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Intervista a Luciano Violante: ''Toto' Riina lancia messaggi in codice'' PDF Stampa E-mail

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di Guido Ruotolo - 21 luglio 2009
Quel giorno, era il 20 ottobre del 1994, dalla gabbia di un’aula di giustizia di Reggio Calabria, Totò Riina fece la sua prima esternazione pubblica, aggredendo i «tragediatori» Violante, Arlacchi, De Gennaro, Caselli.




Era la stagione del pentitismo mafioso e il capo di Cosa nostra sferrò il suo attacco contro quelli che riteneva essere gli ispiratori di quella stagione. Oggi, Luciano Violante, che in quegli anni - a partire dal settembre del 1992 - fu presidente della commissione Antimafia, commenta le ultime esternazioni del boss di Cosa nostra e rilegge la stagione dello stragismo mafioso.

Presidente Violante, Riina dice che la strage Borsellino fu eseguita dallo Stato...
«Intanto non ha parlato Riina ma il suo avvocato. Poiché le parole - quando parla un capomafia - sono molto importanti, bisogna vedere bene se quelle riportate dall’avvocato sono le stesse pronunciate da Riina.
Quando parla un capo di Cosa nostra non lo fa certamente per favorire la democrazia o lo Stato e, dunque, quel messaggio va analizzato con la massima prudenza. Ma sarebbe sbagliato non tener conto di quello che dice. Occorre prudenza e competenza».

Il capo dei Corleonesi dichiara di essersi stancato di fare da parafulmine, di pagare per colpe non sue. Se trattativa c’è stata, dice che lui ne è stato l’oggetto..
«E’ tra le cose possibili. Riina ha comunicato qualcosa a qualcuno. Bisogna capire cosa è il qualcosa e chi è il qualcuno. Avrebbe potuto farlo direttamente ma non l’ha fatto. Non escludo che tra un po’ sia più diretto. E’ il sistema di comunicazione mafiosa».

Da presidente dell’Antimafia, oltre che da amico, lei ha studiato, ha tentato di decifrare quella stagione stragista, dagli omicidi Falcone e Borsellino alle stragi di Milano, Roma e Firenze. Vent’anni dopo, a quali conclusioni è giunto?
«E’ stata una stagione senza precedenti, in un certo senso «speciale»; che, per fortuna, non ha avuto seguiti. Proprio questa specificità impone che si continui ad indagare come sta facendo la magistratura e come intende fare la Commissione Antimafia, ciascuno secondo le proprie responsabilità».

Insomma, le stragi Falcone e Borsellino rientrano in un’unica strategia che si conclude con gli attentati di Roma, Firenze, Milano?
«A mio avviso si. Non si possono tenere slegate l’una dall’altra le due stragi; inoltre a me sembra che ci sia un filo che le lega agli omicidi di Salvo Lima e di Ignazio Salvo».

Salvo Lima, l’europarlamentare Dc andreottiano, ucciso il 12 marzo del 92, prima di Falcone, Ignazio Salvo, l’esattore di Salemi freddato il 18 settembre sempre di quell’anno.
«I due, secondo le indagini giudiziarie, costituivano il rapporto tra settori di Cosa Nostra e settori della politica. Quando crolla la Prima Repubblica, siamo nel 1992, quei vecchi legami non servono più. Falcone e Borsellino erano, invece, i due magistrati che potevano credibilmente decifrare le nuove relazioni di potere della mafia».

Poi torniamo su quest’aspetto. Presidente Violante, come lei sa, nel mondo dell’Antimafia istituzionale c’è anche chi fa risalire al 19 giugno dell’89, con il fallito attentato dell'Addaura contro Falcone, l’inizio della
stagione dell’attacco eversivo contro lo Stato.

«E’ certamente possibile. Ma mi pare che l’Addaura faccia parte di un’altra strategia mafiosa. Ricordo che Giovanni Falcone rimase estremamente preoccupato per quel fallito attentato».

L’ex ministro dell’Interno oggi vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, sostiene oggi che lo Stato respinse l’ipotesi di trattativa.
Come dire: si pose il problema...

«Non so nulla di questo episodio».

Ma lei a un’entità esterna, a una manina che ha svolto un ruolo nelle stragi, ci crede?
«Quelle due stragi e quei due omicidi erano troppo importanti per essere solo fatti criminali. Ci potrebbe essere stato un uso mafioso di una strategia politica o, viceversa, un uso politico di una strategia mafiosa. O anche altro che oggi non siamo ancora in grado di comprendere. Le indagini servono a farci capire e ad evitare che le tragedie si possano ripetere».

Tratto da:
la Stampa



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