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Marcello, lo stalliere e le leggi "ad mafiam" | Marcello, lo stalliere e le leggi "ad mafiam" |
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di Marco Travaglio - MicroMega
del senatore forzista contro la sentenza di primo grado che l’11 dicembre 2004 l’aveva condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa: troppo pochi per la Procura, che ne aveva chiesti 11; troppi per la difesa, che aveva chiesto l’assoluzione completa. Diversamente da altri processi d’appello, che sostanzialmente si limitano a verificare “sulle carte” le prove esaminate dal Tribunale, questa volta i giudici sono chiamati ad esaminare alcuni elementi nuovi portati dall’accusa, sostenuta dal sostituto Procuratore generale Antonino Gatto. I più interessanti, anche dal punto di vista storico-politico, riguardano i movimenti di Dell’Utri nel 1994, quando non era ancora parlamentare ma aveva già creato Forza Italia e sosteneva, dalla sua scrivania in Publitalia, il primo governo Berlusconi. Movimenti che, secondo l’accusa, sarebbero avvenuti in sintonia con quelli di Cosa Nostra, interessata a leggi più blande in materia di giustizia, in controtendenza con quelle varate dallo Stato appena un anno prima sull’onda emozionale seguita alle stragi di Palermo, Roma, Firenze e Milano. E chi faceva da trait d’union tra Cosa Nostra e Dell’Utri? Il solito Vittorio Mangano, già “fattore” nella villa di Arcore dal 1974 al ’76, poi arrestato nel 1980, condannato a 11 anni nel maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino e poi tornato in libertà all’inizio degli anni ’90, giusto in tempo per capitalizzare il contraccambio del suo lungo silenzio in carcere. Promosso dai boss Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca al rango di capo reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova (quella di Pippo Calò) dopo l’arresto di Salvatore Cancemi, Mangano faceva la spola tra Palermo e Milano2 già nel novembre ’93, mentre Dell’Utri e Berlusconi davano gli ultimi ritocchi al progetto Forza Italia (i due appuntamenti risultano dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell’Utri a Publitalia). Ma - secondo la ricostruzione del Pg Gatto, basata sull’incrocio tra dichiarazioni di pentiti e riscontri oggettivi, compresi i verbali dei lavori parlamentari e i calendari di alcune leggi sulla giustizia – le sue missioni chez Dell’Utri proseguirono anche nel ’94, in pieno governo Berlusconi. E andarono a buon fine, partorendo la famosa “riforma della custodia cautelare”, approvata dopo molte polemiche e rinvii nell’agosto del 1995 da centrodestra e centrosinistra (esclusa la Lega Nord e pochi verdi sciolti). Un Salvaladri-2. Una legge – se l’ipotesi fosse confermata – non ad personam. Ma direttamente ad mafiam.
Mangano e Cucuzza, i due reggenti Il Pg Gatto parte dalle dichiarazioni del mafioso collaborante Salvatore Cucuzza, che di Mangano sa tutto, perché era l’altro “reggente” del clan di Porta Nuova. Infatti il Tribunale l’ha ritenuto pienamente attendibile e riscontrato. Dunque, nel ’94, “il Mangano aveva detto al Cucuzza di avere avuto due incontri a Como (dove Dell’Utri aveva una villa sul lago, ndr) con l’imputato (Dell’Utri) per propiziare un alleggerimento legislativo delle disposizioni contro la criminalità organizzata. In tali incontri – a uno dei quali l’imputato si era recato in elicottero – Dell’Utri aveva promesso che a gennaio del ’95 sarebbero state adottate misure legislative favorevoli alla mafia, mentre un precedente tentativo consistente in ‘una correzione del decreto Biondi dopo che l’aveva firmato Moroni’ (il ministro dell’Interno Roberto Maroni, ndr) non era andato a buon fine e il decreto ‘non venne mai approvato perché Moroni si ribellò e, non so, forse pure il Capo dello Stato, comunque ci fu una grossa polemica’...”. Secondo Cucuzza, il tentativo fatto e fallito col decreto Biondi nel luglio ’94 “riguardava il 416 bis (associazione mafiosa, ndr)… una piccola modifica” apportata – gli avrebbe detto Mangano – dopo che era stato firmato da “Moroni”, che sosteneva di essere stato imbrogliato dagli alleati forzisti. “Nella circostanza – ricorda il Pg, riassumendo il racconto di Cucuzza - l’imputato (Dell’Utri) aveva esortato (Cosa Nostra) ad astenersi da azioni delittuose di grande clamore perché ciò sarebbe stato controproducente ai fini delle emanande favorevoli disposizioni: in conseguenza di ciò – e nonostante l’impellente necessità di danaro per far fronte alle esigenze dell’organizzazione criminale – era stato abbandonato il progetto di sequestro di una personalità del Palermitano, per non mettersi sotto i riflettori ed evitare le negative ricadute che ne sarebbero conseguite. Il primo giudice – corretto quello che ritiene un lapsus del collaborante, secondo il quale “prima di arrivare a dicembre del 1994” Mangano aveva avuto dei rapporti con Dell’Utri – colloca detti incontri alla fine del 1993 e afferma che ‘con Cucuzza il cerchio si chiude’, perché le sue rivelazioni da un canto riscontrano quanto sin qui da esso giudice accertato, dall’altro sono suffragate da una prova munita di autonoma efficacia dimostrativa, costituita dal rinvenimento nell’agenda dell’imputato di annotazioni relative a due incontri con il Mangano proprio nel novembre 1993”. La difesa Dell’Utri contesta la ricostruzione del Tribunale: “Il dato temporale ipotizzato dal Collegio trova diverse smentite”. E ha ragione: infatti il decreto Biondi, detto anche “Salvaladri”, fu varato il 14 luglio ’94 e poi ritirato dallo stesso governo per la ribellione di Maroni, di tutta la Lega e di An. Dunque gli incontri Mangano-Dell’Utri per parlarne devono essere successivi all’estate del ’94. Ma qui sbaglia il Tribunale, non il pentito. Quando i pm gli domandano: “Senta, per riuscire a comprendere, rispetto alla data in cui poi ci fu il discorso del decreto Biondi di cui lei stesso ha parlato poco fa, questi incontri furono precedenti o successivi?”, Cucuzza risponde secco: “Successivi”. Tant’è che – ricorda – Bagarella voleva eliminare Mangano e aveva incaricato dell’esecuzione Tony Calvaruso, ma nell’estate del ’94 lo risparmiò, dicendo al killer: “No Tony, per ora aspetta perchè ancora ci serve”; e spiega che si rese utile proprio quelle due gite a Como.
Il Salvaladri-1 Fino al decreto Biondi, l’articolo 275 del codice di procedura penale prevedeva che “…quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all’art. 416 bis... ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo... è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari”. In pratica, mentre per gli altri reati la custodia cautelare era l’extrema ratio, per i reati di mafia era una scelta obbligata fino a prova contraria. L’articolo 2 del decreto Biondi modifica quella norma: nel senso che anche per i delitti di mafia il giudice, prima di applicare la custodia in carcere, avrebbe dovuto cercare e illustrare le esigenze cautelari, prima date per scontate. E restringe ulteriormente la possibilità di arresto preventivo in caso di pericolo di fuga: non basta più il “concreto pericolo che l’imputato si dia alla fuga”, ma occorre provare che l’indagato “stia per darsi alla fuga”. In pratica, il mafioso può essere arrestato solo quando viene trovato con la valigia in mano, il biglietto in bocca e un piede sulla scaletta dell’aereo. Dunque - osserva Gatto - “quanto riferito da Mangano a Cucuzza - la modifica “riguardava il 416-bis, per quanto riguarda l’arresto sul 416-bis” - è risultato perfettamente riscontrato perché scolpito addirittura sulle tavole della legge. Cucuzza è riscontrato persino nella indicazione della ribellione di Roberto Maroni, che aveva dato il proprio concerto all’adozione del decreto, ma ebbe a dichiarare (…) che aveva ‘parlato con alcuni magistrati in prima linea contro la mafia e ho scoperto, per esempio, che questo decreto è diverso da quello che ci era stato prospettato la sera in cui l’abbiamo approvato’ e che il problema non riguardava solo i reati di corruzione e concussione, ma ‘ci sono altre parti del decreto che complessivamente depotenziano l’azione dello Stato contro la criminalità organizzata’”.
Quel ramo del lago di Como Cucuzza insiste sul luogo degli incontri tra Mangano e Dell’Utri nel ’94: che non è più Milano, come nel ’93, ma Como. Osserva Gatto: “Eclatanti sono i riscontri ritrovati anche in ordine alle circostanze che il luogo degli incontri era Como e che l’imputato una volta vi si recò in elicottero, circostanze che, prima facie, sarebbero potute apparire cervellotiche a fronte del fatto certo che era Milano la sede degli affari e degli interessi” di Dell’Utri. Quali riscontri? Dalle indagini della Dia, risulta che “con atto del 2 luglio 1991 Marcello Dell’Utri ha acquistato a Sala (Como) un fabbricato. Ha acquistato, altresì, numerose abitazioni in epoca successiva al 1994 a Torno (Como), dove dal 6 ottobre 2001 ha fissato la propria residenza. Dalle medesime indagini nulla è emerso - né poteva emergere,l’imputato essendo stato sottoposto a tutela da parte della Polizia di Stato a far data dal 7/10/2003 - circa spostamenti con elicottero nel 1994 in quel di Como. E’ però emerso che Silvio Berlusconi svariate volte vi si è recato a bordo di elicottero privato: dal che deriva che Dell’Utri aveva la possibilità di servirsi dell’elicottero privato dell’amico, alla cui ascesa politica egli aveva prestato un determinante contributo sia appoggiandone la decisione di scendere in politica sia mediante la creazione di Forza Italia”.
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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