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Antimafia Duemila

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Lezione di un vescovo sulla Chiesa e la mafia PDF Stampa E-mail

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di  Rosario Giue'

Il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Michele Pennisi, in questi giorni è stato fatto oggetto di ingiurie, di intimidazioni e minacce mafiose, formulate attraverso un volantino anonimo fotocopiato circolato a Gela di mano in mano.

Che in Sicilia un vescovo sia oggetto esplicito di minacce mafiose non è un fatto usuale. Perché, allora, ciò è avvenuto? Il 3 dicembre scorso è stato ucciso il boss gelese Daniele Emmanuello. Le autorità civili hanno ritenuto opportuno che il funerale non si svolgesse nella chiesa Madre di Gela, ma solo nella cappella cimiteriale. Il vescovo di Piazza Armerina, diocesi nell´ambito della quale ricade Gela, ha rispettato le decisioni del prefetto di Enna concedendo appunto la sola celebrazione nella cappella del cimitero. Nonostante le proteste dei familiari, monsignor Pennisi ha ritenuto di esercitare il suo compito pastorale non agendo in contrasto con la scelta delle autorità civili. Questa sua decisione è all´origine delle accuse e delle minacce. Ora il vescovo dice di essere sereno e «consapevole di avere operato per il bene». Non si è messo a fare sottili distinzioni e sfumature su ciò che è ambito «spirituale» e ciò che è ambito «civile», su ciò che è la giustizia «umana» e su ciò che è la simbologia «religiosa». Ha ritenuto di «operare per il bene», il bene comune, rispettando la prassi indicata dallo Stato in situazioni analoghe. Agendo come ha agito, il vescovo di Piazza Armerina, ha giudicato, dunque, di muoversi in coerenza «con il suo compito di pastore». Rispettando lo Stato non ha contravvenuto al suo essere pastore. Questo suo modo di fare ha dato fastidio alla mafia gelese. Perché per la mafia un prete, un vescovo, come è scritto nel volantino intimidatorio e diffamatorio, «non deve obbedire allo Stato». Per la mafia un prete o un vescovo, spinto da un discutibile perdonismo o da un discutibile senso della misericordia, da un distinguo tra piano simbolico civile e piano simbolico ecclesiale, dovrebbe sempre e comunque fare finta che non esistano le violenze, sorvolare su ciò che avviene nella vicenda quotidiana della città.

Per i mafiosi, un prete o un vescovo non dovrebbe mai schierarsi pubblicamente, prendere posizioni concrete. Nel conflitto tra vittime e criminalità, tra Stato e organizzazioni criminali, per i mafiosi la Chiesa dovrebbe farsi le «cose di chiesa», starsene in sagrestia, «dirsi» le sue preghiere. Nel caso in questione le preghiere a Gela sono state elevate al Dio misericordioso anche per il fratello Daniele Emmanuello, solo che non sono state elevate nella «normalità» simbolica della Madrice. La comunità cristiana, dunque, non è venuta meno al suo compito di accompagnamento misericordioso. Ma non lo ha fatto come se vivesse in una zona franca, in una zona extraterritoriale. Lo ha fatto vivendo nel territorio di Gela, dove magistrati e forze dell´ordine, imprenditori, commercianti onesti, faticano giorno dopo giorno a vincere la battaglia di liberazione dal giogo mafioso. Tutto questo ci dice la vicenda delle minacce al vescovo Pennisi. Il quale in fondo, ha fatto ciò che dice Gesù ai suoi: «Il vostro parlare sia sì sì, no no». Una scelta dunque non impropria, ma coerente. Vivere la sofferenza della città, la fatica della città per liberarsi dalla mafia, prendere sul serio la fatica degli uomini dello Stato che rischiano la vita, avere rispetto per questa fatica, richiede alla Chiesa di usare bene l´incenso. Di non sprecarlo. I simboli religiosi non vanno usati con superficialità o elargiti per quieto vivere. Le celebrazioni liturgiche devono annunciare la profezia del cambiamento, non possono legittimare potere e dolore. Tutto ciò non significa smettere di credere che il Padre del cielo «fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Matteo 5,45), il dare sempre una possibilità nuova a chi la cerca. Ai mafiosi i simboli religiosi fanno comodo, come se fossero cose dell´altro mondo. Li usano e ne abusano. Ma una Chiesa responsabile della memoria di Gesù di Nazareth non può stare a questo gioco, deve fermarlo, deve smascherarlo, non deve esserne complice. Non può pensare, come tempo fa a Palermo qualcuno teorizzò, che un mafioso che volesse dissociarsi dal suo passato può farlo soltanto inginocchiandosi davanti al vescovo nel palazzo arcivescovile, senza collaborare con lo Stato, senza riconoscere il ruolo dello Stato. La scelta di un uomo semplice e mite, quella di monsignor Pennisi, ci dice che la Chiesa può muoversi diversamente.

LA REPUBBLICA EDIZIONE PALERMO 14 FEBBRAIO 2008

 
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

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  • Terzo Millennio

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