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Vincenzo Scotti: si, ho temuto il golpe di mafia PDF Stampa E-mail

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di Guido Ruotolo - 22 luglio 2009
Il sottosegretario: «Avevo elementi ragionevoli». La commissione indaga sulle parole di Riina.





Andò a letto ministro dell’Interno e si svegliò ministro degli Esteri. Era il 29 giugno del 1992. Falcone era già stato fatto fuori, tre settimane dopo sarebbe toccato a Paolo Borsellino. Vincenzo Scotti, fino a quella notte aveva fatto coppia con il Guardasigilli dell’epoca, Claudio Martelli, nell’elaborare e produrre antimafia attiva (decreti, leggi, direttive). Erano mesi di morti ammazzati, di sospetti di tentativi golpisti e di strategie destabilizzanti.

Al suo posto fu indicato Nicola Mancino, che l’altro giorno ha ammesso che lo Stato respinse la trattativa con Cosa Nostra: «Trovo inconcepible - dice adesso Scotti - l’idea di intavolare una trattativa con Cosa Nostra. E spero che non se ne sia fatto nulla. E poi, su cosa si sarebbe trattato?». Oggi Scotti è sottosegretario agli Esteri e di quella stagione offre una testimonianza importante, proprio nel giorno in cui la commissione antimafia decide di aprire un’inchiesta sulle stragi, indicando nell’ex ministro Pisanu il relatore.

Sottosegretario, dopo l’omicidio di Salvo Lima, siamo nel marzo di quel 1992, lei allertò i questori e inviò una informativa a tutti i prefetti. Temeva un attacco eversivo per destabilizzare le istituzioni?
«L’allora direttore del Dipartimento della Pubbica sicurezza, il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, mi trasmise diversi rapporti che ipotizzavano un’azione destabilizzante delle istituzioni. Tra l’altro mi consegnò una informativa del Tribunale di Bologna che riassumeva una deposizione di un dichiarante, senza rivelarne l’identità, che aveva parlato di riunioni internazionali tenute in un’area della ex Jugoslavia, arrivando alla conclusione che avremmo dovuto fronteggiare iniziative mafiose e non solo».

Si riferisce alla “patacca” - così la definì il suo presidente del Consiglio dell’epoca, Giulio Andreotti - Elio Ciolini, un inossidabile depistatore?
«Ma io questo non lo sapevo. I dossier Parisi mi portarono ad allertare i questori e a inviare una informativa ai prefetti. Messaggi che trasmisi con codici cifrati. Il Corriere della sera sparò in prima pagina l’allerta. Si scatenò un putiferio, anche perché eravamo in campagna elettorale. E io chiesi, a quel punto, di riferire in Parlamento. Prima che arrivassi a palazzo Madama, un’agenzia di stampa rivelò l’identità di quel dichiarante, di Elio Ciolini. Ma l’allarme si poggiava anche su altra documentazione».

L’Antimafia di Scotti e Martelli. Perché lei venne fatto fuori dal Viminale?
«In quell’aprile del ‘92, io e Martelli cominciamo a lavorare riservatamente, con Falcone, a un testo con diverse norme, compresa l’istituzione del 41 bis. La candidatura di Giovanni Falcone a procuratore nazionale antimafia era evidente che sarebbe stata bocciata dal Csm. Mi resi conto che anche i componenti laici della Dc non lo avrebbero appoggiato. La nostra reazione, quella mia e di Martelli, fu un’ulteriore accelerazione dei provvedimenti antimafia. Invio una direttiva alle forze di polizia dando priorità assoluta alla cattura dei latitanti mafiosi. A ciascuna forza di polizia viene assegnato un numero di latitanti da arrestare. Viene ucciso Falcone e a quel punto trasformiamo il pacchetto di norme, anche il 41 bis, in un decreto legge».

Le elezioni, il nuovo governo. Presidente del consiglio è Giuliano Amato. Lei però perde il posto al Viminale.
«E mi ritrovo alla Farnesina. La Dc sollevò la questione della compatibilità tra carica di governo e di partito. Io obiettai che proprio perché esposto sul fronte della lotta alla mafia, il ministro dell’Interno aveva bisogno di una copertura politica. Mi ritrovai, però, alla Farnesina e annunciai subito le mie dimissioni, che vennero congelate e poi accettate».

A distanza di tanti anni, fu solo Cosa Nostra a uccidere Falcone e Borsellino?
«Dopo Falcone, in Antimafia e in Parlamento dissi da ministro dell’Interno che le modalità della strage di Capaci erano molto inquietanti. Mi fermo qui, fiducioso che le indagini della magistratura possano finalmente chiarire la vera storia di quelle stragi».

Tratto da: la Stampa



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