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Processo Hiram: Al via il dibattimento | Processo Hiram: Al via il dibattimento |
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di Monica Centofante - 4 luglio 2009 Le prime udienze del processo Hiram tracciano la genesi delle indagini che hanno permesso di scoprire quel raffinato ingranaggio messo a punto per aggiustare processi in Cassazione, che vede coinvolti mafiosi, imprenditori, politici e funzionari della Suprema Corte. Tutti o quasi uniti dal vincolo dell’appartenenza ad un’associazione massonica. A spiegare alla Corte presieduta da Raimondo Lo Forti le prime tappe dell’inchiesta condotta dai pubblici ministeri di Palermo Fernando Asaro e Paolo Guido, i capitani Antonello Parasiliti e Antonio Tarallo. Ascoltati in merito alle attività svolte presso i rispettivi reparti operativi dei comandi provinciali di Trapani e Agrigento (il primo ancora in servizio presso quel reparto, il secondo oggi impiegato al Noe di Palermo), che fino al giugno 2008, quando scattò l’ordinanza di custodia cautelare, hanno svolto attività di indagine a carico, tra gli altri, degli imputati Rodolfo Grancini (che secondo alcune indiscrezioni non confermate collaborerebbe con la Dda palermitana in qualità di dichiarante), Michele Accomando, Calogero Licata, Guido Peparaio, Calogero Russello, Nicolò Sorrentino. “L’attività che venne poi definita Hiram – ha spiegato in aula il teste Parasiliti – prese le mosse da un procedimento più risalente che noi stavamo conducendo come reparto operativo fin dal 2000 e che aveva come obiettivo la ricerca del latitante Andrea Mangiaracina”, ritenuto il reggente del mandamento di Mazara del Vallo fino alla data della sua cattura, avvenuta nel 2003. “E di un altro soggetto di Marsala, Natale Bonafede, anch’egli latitante”, anch’egli arrestato. Per giungere ai due boss della famiglia di Mazara gli investigatori avevano avviato attività di intercettazione delle conversazioni di Salvatore e Matteo Tamburello: il primo personaggio di estrema importanza nell’articolazione territoriale mazarese di Cosa Nostra, consigliere della “famiglia” di Mariano Agate e già recluso insieme al padre dello stesso Andrea Mangiaracina; il secondo imprenditore nel settore della trivellazione pozzi e sostituto del padre all’interno della stessa famiglia mafiosa nei periodi in cui questi era detenuto. Dalle conversazioni tra i due, continua Parasiliti, “cominciavano ad emergere elementi che ci inducevano ad estendere l’attenzione investigativa su un circuito imprenditoriale formato da soggetti mazaresi che ritenevamo avessero in qualche modo messo le proprie strutture imprenditoriali a disposizione della famiglia mafiosa locale e in particolar modo dei Tamburello”. Un contesto nel quale emerge la figura di Michele Accomando, amministratore unico della Gruppo Lavori srl, con sede a Mazara del Vallo, già favoreggiatore della latitanza di Andrea Mangiaracina (per come emerge dall’operazione Black Out che nel 2007 avrebbe portato al suo arresto con l’accusa di associazione mafiosa) e in contatto con Rodolfo Grancini, personaggio chiave dell’investigazione, al quale gli inquirenti, alla fine del 2005, giungono proprio attraverso le intercettazioni a carico dell’Accomando. E al quale lo stesso Accomando è legato da un duplice circuito relazionale: da una parte la comune appartenenza ad ambienti massonici, dall’altra i Circoli del Buon Governo di Marcello Dell’Utri. Grancini infatti, ricostruisce il teste, è il segretario della sede del Circolo di Orvieto e con l’Accomando si accorda per raccogliere adesioni e rimpinguarne le fila. Forte di una conoscenza personale con il senatore del Pdl, documentata anche da servizi di pedinamento e da almeno un incontro a Roma tra Grancini, Dell’Utri “e soggetti indagati in particolar modo dell’area agrigentina”. In quanto all’appartenenza alla massoneria, importante è invece il legame tra i vari soggetti – tra i l’agrigentino Calogero Licata, impiegato dell’agenzia delle entrate – che consente di instaurare rapporti di cui gli indagati si sarebbero avvalsi per portare a termine i loro piani di influire sull’esito di procedimenti penali. Diverse le riunioni massoniche accertate dagli investigatori, riferisce ancora Parasaliti, così come l’esistenza “di dinamiche finalizzate a favorire la posizione – principalmente presso la Corte di Cassazione, ma anche in altre sedi giudiziarie - di alcuni soggetti perlopiù riconducibili ad ambienti di Cosa Nostra trapanese – prevalentemente Mazara del Vallo – e agrigentina”. Primo fra tutti Giovambattista Agate, fratello di Mariano Agate, del quale si stava occupando personalmente Michele Accomando, che per il tramite del Grancini, a sua volta in contatto con il dipendente della Suprema Corte Guido Peparaio, si adoperava per rallentare la trattazione in Cassazione di un ricorso proposto nel 2003 in seguito a una condanna a cinque anni di carcere. Tutto in attesa dell’ormai imminente prescrizione, dopo che per quattro anni il fascicolo giaceva “dimenticato” in un cassetto della Cassazione. E tra gli interventi pianificati dal gruppo malavitoso, ricorda invece il capitano Tarallo, vi erano anche quelli in favore di Alberto Sorrentino, figlio dell’indagato Nicolò, e dell’imprenditore Calogero Russello, quest’ultimo arrestato il 23 settembre del 2004 nell’ambito dell’operazione “Alta Mafia” e agli arresti domiciliari a seguito di un provvedimento emesso dal gip di Palermo. Contro tale decisione la procura aveva proposto ricorso al Tribunale del Riesame, che lo aveva accolto disponendo la traduzione in carcere dell’imputato, il quale però continuava a stare comodamente a casa sua. Il motivo, spiega il teste: “Proprio avverso quest’ultimo provvedimento pendeva in Cassazione un procedimento per il quale i soggetti interessati, in modo artificioso, allungavano i tempi di discussione”. Per quanto concerne invece Alberto Sorrentino, compito degli indagati – continua Tarallo - era quello di far andare in prescrizione una condanna a 4 anni di reclusione, emessa dalla Corte d’Appello di Palermo per una serie di reati tra cui un’estorsione. Siamo tra il 2005 e il 2006, un periodo nel quale, a causa di una serie di circostanze, gli indagati iniziano a manifestare una certa sfiducia nei confronti del Grancini e della buona riuscita del suo operato. Motivo per cui il 6 aprile del 2006 lo stesso Grancini si sarebbe fatto consegnare dal Peparaio, alla stazione Termini di Roma, alcuni documenti provenienti dalla Corte di Cassazione che avrebbero testimoniato il “lavoro” svolto e che Grancini avrebbe consegnato personalmente ad Accomando nel corso di un viaggio in Sicilia. Gli incontri, preceduti da una serie di contatti telefonici, sono stati tutti testimoniati dagli uomini del Reparto operativo di Trapani e Agrigento nel corso di una serie di appostamenti. Dei quali il teste Parasiliti continuerà a riferire nel corso della prossima udienza, che si terrà a Palermo il 10 luglio prossimo. |
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Imprenditoria Mafiosadi Giorgio Bongiovanni E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa. Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo. |
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