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di Ennio Remondino - (il Manifesto)
Frequento il Kosovo ed il suo peggio da più di 10 anni. Gli
sgherri di Milosevic e quelli dell'Uck, banditi che rappresentavano lo Stato e
banditi che si sono fatti Stato, le bombe umanitarie della Nato e i risultati
disumani delle bombe.
Ho visto le identità nazionali farsi nazionalismo e le
nazioni vincenti imporre il loro Stato alle nazioni perdenti.
Ho visto l'ingerenza umanitaria che si trasforma in
aggressione contro una parte egualmente sofferente, ho visto le sofferenze da
esaltare perché utili al consenso e ho visto le sofferenze da occultare perché
imbarazzanti. Accademia di cinismo internazionale irripetibile, il Kosovo, di
cui sono stato uno dei molti narratori. Cronache di una catastrofe annunciata,
quelle giornalistiche, destinate a perdersi nella opinabilità della stessa
lettura dei fatti e delle opinioni politiche di cui siamo sospettabili. Salvo
che le riflessioni non vengano da fonti culturali terze, alte, e coincidano sorprendemente
coi fatti che noi cronisti verifichiamo sul campo.
La contraddizione, per esempio, tra nazionalità e Stato. “La
nazionalità è un valore caldo: lingua, consuetudini, canzoni, paesaggi, cibi.
Lo Stato è un valore freddo: leggi, regole, sicurezza e assistenza sociale. Si
amano i valori caldi, ci si commuove per una canzone natia, non per un articolo
di codice. Ma è quest'ultimo che permette ad ognuno di cantare, commuovendosi,
le sue canzoni”. Lo ha scritto lunedì scorso sul Corriere, Claudio Magris,
intellettuale e uomo di cultura che i Balcani li sente in modo naturale, li
penetra come fanno le acque del Danubio, tra anse e contraddizioni, dighe umane
e rapide naturali, che si succedono sino al delta finale. Parole chirurgiche, quelle di Magris, che incidono a fondo.
“ La vergognosa ”, per esempio. Un'Italia bugiarda (e non solo lei) aveva
negato di voler sottrarre alla Serbia quel territorio sapendo, in realtà, di
correre in “ Soccorso dei vincitori ”. Leggo Magris e trovo il Kosovo delle mie
inquiete frequentazioni, specchio rovesciato di quel Kosovo inventato che sento
e vedo raccontato e progettato da una politica internazionale paranoica e
bugiarda. La “nazionalità calda” di cui parla Magris la ritrovo nelle
viscere della serbitudine silenziosa e arrabbiata del cine operatore storico di
Rai-Balcani, Miki Stojicic. Lui che la sua lingua la mischia ad un buon inglese
e ad un decente italiano, lui che le consuetudini antiche le contesta dal suo
primo codino, un'era fa, ora grigio e rado, lui che le canzoni popolari serbe
non le canta, ma te le fa ascoltare, lui che i paesaggi li vive attraverso la
“loop” di una telecamera e i cibi li consuma per alimentarsi. Ovviamente la
carne serba è la migliore del mondo.
I valori caldi di matrice kosovaro albanese li conosco in
parte attraverso Astrit, l'interprete e assistente che affianca me e Miki. In
pubblico parlano tra loro in italiano, in privato, torna il vecchio “jugoslavo”
in versione meridionale. Astrit la sua identità nazionale “calda” la svela nel
parlare delle sue speranze di lavoro e prosperità prossima futura nel
trevigiano dei suoi dieci anni da migrante. Spera e dispera assieme, perché la
politica kosovara qui è “cosa nostra”. Recentemente l'ho scoperto più vicino
alla tradizione laicamente maomettana della famiglia, cui concede l'eccezione
del bicchiere di vino ma non quella di un piatto di maiale. I “valori caldi” che invece fanno paura sono quelli attorno.
Sono quelli dei serbi di trincea, a Kosovska Mitrovica, dove la simpatia per
noi italiani sta evaporando assieme alle speranze. Quelli dei serbi delle
enclavi etniche grandi o piccole che si sanno condannati alla migrazione. I
valori “caldi” albanesi che mi fanno paura sono quelli dell'ultima fila Uck,
partigiani del 26 aprile, che aspettano soltanto l'occasione e l'ordine atteso
per sfogare le loro frustrazioni nella violenza. Mi fa paura il carnevale
perbenistico di una dirigenza politica mascherata in doppiopetto che intasa una
Pristina che si attrezza a capitale. Ovviamente in Kosovo, uno cerca anche lo Stato. Torno a
Magris e leggo: “ Lo Stato è un valore freddo: leggi, regole, sicurezza e
assistenza sociale”. Leggi. Quali leggi? La legge del più forte, la legge del
Kanun di Dukagjini, la legge della Jungla di Kipling, o la legge dei Clan
criminali che si spartiscono territorio ed elettorato? Dov'è la legge in
Kosovo, dopo 9 anni di lauta missione internazionale Onu? Se c'è, io non l'ho
vista. Qualche regole, forse, giusto per snellire il traffico agli infiniti
fuoristrada bianchi di “internazionali” e missioni umanitarie che accudiscono
innanzitutto loro stessi. Ma quale regola varrà lunedì prossimo? La risoluzione Onu
1244, messa come cappello successivo ai bombardamenti Nato? La risoluzione
premette che il territorio del Kosovo fa parte della Serbia, ma la premessa non
farebbe parte dei contenuti, sentenzia qualche audace leguleio chiamato in
campo dall'UE. Come un titolo di giornale che non fa necessariamente parte del
contenuto dell'articolo. La regola con l'eccezione incorporata, quindi. Se la
regola è l'Onu, cosa c'entra l'UE che sta arrivando? Qualcuno immagina una
prossima risoluzione del Consiglio di Sicurezza in proposito col voto di Russia
e Cina?
Sul concetto di “Stato freddo”, il mio Kosovo parla
attraverso le mille diversità della missione internazionale. I militari Nato,
innanzitutto, che è noto, non parlano di politica né discutono gli ordini. Gli
ordini però debono riuscire a capirli. I militari di oggi sono certamente più
colti e preparati di molte ingenerose caricature che in Italia pesano loro
addosso. Sono gli ordini, spesso, ad essere cretini. I militari che non parlano
però pensano, preoccupati come sono, di trovarsi di fronte ad ordini
arzigogolati, incerti e quindi inapplicabili.
I civili della missione Unmik, obbligati essi pure alla
riservatezza, restano civili e se non parlano, almeno scrivono. Un esempio:
rapporto su criminalità organizzata e corruzione in Kosovo, nelle mani di
qualsiasi ambasciata presente qui. La sintesi è che il fenomeno non può essere contrastato
in quanto -testuale- monopolio dell'attuale classe politica cui stiamo per
affidare l'autogoverno. Oppure basterebbe leggere un piccolo ma importante
libro scritto da uno “sbirro” italiano che qui ha investigato per anni (Antonio
Evangelista, “La Torre dei Crani”), ed esaltarsi ai racconti documentati di
leadership territoriali che mischiano il controllo del traffico di droga e
armi, a quello dei consensi elettorali e dei seggi in Parlamento. Lo “Stato freddo” che non c'è, non suscita evidentemente
reazioni, calde o fredde, della politica internazionale e delle cancellerie.
Aspettiamo tutti a commuoverci, in mondo visione, per il nuovo inno nazionale
kosovaro albanese che sentiremo per la prima volta domenica 17, lasciando al
dopo la noia dei “codici freddi”. Anche se, in assenza di quei “codici freddi”,
nel nuovo Kosovo che ci hanno preparato non tutti saranno liberi di cantare,
commuovendosi, le loro canzoni.
tratto da MEGACHIP
16 febbraio 2008
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