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Antimafia Duemila

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Quando l'Italia smise di crescere PDF Stampa E-mail

marco_paolini.jpg

di Toni Jop

 «Siamo un paese vecchio che non ha avuto modo di diventare adulto, un paese orfano di verità, un paese programmato per vivere senza giustizia»:

che il cielo ci protegga dalla verità delle parole di Marco Paolini. Perché non si può dargli torto, semmai non riusciamo a trovare una via percorribile in una foresta tanto priva di luce. Puoi vedere le cose con spietata lucidità, come fa questo analista da palcoscenico, il problema è capire se, per quanto riguarda le nostre attuali risorse, puoi contare su qualche cos'altro oltre che su questa lucidità.

Prima dei palchi c'era la politica. Ora va ricostruita anche Lei.
Nel frattempo, «age quod agis», fai quel che stai facendo: Marco ha ancora negli occhi la gente che l'altra sera nella leghista Treviso ha circondato di riconoscenza gli scrittori venuti a combattere il razzismo leggendo in piazza brani di libri senza odio. Basta questo a rendere il gesto in qualche modo rivoluzionario nell'Italia di oggi. C'era anche lui. Sta preparando la messa in scena di Album d'aprile, sul palco del Fillmore di Cortemaggiore. La7 trasmetterà in diretta la sera del primo febbraio. Spettacolo non nuovissimo ma aggiornato, musica, e un salto a metà negli anni Settanta nel cuore del Veneto, tra ragazzi che fiutano la politica mentre giocano a rugby.
Lontani dal Vajont...
Per questo l'ho intitolato "Album", rispetto alle orazioni civili siamo da un'altra parte. La chiave è più intima, non intimista, una storia personale. E chi l'ha detto che bisogna sempre denunciare? Questa volta è divertente, più "Amici miei" che "La meglio gioventù", non mi va di star fermo...


Ma sono anni terribili, quei Settanta. Come fanno a non irrompere nel campo da rugby di quei ragazzi?

Non ho alcuna intenzione di buttare la mia generazione perché annegata negli anni di piombo. Non era solo questo. I ragazzi di cui parlo escono dalla parrocchia per attraversare i circoli culturali per poi arrivare alla politica. Mentre passano dal calcio al rugby. E la vita, e le sofferenze del paese entrano in questo percorso come riflessi che giocano da contrappunto alle loro esistenze. Sono gli anni in cui il Pci raggiunge la sua massima espansione elettorale, non dimentichiamolo.

E la storia finisce in un modo niente rassicurante: uno dei ragazzi viene colpito in uno scontro di piazza e va in coma...
Ma è in quegli anni che maturano molte cose che ci accompagnano anche oggi: l'essere cresciuti in assenza di verità, per esempio, sull'onda di un terrorismo stragista rimasto quasi senza colpevoli...
Abbiamo iniziato ad essere orfani, una società orfana, proprio allora, di verità e giustizia. Ma eravamo un paese a sovranità limitata: tutto quel che accadeva sul versante della polarizzazione politica aveva i sensi che gli voleva attribuire una regìa nascosta e altrove. In generale, si produceva paura. A sinistra si aveva paura dei luoghi pubblici, di un possibile colpo di stato; gli altri avevano paura che arrivassero i comunisti e mettessero fine alla proprietà privata. Quella paura è stata il freno di quella giovinezza, sia della generazione di cui parlo, sia della democrazia italiana che allora aveva appena raggiunto la maggiore età. Era una ragazzina e noi avevamo la presunzione di essere gli unici protagonisti della nostra storia...

Mi ricorda la presunzione, inavvicinabile, delle Br. Potevi dir loro che erano sanguinari carnefici e non battevano ciglio, ma se li mettevi di fronte al dubbio più che ragionevole che fossero eterodiretti era come mettergli un dito nell'occhio...


Vero. Devo dire che i cattivi maestri di allora non li reggo nemmeno oggi. Eppure sono qui e gli vengono offerti microfoni e interviste. Se ne stessero zitti, a cominciare da Toni Negri. Comunque, dopo quella intensa sessione di storia abbiamo smesso di fare politica in modo attivo. E abbiamo iniziato a pensare o a vivere in modo che fosse chiaro come ciascuno tornava a casa sua a fare la sua vita, a proteggere i suoi personali interessi perché la dimensione collettiva aveva deluso. Ecco: non mi va di consegnare i nostri fallimenti alle prossime generazioni e di quei tempi non ho alcuna nostalgia...

Si capisce: è lì che siamo invecchiati. Si dice "infanzia negata" quando si descrive una crescita bloccata da traumi troppo "costosi" per essere gestiti con le risorse di quell'età. Possiamo dire "gioventù negata" per la generazione che si è formata allora...
Ma non parlo solo di una questione legata alla psicologia evolutiva. L'Italia è un paese vecchio, sotto il profilo generazionale, in cui la "giovinezza" è solo una categoria commerciale neppure centrale. Guarda le immagini degli studenti iraniani che contestano Hahmadinejad: l'Iran è un paese giovane, di giovani e quel gesto è un gesto fortissimo perché rappresenta una parte formidabile della società.

A chi vuoi che interessino quattro ragazzotti che disturbano in Italia, chi rappresentano in un luogo in cui i "vecchi" sono schiacciante maggioranza? È o no una questione molto politica?


Lo è. Com'è vero che dal punto di vista della trasmissione delle pratiche di vita non abbiamo padri, non noi che siamo cresciuti in opposizione a un'etica fondata quasi esclusivamente sui doveri dettati da un sistema in cui non ci riconoscevamo...Ma non è così per queste giovani generazioni..
Capisco Ratzinger, gli sono emotivamente vicino nello sforzo di battere il pensiero postmoderno sul fronte di questo incessante inseguimento della saga dell'eterna giovinezza in una cultura in cui il mio futuro dipende più dalle promozioni che dalla elezioni...
Potrà sembrare partigianeria, ma se in qualche modo col nostro affetto molto politico per l'uscita dagli schemi precostituiti, siamo anche responsabili di quel blocco generazionale della crescita e dello sviluppo, i ragazzi di ora vivono il trauma come pura imposizione di uno schema dal quale non sembra possibile liberarsi. Fratture di cui la sinistra oggi sta facendo le spese in termini di intelligenza dei fenomeni..
La sinistra si è costruita il suo aventino: chi sbaglia paga, è un bel segno di civiltà. Ma stiamo a vedere.

TEATRO Il primo febbraio La7 trasmetterà in diretta lo spettacolo «Album di aprile» di Marco Paolini. Un tuffo tra un gruppo di amici nel Veneto a metà degli anni Settanta. «Quando - dice l'artista - l'Italia smise di crescere e divenne vecchia»
UNITA   28 GENNAIO 2008 

 
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

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  • Terzo Millennio

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    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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