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Un volume sull'attualità con contributi di: Paolo Flores d'Arcais, Carlo Bernardini, Marcello Sala, Carla Castellacci, Telmo Pievani, Mariella Gramaglia, Cinzia Sciuto, Marco Rossi-Doria, Antonio Risi, Marco Travaglio, Pierfranco Pellizzetti, Antanas Mockus, Gloria Origgi, Pietro Giovanni Guzzo, Francesco Erbani.

E uno straordinario volume monografico su "SESSANTOTTO: MITO E REALTA'" con contributi di: Pancho Pardi, Sergio Staino, Dario Fo, Lidia Ravera, Gad Lerner, Massimiliano Fuksas, Oliviero Toscani, don Andrea Gallo, Serena Dandini, Ascanio Celestini, don Enzo Mazzi, Claudio Bisio, Moni Ovadia, Carlo Petrini, mons. Vincenzo Paglia, Gianni Vattimo, Franco Cordero, Mohammed Yunus, ElleKappa, Dan Sperber, Daniel Mothé, Carlo Freccero, Alain Touraine, Stefano Petrucciani, Emilio carnevali, Fabio Papalia
Caro Presidente,
tempo fa, dovendo
scriverti per invitarti ad una iniziativa di MicroMega, chiesi tramite il tuo
addetto stampa se dovevo continuare ad usare il “tu” della consuetudine
precedente la tua elezione, o se era più consono che usassi il “lei”, per
rispetto alla carica istituzionale.
Poiché, tramite il tuo addetto stampa, mi facesti sapere che preferivi
che continuassi a scriverti con il “tu”, è in questo modo che mi rivolgo a te
in questa lettera aperta, tanto più
che, essendo una lettera critica, mi sembrerebbe ipocrisia inzuccherare la
critica con la deferenza del “lei”.
Il mio dissenso, ma
si tratta piuttosto di stupore e di amarezza, riguarda la lettera di scuse che
in qualità di Presidente, dunque di rappresentante dell’unità della nazione,
hai inviato al Sommo Pontefice per l’intolleranza di cui sarebbe stato vittima.
E’ verissimo che di tale intolleranza, di una azione che avrebbe addirittura
impedito al Papa di parlare nell’aula magna della Sapienza, anzi perfino di
muoversi liberamente nella sua città, hanno vociato e scritto tutti i media,
spesso con toni parossistici.
Ma è altrettanto vero
che di tali azioni non c’è traccia alcuna nei fatti. La modesta verità dei
fatti è che il magnifico rettore (senza consultare preventivamente il senato
accademico, ma mettendolo di fronte al fatto compiuto, come riconosciuto dallo
stesso ex-portavoce della Santa Sede Navarro-Vals in un articolo su Repubblica)
ha invitato il Papa come ospite unico
in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico (a cui partecipano in nome
della Repubblica italiana il ministro dell’università e il sindaco di Roma), e
che, avutane notizia dalla agenzia Apcom il professor Marcello Cini (già dallo
scorso novembre) e alcune decine di suoi colleghi (più di recente) hanno
espresso per lettera al rettore un loro civilissimo dissenso.
Quanto agli studenti,
nell’approssimarsi della visita alcuni di loro hanno espresso l’intenzione di
manifestare in modo assolutamente pacifico un analogo dissenso, nella forma di
ironici happening.
Il rettore Guarini ha
comunque rinnovato al Papa l’invito, e tanto il Presidente del Consiglio Romano
Prodi quanto il ministro degli Interni Giuliano Amato hanno esplicitamente
escluso che si profilasse il benché minimo problema di ordine pubblico
(malgrado la campagna allarmistica montata dal quotidiano dei vescovi italiani,
“L’Avvenire”, rispetto a cui le dichiarazioni di Prodi e Amato suonavano
esplicita smentita). Nulla, insomma, impediva a Joseph Ratzinger di recarsi
alla Sapienza e pronunciare nell’aula magna la sua allocuzione.
Di pronunciare, sia
detto en passant e per amore di
verità, il suo monologo, visto che
nessun altro ospite contraddittore o “discussant” era previsto, e un monologo
resta a tutt’oggi nella lingua italiana l’opposto di un dialogo, checchè ne
abbia mentito l’unanime coro mediatico-politico (che di rifiuto laicista del
dialogo continua a parlare), a meno di non ritenere che tale opposizione, presente
ancora in tutti i dizionari in uso nelle scuole, sia il frutto avvelenato del
già stigmatizzato complotto laicista.
Tutto dunque lasciava
prevedere che la giornata si sarebbe svolta così: mentre Benedetto XVI
pronunciava il suo monologo nell’aula magna, tra il plauso deferente dei
presenti (e in primo luogo del ministro Mussi e del sindaco Veltroni), ad
alcune centinaia di metri di distanza alcuni professori di fisica avrebbero tenuto
un dibattito sui rapporti tra scienza e fede esprimendo opinioni decisamente
diverse da quelle del regnante Pontefice, e ad altrettanta debita distanza
qualche centinaio di studenti avrebbe innalzato cartelli di protesta e maschere
ironiche. Ironia che può piacere o infastidire, esattamente come le vignette contro
il profeta Maometto, ma che costituisce irrinunciabile conquista liberale.
Dove sta, in tutto
ciò, l’intolleranza? E addirittura la prevaricazione con cui si sarebbe messo
al Papa la mordacchia (secondo l’happening inscenato in aula magna dagli
studenti di Comunione e liberazione)?
A me sembra che
intolleranza – vera e anzi inaudita – sarebbe stato vietare ad un gruppo di
docenti di discutere in termini sgraditi ai dogmi di Santa Romana Chiesa, e ad
un gruppo di studenti di manifestare pacificamente le loro opinioni, ancorché
in forme satiricamente irridenti. Se anzi di tali divieti si fosse solo fatto
accenno da parte di qualche autorità, credo che un numero altissimo di
cittadini si sarebbe sentito in dovere di rivolgersi a te quale custode della
Costituzione, con toni di angosciata preoccupazione per libertà fondamentali
messe così platealmente a repentaglio. Ma, per fortuna (della nostra
democrazia), nessun accenno del genere è stato fatto.
Il Sommo Pontefice
non era di fronte ad alcun impedimento, dunque. Ha scelto di non partecipare
perché evidentemente non tollerava che, pur avendo garanzia di poter
pronunciare quale ospite unico il suo monologo in aula magna, nel resto della
città universitaria fossero consentite voci di dissenso, anziché risuonare un
plauso unanime.
Non è, questa, una
mia malevola interpretazione, visto che sono proprio gli ambienti vaticani ad
aver riferito che il Papa preferiva rinunciare a recarsi in visita presso una
“famiglia divisa” (cioè il mondo accademico e studentesco della Universitas
studiorum, la cui quintessenza istituzionale è però proprio il pluralismo delle
opinioni). Ma pretendere quale conditio
sine qua non per la propria partecipazione un plauso unanime non mi sembra
indice di propensione al dialogo bensì, piuttosto, di vocazione totalitaria.
Non vedo dunque per
quale ragione tu abbia ritenuto indispensabile, a nome di tutta la nazione di
cui rappresenti l’unità, porgere al Papa quelle solenni scuse. Che ovviamente,
data la tua autorità, hanno fatto il giro del mondo. Se c’è qualcuno che aveva
diritto a delle scuse, semmai, è il gruppo di illustri docenti, tutti nomi di
riconosciuta statura internazionale nel mondo scientifico, e che tengono alto
il prestigio italiano nel mondo, a contrappeso
dell’immagine di “mondezza” e politica corrotta ormai prevalente
all’estero per quanto riguarda il nostro paese. Questi studiosi sono stati
infatti accusati di fatti mai avvenuti, e insolentiti con tutte le ingiurie
possibili (“cretini” è stato il termine più gentile usato dai maestri di
tolleranza che si sono scagliati contro il diritto di critica di questi studiosi).
Né si può passare
sotto silenzio il contesto in cui il monologo di Benedetto XVI si sarebbe
svolto, contesto caratterizzato da due aggressive campagne scatenate dalle sue
gerarchie cattoliche. Trascuriamo pure la prima, cioè i rinnovati e sistematici
attacchi al cuore della scienza contemporanea, l’evoluzionismo darwiniano
(bollato di “scientificità non provata” da un recente volume ratzingeriano
uscito in Germania), benché il rifiuto della scienza non sia cosa irrilevante
per chi dovrebbe aprire l’anno accademico della più importante università del
paese.
Infinitamente più
grave mi sembra la seconda, la qualifica di assassine scagliata dal Papa e
dalle sue gerarchie, in un crescendo di veemenza e fanatismo, contro le donne
che dolorosamente abbiano scelto di abortire. Questo sì dovrebbe risultare
intollerabile. Se un gruppo di scienziati accusasse Papa Ratzinger, o solo
anche il cardinal Ruini, il cardinal Bertone, il cardinal Bagnasco, di essere
degli assassini, altro che lettere di scuse! E perché mai, invece, ciascuno di
loro può consentirsi di calunniare come assassina, nel silenzio complice dei
media e delle istituzioni, ogni donna che abbia deciso di utilizzare una legge
dello Stato confermata da un referendum popolare? Se vogliono rivolgersi alle
donne del loro gregge ricordando che l’aborto, anche un giorno dopo il
concepimento, è un peccato mortale, e che quindi andranno all’inferno, facciano
pure, proprio in base a quel “libera Chiesa in libero Stato” che il
Risorgimento liberale e moderato di Cavour ci ha lasciato in eredità. Ma
diffamare come assassine cittadine italiane che nessun reato hanno commesso è
una enormità che non può essere passata sotto silenzio, e non sono certo il
solo ad essermi domandato con amarezza perché, in quanto custode dell’unità
della nazione e dunque anche delle sue radici risorgimentali, tu non abbia
fatto risuonare la protesta dello Stato repubblicano.
La canea di accuse e
di menzogne di questi giorni mi ha portato irresistibilmente alla memoria una
piccola esperienza di oltre quarant’anni fa, nel 1966, quando – giovane
universitario iscritto al Partito comunista da meno di tre anni – vissi
incredulo l’esperienza di un congresso (l’XI, se non ricordo male) di un
Partito che si vantava di essere sostanzialmente
più libero e democratico degli altri (per questo, del resto, vi ero entrato,
come milioni di italiani), in cui Pietro Ingrao, per aver moderatissimamente
avanzato l’idea di un “diritto al dissenso” fu investito da una esondazione di
critiche e vituperi, compresa l’accusa di essere proprio lui un intollerante!
Con una differenza
sostanziale e preoccupante: che allora tale capovolgimento della realtà,
versione soft ma non indolore dell’incubo orwelliano, riguardava solo un
partito. Oggi investe l’intero paese, la sua intera classe politica, la quasi
totalità dei suoi mass-media.
Ecco perché spero che
tu voglia prestare attenzione anche all’angosciata preoccupazione di quei
segmenti laici (o laicisti, come preferisce la polemica corrente) del paese,
non so se maggioritari o minoritari (ma la democrazia liberale, a cui ci hai
più volte richiamato, è garanzia di parola e ascolto anche per il dissenso più
sparuto, fino al singolo dissidente), che ormai vengono emarginati o
addirittura cancellati dalla televisione, cioè dallo strumento dominante
dell’informazione, e il cui diritto alla libertà d’opinione viene di
conseguenza vanificato, mentre ogni tesi oscurantista può dilagare e
spadroneggiare.
Con stima, con
speranza, con affetto, credimi,
tuo Paolo Flores
d’Arcais.
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