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De Magistris: Una nuova cultura per una nuova resistenza democratica PDF Stampa E-mail

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di Monica Centofante - 3 giugno 2009

Coscienza e cultura come antidoto al “berlusconismo”. E come alternativa al pericoloso sistema autoritario e neoliberale che governa il nostro Paese ed entro il quale si inseriscono in modo organico una serie di fattori indissolubilmente legati fra loro.
     

Nell’ottica di una nuova gestione del potere perfettamente aderente – salvo qualche opportuna “miglioria” - al modello piduista di Licio Gelli.
Luigi de Magistris, magistrato in aspettativa e candidato alle prossime Europee con l’Italia dei Valori, ne ha parlato ieri ad Ancona, in una sala stracolma del centrale Hotel City. Ospite della sede locale dell’Idv e del candidato sindaco Fiorello Gramillano. Proponendo una vera e propria rivoluzione culturale e morale – “terreno sul quale è scivolato anche il centrosinistra” – che deve essere la base di una nuova resistenza democratica e di una rinnovata democrazia partecipativa.
Fondamentale, ha spiegato l’ex-pm di Catanzaro, è contrapporsi alla “corruzione sistemica” e assolutamente trasversale, che caratterizza il nostro Paese, nel quale sempre più chiari si delineano i contorni di una de-magistris-luigi-web-big.jpgstrategia precisa entro i quali vanno inseriti i violenti e continui attacchi all’indipendenza e all’autonomia della magistratura, il giornalismo ridotto a propaganda di potere, i disegni di legge che mirano a bloccare la circolazione delle informazioni su internet, le nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato o la deriva xenofoba tipica dei regimi. Che, con leggi che ricordano il nazifascismo, usa la violenza molto spesso contro uomini, donne e bambini inermi non preoccupandosi di risolvere alla causa il problema dei flussi migratori.
“Non è un caso – ha spiegato de Magistris – che in Parlamento penda una legge che vuole impedire al pm di prendere di propria iniziativa le notizie di reato (norma introdotta nel codice penale del 1989 su volontà di Giovanni Falcone), obbligandolo a indagare solo su reati segnalati dalla Polizia Giudiziaria. Quando è vero che, da una parte, la storia giudiziaria italiana insegna che le più grandi inchieste - soprattutto quelle che hanno toccato le deviazioni del potere, la mafia, i poteri occulti, le stragi, ecc. - sono sempre nate dall’intuito e dal lavoro di pool di magistrati. E, dall’altra, che tale riforma non potrà che bloccare le indagini sulle corruzioni della pubblica amministrazione, sul malaffare o sulle truffe all’Unione Europea dal momento che Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza dipendono rispettivamente dal Ministero degli Interni, della Difesa e dell’Economia. I quali, a logica, saranno restii a chiedere indagini in questa direzione”.
Stesso discorso per i tentativi di sottoporre la magistratura al controllo della politica o il disegno di legge che impedisce ai giornalisti di pubblicare i fatti fino a che non ci sia sentenza di primo grado. Tutte mosse che minacciano pesantemente la Costituzione Repubblicana in alcuni dei suoi principi fondamentali: la legge uguale per tutti, la libertà di stampa e la libera manifestazione del pensiero. “Azioni molto pericolose”, ha sottolineato de Magistris che portano allo “svuotamento della Costituzione attraverso legislazione ordinaria”. Alle quali occorre aggiungere le “leggi ad personam”, le denigrazioni, le delegittimazioni e le “tecniche del trasferimento che, almeno in un caso, in Calabria, hanno riguardato anche un sacerdote (Mons. Bregantini), il quale, tra le altre cose, denunciava la criminalità organizzata e la massoneria deviata”.
Oggi non si spara più si usano tecniche più raffinate.
E allora l’interrogativo si sposta inevitabilmente sulla reale natura del crimine organizzato, “penetrato nel sistema politico-istituzionale ed economico-finanziario tanto da non aver più necessità di aggredire militarmente i servitori dello Stato”. Così come avvenne nel ’92 e nel ’93 “quando assistemmo ad una strategia della tensione militare di altissimo impatto stragista”.
Tracciando un filo tra quelle stragi e la nascita della cosiddetta Seconda Repubblica, de Magistris ha quindi evidenziato gli elementi di continuità, analizzando i motivi per cui la mafia utilizzò all’epoca una “strategia politico- criminale” e soffermandosi sulla presunta trattativa tra mafia e pezzi delle istituzioni per la quale è in corso un delicato processo a Palermo. E proprio in merito ad alcuni di quegli elementi di continuità ha accennato alle dichiarazioni del colonnello Riccio sulle confidenze di Luigi Ilardo (ucciso prima di cominciare il suo rapporto di collaborazione con la giustizia), che fece il nome di Dolcino Favi, il magistrato che avocò l’inchiesta Why Not; al dottor Genchi e al suo ruolo di consulente sia nelle sue inchieste che in quelle di Capaci e Via D’Amelio; al ruolo dei servizi segreti in quelle stragi; ai dubbi inquietanti che pesano sull’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, ora vicepresidente del Csm, e sui quali chiede si faccia luce Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso nel 1992. “La sua voce – promette il candidato dell’Idv – noi la porteremo in Europa. E l’Europa ci dovrà aiutare visto che in Italia abbiamo politici collusi con la mafia”.
Prima di chiudere la serata il discorso si è spostato sul tema della sicurezza, ridotto a “due operazioni di pura e becera propaganda: i militari e le ronde”. Dove la cosa più grave, nel quadro del già accennato disegno piduista, “è che ci sembrerà normale avere i militari sulle strade”, mentre le ronde richiamano al fascismo e ai paramilitari colombiani che, per l’appunto, “si chiamavano ronde”. Ma questo sistema non è invincibile. Tutt’altro, continua de Magistris, appellandosi al crescente senso democratico del quale il potere costituito ha enorme paura.
“Questo è un progetto politico che va colpire al cuore questo sistema che sta corrodendo il nostro Paese e sono convinto – ha concluso - che se ognuno di noi darà il proprio contributo a questa resistenza costituzionale si sbriciolerà molto prima di quanto noi possiamo immaginare”.



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    E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa.
    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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