagini a cui siamo stati costretti ad abituarci negli ultimi otto anni in Iraq come in Afganistan: pezzi di corpi umani dilaniati dal fuoco, mezzi di trasporto distrutti quantunque fossero di ferro o blindati. Può la retorica ufficiale e solenne usata dalla classe politica e militare del nostro paese far diminuire il dolore che ne scaturisce? Sicuramente no ed è piuttosto l'innocenza dei bambini e la disperazione dei familiari che ci spingono alla commozione e alla riflessione. Sono ormai cinque anni che siamo lì in un'operazione nata come risposta al terrorismo di Al Queida e che è divenuta sempre di più il tentativo di costruzione della democrazia in un paese asiatico che da decenni è percorso da guerre terribili e sanguinose e che è governato ancora da un gruppo dirigente, guidato dal presidente rieletto con molti brogli Garzai, che ha, al suo interno, signori della droga e della guerra. Chi è davvero il nemico che siamo andati a combattere come parte delle Nazioni Unite? Il terrorismo di Al Queida che ora si trova soprattutto nel Pakistan, i Taleban di Bin Laden o il Mullah Omar o una parte rilevante della società civile afgana che non può credere alla democrazia offerta da Karzai in questo tempo? Non è facile rispondere a questo interrogativo, come non è facile pensare a una vittoria militare, se non ci sarà una vittoria politica prima in quel paese. Ma, a quanto pare, il governo Berlusconi che si trova curiosamente ad avere l'on. La Russa come ministro della Difesa e l'ex democristiano di sinistra Scotti come sottosegretario agli Esteri, sostiene ancora che soltanto la lotta contro il fantomatico Bin Laden giustifichi e spieghi l'impegno militare italiano contro i Talebani che ha già provocato più di due decine di caduti in questo ultimo periodo. Gli altri aspetti fondamentali, come il problema del traffico di stupefacenti e la difficoltà persistente di creazione di regole democratiche e di elezioni senza brogli, non interessano il nostro governo e fanno sì che il problema del futuro sia legato soltanto all'invio di altri soldati e per quanto tempo in Afganistan. E' chiaro che la spedizione militare non può durare in eterno e dovrà
avere fine se i risultati continueranno ad essere non positivi ma il
problema è quello di trovare una strategia efficace in quel paese nel
quale è essenziale il consenso della popolazione, se si vuol arrivare a
sostituire l'attuale egemonia dei Talebani. Impresa, peraltro, molto
difficile e comunque non conseguibile con strumenti esclusivamente
militari come oggi anche i comandanti sul campo hanno incominciato
finalmente a comprendere.Un simile quadro, complesso e assai problematico e articolato, non è chiaro, per quanto possiamo credere, a tutti gli italiani giacchè il principale e maggior strumento di comunicazione, costituito dalla televisione pubblica e da quella commerciale, in gran parte omologate tra loro, offre piuttosto l'immagine di una retorica esteriore e accademica in grado di coprire tutto e persino la realtà nuda dei fatti ma di non far comprendere la complessità degli avvenimenti e dei problemi. In altri termini è importante, particolarmente per le nuove generazioni, mostrare che - come italiani - siamo chiamati a piangere i nostri giovani connazionali caduti nell'espletamento di un dovere civile cui erano tenuti secondo la costituzione e le leggi dello Stato. Ma, nello stesso tempo, dobbiamo chiedere alle nostre classi dirigenti e di governo di riflettere con serietà sulla spedizione militare in Afganistan, a chiedersi fino a quando ha senso restare in quel paese, a tener presente la necessità di mutamento della strategia e il prezzo sempre più alto che la missione richiede alle nostre truppe. Ci auguriamo che questo avvenga al di fuori di quella visione della guerra contro il terrorismo che l'ex presidente americano Bush aveva concepito e che oggi appare del tutto superata negli Stati Uniti ma anche nel nostro paese. Più realismo, insomma, e consapevolezza dei problemi. Meno retorica esteriore e lontana dai fatti. Questo crediamo di poterlo chiedere al governo italiano proprio dalla parte delle vittime di questo attentato di Kabul. Tratto da: nicolatranfaglia.com |
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