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Antimafia Duemila

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Marcello, lo stalliere e le leggi "ad mafiam"
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Il cerchio si chiude

La conclusione che il Pg Nino Gatto trae da tutte queste premesse è logica: “Dal fatto che Mangano non mentì a Cucuzza deriva logicamente che Cucuzza non poté mentire al Tribunale. Se, invece, si vuol sostenere il mendacio del collaborante, che si sarebbe inventato di sana pianta tutte queste storie (che poi hanno casualmente trovato riscontro documentale), allora bisogna trovare una ragione del perché egli lo abbia fatto, visto che alle sue rivelazioni non può appiccicarsi nemmeno la foglia di fico della millanteria attribuita a Mangano. Se si vuole sostenere il mendacio di Cucuzza, i motivi già esposti per dimostrare la veridicità di Mangano a proposito del decreto Biondi, valgono anche per lui, così come quelli esposti a proposito della legge di riforma della custodia cautelare, con queste differenze relativamente a quest’ultima:

- che, mentre Mangano ne avrebbe seguito l’iter - per così dire - in diretta, Cucuzza, che parla a legge già approvata, lo avrebbe invece ripercorso all’indietro e sapendo cogliere – da giurista quale egli non è – le differenze tra il testo di legge vigente al dicembre ’94, quello alla stessa data approvato dal Comitato ristretto e quello effettivamente approvato e in vigore al momento in cui parlava;

- che, mentre Mangano era certamente in rapporti con Dell’Utri, dottore in Giurisprudenza, interlocutore competente e interessato che avrebbe potuto promettere, informarlo ed essere informato delle gestazioni legislative degli Organi parlamentari, Cucuzza – e la differenza non è da poco – non aveva a che santo votarsi e poteva fare solo l’autodidatta.

E a proposito della possibilità dell’imputato (Dell’Utri) di promettere ed essere informato, è da rilevare che, secondo quanto dichiarato all’udienza del 6/7/2007 dal neocollaborante Maurizio Di Gati, proprio il presidente della Commissione, Tiziana Maiolo, della stessa fede politica, era particolarmente gradita a Cosa Nostra. Infatti Giuseppe Cammarata, capomandamento di Riesi (che ‘nel ’94,è stato uno dei promotori lui … a fare votare anche lui nella sua provincia per il Centrodestra’ e che ‘dopo che Forza Italia vinse le elezioni disse: adesso incominceranno a cambiare tante cose e…sempre a livello di Giustizia’), ‘mandava avanti questa Tiziana Maiolo… gli sentii dire davanti a me … è una di quelle che…favorevole a noi in poche parole, per potere cambiare questa benedetta giustizia un po’ a favore alla Cosa Nostra siciliana’. ‘Mi ricordo che, dopo neanche sette mesi –un anno, il governo del ’94 cadde e non…e si potè fare più niente’. Evidentemente Di Gati, mafioso di provincia e all’epoca semplice ‘soldato’, non aveva le entrature di Mangano e non poteva sapere del ‘Salvaladri’, che almeno ci aveva provato a ‘cambiare questa benedetta giustizia’… Da qualunque angolo si riguardi la questione, non è possibile rinvenire uno straccio di plausibile ragione per cui l’uno o l’altro abbia mentito”.

E non basta ancora: il Pg elenca ”altri elementi di prova, che confermano la sua attendibilità e la fondatezza dell’accusa”. Quando, al processo Dell’Utri di primo grado, Cucuzza specifica che Mangano incontrò Dell’Utri a Como dopo il decreto Biondi, i pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo gli domandano: “E prima del decreto Biondi vi furono altri incontri o no?”. Cucuzza risponde: “No, io non lo so, i rapporti c’erano, quando Mangano era fuori vicino a Salvatore Cancemi questi rapporti c’erano, lui i rapporti li ha tenuti dopo la sua scarcerazione, lui riuscii a tenere questi contatti, ad agganciare questi contatti, però che io ricordo il fatto specifico di quelle modifiche lui ne parlò prima o comunque immediatamente dopo che io uscissi, quando io non avevo ancora il mandamento in mano. I rapporti precedenti c’erano, per questo (i vertici di Cosa Nostra, ndr) tenevano Mangano (in vita, ndr), la perché era riuscito ad agganciare di nuovo questi rapporti (con Dell’Utri, ndr). Da quando sono cominciati io non lo so, ma so che c’erano per certo perché me ne ha parlato anche Bagarella, era uno dei motivi per cui si tenevano Mangano in quel mandamento (Porta Nuova, ndr)”. L’avvocato Enzo Trantino, difensore di Dell’Utri, incalza il pentito: “Questi incontri fra Mangano e Dell’Utri nel 1994, non abbiamo capito quanti sarebbero stati, secondo quanto le riferì Mangano”. E Cucuzza: “Ma io capii che erano più di uno, ma diciamo quelli più recenti. Poi lui era entrato in contatto con il dottor Dell’Utri anche prima.Io per quanto riguarda questa vicenda solamente ne parlai proprio perché ci fu un’occasione e lui mi disse che si era incontrato un paio di volte con Dell’Utri per questioni sempre..., ma non so se prima c’erano dei rapporti frequenti oppure no”.

Cucuzza insomma si attiene a quel che gli risulta personalmente. Ma che Dell’Utri e Mangano siano amici dagli anni 60 lo sanno tutti e l’hanno sempre dichiarato i due stessi interessati. Commenta il Pg: “Che vi fossero rapporti precedenti al decreto Biondi e che Mangano li avesse riallacciato dopo la sua scarcerazione risulta – a tacer d’altro – inoppugnabilmente dalle annotazioni sull’agenda dell’imputato, relative ai due incontri del 2 e del 30 novembre 1993 le cui ragioni non sono mai state esaurientemente spiegate, che si inseriscono in un coacervo di contatti e rapporti sui quali ci si intratterrà nella opportuna sede (ad esempio, gli ‘agganci’ di cui parla Cannella e il suo ‘peccato di pensiero’ legato alla figura di ‘Nangano’ che vien fuori al momento di inserire qualcuno tra i candidati di Forza Italia; il viaggio - narrato da La Marca - di Mangano a Milano nei primi mesi del ’94, prima delle elezioni, per parlare con ‘certi politici’ e la sua esultanza al rientro: ‘era felice, contento, saltava’), e che hanno la peculiarità, ben messa in evidenza dal primo giudice, di cadere in un torno di tempo delicatissimo per la vita del Paese quando, disintegratasi a seguito dell’inchiesta Mani Pulite la classe politica al potere, andavano prendendo corpo nuovi assetti politici. Con Cucuzza ‘il cerchio si chiude’ – scrive il Tribunale – e si chiude per davvero con questi ulteriori elementi di vera e propria prova, che rafforzano il costrutto accusatorio e pongono una pesante ipoteca sulla responsabilità dell’imputato. Cucuzza, infatti, con i due incontri del 1994 ci ha detto, senza saperlo, che le promesse erano state mantenute: col decreto ‘Salvaladri’ e col progetto di riforma della custodia cautelare, che nelle parti salienti riproduceva il decreto; e che gli incontri del novembre 1993 (e quello narrato da La Marca), quando era ormai conclamato che Mangano fosse un grosso mafioso e Dell’Utri – se è consentito un termine un po’ colorito – ‘incinto’ di Forza Italia, ne erano la preparazione”.

 

“Mangano? Un omonimo”

In attesa di sapere come la Corte d’appello interpreterà le novità portate dal Pg Gatto, già si può intuire come le hanno prese Dell’Utri & C. Nel novembre scorso, al raduno dei suoi circoli a Montecatini, è apparso al fianco di Silvio Berlusconi, che ha arringato a lungo la folla cingendogli il collo con il braccio e tessendo le lodi non soltanto della sua luminosa figura, ma addirittura di Vittorio Mangano, dipinto come un sant’uomo “mai condannato per mafia” (falso: fu condannato per mafia nel processo Spatola, per droga al maxiprocesso e per tre omicidi a due ergastoli in primo grado poco prima di morire nel 2000) che “faceva il chierichetto e serviva la messa nella cappella di Arcore”. Intanto, negli stessi giorni di novembre (dopo il deposito della “memoria” del Pg), la difesa Dell’Utri innescava una precipitosa retromarcia rispetto a quanto aveva dichiarato ai magistrati lo stesso Dell’Utri, e cioè che nel 1993 – come da agende sequestrate - “il Mangano veniva di tanto in tanto a trovarmi a Milano per parlarmi dei suoi problemi di salute” e di imprecisati “problemi personali” (aggiungendo in tv nel ’96 che “lo incontrerei ancora oggi, se fosse ancora libero”). Ora, all’improvviso, la difesa sostiene che il Mangano segnato nelle agende non era il mafioso Vittorio, ma un omonimo imprenditore, tale Roberto Mangano. Una ritirata tanto disperata quanto strategica, vista l’importanza che assumono i due incontri milanesi nei giorni della nascita di Forza Italia, tantopiù alla luce dei due dell’anno successivo a Como illustrati dal Pg Gatto. Già il Tribunale, nelle motivazioni della condanna a 9 anni, scriveva: “E’ destituita di fondamento in toto la tesi sostenuta dalla difesa Dell’Utri secondo la quale Mangano avrebbe soltanto millantato con Brusca e Bagarella di aver ricevuto promesse politiche da Dell’Utri. Invece l’imputato quelle promesse le ha effettivamente prestate nel corso degli incontri del 1993-94 con il reggente del mandamento di Porta Nuova, come risulta peraltro confermato anche dagli incontestabili elementi di prova desumibili dai successivi e consequenziali sviluppi di quelle promesse; quando, qualche anno dopo, Dell’Utri aveva assunto cariche istituzionali e aveva preso personalmente ulteriori ‘impegni’ politici con altro importante uomo d’onore”. Se i giudici d’appello ritenessero convincente la ricostruzione del Pg, potrebbero spingersi addirittura oltre il Tribunale: avrebbero cioè la prova non solo degli “impegni” presi e delle “promesse” fatte da Dell’Utri con Cosa Nostra. Ma che poi li mantenne pure.

tratto da MicroMega n. 1-2008



 
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