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Caro d'Eramo, nessuno vuole imbavagliare nessuno
L'articolo di Marco d'Eramo

 

Boicottare? Ma il bavaglio è sempre un boomerang - 5-2-08

di Marco d'Eramo - da il Manifesto

È incredibile come due Feste del libro possano diventare terreno di aspro scontro tra esponenti di due religioni del Libro. Eppure è quel che sta succedendo sull'opportunità o meno di boicottare la Fiera del Libro di Torino che si terrà a maggio perché intende avere come ospite d'onore Israele (nel 60.mo anniversario della sua fondazione) e chiama a parlare scrittori come David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua. Anche il Salone del Libro di Parigi di marzo ha Israele come ospite d'onore e rischia anch'esso un boicottaggio patrocinato, tra gli altri, dalla scrittrice palestinese Suad Amiry, dall'egiziano Tariq Ramadan, e sulle nostre pagine da Omar Barghouti. Ma non tutti gli intellettuali di origine islamica sono a favore del boicottaggio: contrario è lo scrittore iracheno Younis Tawfik, come il marocchino Tahar Ben Jalloun. Né tutti gli intellettuali ebraici sono contrari: il poeta israeliano Aaron Shabtai rifiuta infatti di partecipare al Salone di Parigi. Frattura anche nella sinistra italiana: il Partito dei comunisti italiani ha promosso il boicottaggio, mentre le ragioni contrarie sono state espresse da Valentino Parlato (pur preso a male parole da parecchi nostri lettori).
Nella forma più drastica, per i boicottatori non può essere posto al centro di un evento culturale l'anniversario di uno stato occupante come Israele (Shabtai): ma nessuno può negare che quell'evento del 1948 ha segnato tutta la storia del secondo dopoguerra. Allora perché rimuoverlo dalla discussione? Nella forma più mite invece, le ragioni possono essere così riassunte: «noi siamo disposti a parlare con gli israeliani, purché siano «buoni» israeliani (cioè filo-palestinesi)» (Barghouti). Tale tesi è straordinariamente simmetrica a quella degli israeliani che rifiutano il dialogo con Hamas perché «non sono «buoni» palestinesi (cioè pronti al compromesso con Israele)». Non si può infatti negare che agli occhi di un ebreo israeliano, Hamas è un interlocutore assai più improponibile di quanto siano agli occhi palestinesi alcuni degni intellettuali come David Grossman o Amos Oz. Che spiriti aperti! «A riprova del mio accettare il dialogo, parlerò con la parte avversa, ma solo con quei suoi esponenti che sono già d'accordo con me!» Come sanno tutti i diplomatici della terra, «è con i nemici che si deve dialogare, con gli amici non ce n'è quasi alcun bisogno».
Si dirà che «Hamas sono i buoni», mentre «gli israeliani sono i cattivi», e che il boicottaggio dell'oppressore non è uguale al boicottaggio dell'oppresso. E si cita il regime dell'apartheid sudafricano. Non c'è dubbio che Israele sta riproducendo i bantustan e che la striscia Gaza è un lager a cielo aperto. Ma le sanzioni contro le squadre della morte di Piet Botha implicavano forse che si impedisse a Nadine Gordimer di esprimersi? Si può mettere sullo stesso piano il blocco delle vendite di armi a un esercito invasore come Tzahal con il rifiuto di far parlare alcuni intellettuali? E, se anche le due azioni fossero considerate simili (ma ce ne passa), pur tuttavia, se si vuole trattare, se come diceva Carl Schmitt, «la politica è l'invenzione del terzo», cioè l'uscita dalla contrapposizione insanabile noi/voi, allora non si può mettere il silenziatore al «nemico».
Sotto l'apparenza di una virtuosa coltre di censura morale, la logica del boicottaggio nasconde in realtà la logica dello sterminio reciproco, cioè il contrario del dialogo. Ogni boicottatore punta in realtà a «buttare a mare» l'altro: come quei membri dell'African national congress che volevano «buttare a mare la tribù bianca». Immaginate se Nelson Mandela avesse praticato questa politica! Per fortuna ha fatto tutto il contrario: ha discusso con i suoi aguzzini e carcerieri, e ha vinto.
Perché la tragica ironia di questa posizione è che con i rapporti di forza dati (sia in loco, sia su scala globale), sono i palestinesi a non avere la benché minima probabilità di buttare a mare gli israeliani, almeno in tempi medi. I tempi lunghi sono un'altra faccenda: è possibile che Israele subisca la sorte dei regni cristiani d'Oriente, stabiliti dai Franchi e dissoltisi al massimo un paio di secoli dopo. Ma «nei tempi lunghi saremo tutti morti», diceva John Maynard Keynes, e prima di allora la logica dell'annientamento parla solo di una Masada versione palestinese.
Che qualcuno possa aspirare al martirio sulla propria pelle, può essere comprensibile, anche se non condivisibile. Ma la pasciuta sinistra europea? Soprattutto m'insospettisce che la prima forma di solidarietà con un popolo oppresso e angariato sia quella di mettere il bavaglio a qualcuno. C'è come un richiamo ancestrale del settarismo: l'idea che essere sempre e comunque faziosi produca esiti positivi, idea che si è dimostrata suicida mille volte negli ultimi 150 anni, e che però continuiamo a riproporre. Quanto a settarismo, il vero rischio che corre il campo di chi si oppone al boicottaggio è di fare come il cretese Epimenide quando dice che tutti i cretesi mentono. In certe sue espressioni, questo (mio) campo sembra voler anch'esso boicottare tutti i boicottatori (quindi anche se stesso). Invece di disquisire su boicottaggi (per altro senza effetti), non sarebbe più utile premere perché questi eventi diventino occasione di uno vero confronto su quel che ha comportato la nascita dello stato d'Israele, per gli israeliani, gli ebrei della diaspora, i palestinesi, i gentili responsabili dell'Olocausto, il mondo intero? Chi dice che d'Israele possano parlare solo gli ebrei? Gunnar Myrdal diceva che non c'è niente di più desolante di un cantante nero che deve cantare sempre e solo musica soul e di uno storico ebreo che può scrivere solo e soltanto sulla diaspora. Smettiamola con l'acrimonia oscillante tra vittimismo e rancore: sarebbe fantastico se a Torino e a Parigi, sulle conseguenze di quel fatidico 1948 potessero confrontarsi tutti. E Yehoshua parlasse con Amiry, Daniel Baremboim con Tariq Ramadan e Tahar ben Jalloun con Aaron Shabtai.



 
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