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Giovanna Maggiani Chelli scrive a Toto' Riina PDF Stampa E-mail

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di Giovanna Maggiani Chelli - 13 luglio 2009
Egregio Signor  Salvatore Riina, non è la prima volta che io Le scrivo.  Naturalmente tutte le mie lettere sono cadute nel vuoto: Lei non si pentirà mai. Questo ho sempre chiesto nelle mie lettere: il suo “pentimento”, ma Lei mai e poi mai collaborerà con la giustizia perché, ne sono certa, ritiene di...


...non essere “un infame”. E’ una questione di punti di vista. Lei i collaboratori li chiama “infami”, io non li amo, ma li ritengo persone che hanno il coraggio di guardare in faccia la realtà, che hanno preso coscienza del fatto di aver ucciso tante persone e, con le loro azioni, di aver pesantemente condizionato la vita democratica del nostro Paese.
Ma a Lei questo non interessa; Lei non conosce la democrazia ed il vivere civile e, soprattutto, non li vuole conoscere, perché questo sarebbe come ammettere in Lei un segno di debolezza, come rilevare in Lei la presenza di una coscienza e, diciamocelo, Lei una coscienza non ce l’ha. Ma, se può consolarla, fra i politici, nelle Istituzioni, fra i dirigenti di aziende importanti e di finanziarie ancora più importanti, fra i direttori di banca  come tra gli alti prelati, sono in tanti a non avere una coscienza…. come Lei.
Il livello delinquenziale al quale Lei è arrivato, purtroppo, nella nostra disgraziata Italia è congeniale a molti, a troppi.
Veniamo al perché di questa lettera: Lei ha travolto la mia famiglia in un vigliacco atto terroristico, la strage di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993.
E’ la terza volta che Le scrivo pubblicamente nel corso di questi 16 anni. Lo faccio in questo momento perché desidero informarLa che mia figlia, colei alla quale i suoi uomini hanno rovinato la vita in via dei Georgofili il 27 Maggio 1993, si è questa mattina laureata a Firenze presso la facoltà di architettura , con 110 e Lode.
La voglio mettere pubblicamente a parte di questa cosa importante, perché suo cognato Leoluca Bagarella brindò quando esplosero le bombe nel 1993. Oggi sappiamo che tutti brindaste perché sapevate che Vi  avrebbero abolito il “41 bis”, quel famigerato “41 bis” che tanto fa dannare la mafia perché teme che chi non sopporta il carcere duro si faccia “sbirro”.
Come Gaspare Spatuzza ultimamente o come Giovanni Brusca che, sia pure con difficoltà, ogni tanto qualcosa di buono dice.
A proposito di brindisi apro una parentesi: io brinderò pubblicamente - se Dio me lo concederà e se sarò ancora viva - quando moriranno coloro che nel 1993 ci hanno messo nelle mani della mafia, ogni volta che ne morirà uno solleverò un calice e urlerò come fece Bagarella quando morirono i nostri figli.
Ebbene, Le parlo di mia figlia e di questo importante momento della sua vita, perché Le voglio dire semplicemente:
Egregio Signor Riina, il Suo tritolo, il Vostro tritolo, e di quanti con Voi lo hanno fortemente voluto per salvarsi dalla galera, ha spezzato mia figlia, ma non l’ha piegata.
Pur fra mille difficoltà, con uno Stato spesso disattento, mia figlia ce l’ha fatta a raggiungere quell’obiettivo che si era prefissata.
Posso oggi ben dirlo: quella mattina  del 27 Maggio 1993, mia figlia doveva affrontare un importante esame di architettura. Il sistema marcio, colluso con “cosa nostra”, colluso con Lei , ha cercato di fermarla, ma non ce l’avete fatta.
Una rondine non fa primavera, non ci illudiamo, non è una laurea in architettura che restituirà la vita rubata alla mia grandissima figlia.
Ma lo sforzo compiuto per ottenere questa laurea in architettura, per non darla vinta a Lei e ai suoi arroganti mafiosetti, per non darla vinta a quei politici che hanno fatto e fanno affari con Lei  comprandosi barche da mille metri e ville faraoniche in mezzo al verde,  a quei banchieri che i soldi li hanno messi sul tavolo di trafficanti di armi che hanno le case piene di quadri preziosi, e ancora per non darla vinta a quei capi militari che giocano a chi compra il diamante più grosso alla propria moglie e a quegli uomini di Chiesa che si sono venduti per avere più oro sulle mitre e infine a quegli uomini delle Istituzioni che si sono venduti anche solo per risultare più importanti, ebbene quello sforzo compiuto è riuscito.
Questa laurea di mia figlia, è  la rivincita su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere ancora una volta le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento.
Ne approfitto mentre ho la penna in mano: dica a Sua figlia di trovarlo lei il coraggio di raccontare tutto quello che sa, di dirci con chi il padre andava a braccetto e anche Sua figlia ce l’avrà fatta, ce l’avrà fatta alla faccia di chi, ogni giorno, dice fra sé e sé “tanto i RIINA non parlano, perché sono mafiosi con la coppola e loro non tradiscono, noi invece con i colletti bianchi li sappiamo tradire eccome”.
I politici ci hanno traditi-  diceva spesso Leoluca Bagarella in aula a Firenze -  durante i processi per le stragi del 1993.
Io c’ero.
Cordiali saluti






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