| Gli attacchi di Berlusconi |
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I rivoluzionari americani del 1776 come gli scrittori francesi delle prime repubbliche parlamentari non si sono mai stancati di ripetere che la divisione dei tre poteri fondamentali come una stampa libera e una magistratura indipendente sono alla base di uno stato liberale. Ma Berlusconi non fa mai passare più di un giorno o due senza attaccare i giornalisti o i giudici definendoli politicizzati o addirittura eversori dell’ordine costituito. Tra i primi attacca persino quelli che lavorano nelle testate di sua proprietà. Perché non accetta questi, che, sia pure con grande cautela, diano notizie di quel che gli capita o di cui è protagonista. Con i secondi reagisce con particolare durezza se dalle inchieste giudiziarie emergono i suoi costumi, già provati in passato o in altri processi, di corrompere chi ostacola i suoi affari non di rado assai poco limpidi. L’affare Mills che ha segnato, almeno in primo grado, la condanna in primo grado dell’avvocato inglese corrotto proprio dal gruppo di cui l’onorevole Berlusconi era responsabile si è rivelato esemplare di un reato più volte ripetuto nei confronti della guardia di finanza e di altri corpi dello Stato da parte dell’azienda che egli ha fondato e diretto per lunghi anni. Né le polemiche di questi giorni esauriscono il problema. Nel prossimo mese di giugno, il presidente del Consiglio, usando in maniera costante e spregiudicata lo strumento della fiducia, vuole portare a termine l’operazione legislativa necessaria per imbavagliare in maniera definitiva quello che era una volta il “quarto potere” e porre sotto controllo la parte più pericolosa della magistratura, i pubblici ministeri. Con due disegni di legge firmati dal suo ex segretario particolare ora divenuto guardasigilli Angiolino Alfano, vuole far approvare a tambur battente dalle sue Camere la cosiddetta riforma della giustizia e il nuovo regolamento delle intercettazioni telefoniche. Grazie al primo progetto, l’on. Berlusconi conseguire un doppio obbiettivo che gli sta a cuore: sottoporre i pubblici ministeri al controllo del potere esecutivo e sottrarre a loro la direzione della polizia giudiziaria già sottoposta attualmente all’esecutivo, in pratica estromettere la magistratura dall’iniziativa e dalla guida delle indagini, rendere ininfluente l’obbligatorietà dell’azione penale. Con il secondo progetto si vuole annullare completamente il controllo della pubblica opinione sui reati e particolarmente su quelli che destano allarme o destano forti reazioni sociali.. Si tenta così da parte del presidente del Consiglio di cancellare i due controlli fondamentali del potere e ridurre l’Italia a un paese dominato da un regime di nuovo genere ma non meno allarmante dell’esperienza fascista: il populismo mediatico e autoritario.
Gli italiani e le altre cariche supreme dello Stato non hanno nulla da dire rispetto a quello che sta succedendo? Tratto da: nicolatranfaglia.com |
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Di mafia e di deviazioni. Che Stato è il nostro? (seconda puntata. Che schifo!) di Giorgio Bongiovanni La notizia è come un pugno nello stomaco. L’ex capo della Squadra Mobile e poi questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, era al soldo dei servizi segreti. Proprio lui, l’ex superpoliziotto che nel ‘92 veniva nominato con un decreto ad hoc al vertice della squadra investigativa “Falcone-Borsellino” per seguire unicamente le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, morto di tumore nel 2002.
Nel libro “L’Agenda nera” scritto dai colleghi Giuseppe Lo Bianco e
Sandra Rizza scopriamo che i magistrati di Caltanissetta si sono recati
recentemente negli uffici dell’Aisi (ex Sisde) e hanno potuto finalmente
sfogliare gli album fotografici e gli elenchi degli 007 che tra gli
anni Ottanta e Novanta hanno operato in Sicilia sotto copertura.
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