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“Il capo dei capi” tra fiction e realtà. Sospette omissioni ed evidenti falsificazioni PDF Stampa E-mail
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“Il capo dei capi” tra fiction e realtà. Sospette omissioni ed evidenti falsificazioni
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enzoguidotto1.jpgdi Enzo Guidotto

*Presidente  OSSERVATORIO VENETO SUL FENOMENO MAFIOSO




La fiction?
Dal punto di vista tecnico un buon prodotto piaciuto a tanti, ma a Michele Placido, che nel settore ha maturato un’esperienza singolare, è sembrata «un film di Rosi fatto da falsari napoletani perché né Rai né Mediaset possono permettere che si vada in profondità». Da un canto, infatti, è mancato qualsiasi riferimento ai referenti politici dei Corleonesi agli albòri della “Seconda Repubblica” e non c’è stata alcuna allusione al “sistema eversivo” che, secondo consistenti ipotesi, avrebbe operato dietro le quinte in occasione delle stragi in Sicilia e degli attentati nel Centronord; dall’altro, l’immaginazione è sfociata in autentica falsificazione di persone e fatti con Massimo Venturiello nei panni del commissario Angelo Mangano che cattura Luciano Liggio prima a Corleone e poi a Milano: in realtà i due arresti li fecero, a distanza di dieci anni, un ufficiale dei Carabinieri, Ignazio Milillo, ed uno della Guardia di Finanza, Giovanni Vissicchio. Eppure, il produttore Pietro Valsecchi ed il regista Enzo Monteleone avevano presentato “Il capo dei capi” come «una storia vera» basata su «fatti di cronaca, documenti ed atti processuali».

* * * * *

«“Il capo dei capi” ? Is not a fiction, it’s a real story» ha dichiarato il produttore Pietro Valsecchi all’ ”Herald Tribune”: non è una fiction, è una storia vera. Basata su cosa? «Su fatti di cronaca, documenti ed atti processuali» aveva già avuto modo di precisare il regista Enzo Monteleone. Si deve a questo il suo successo? «L’Italia è sempre stata affascinata dalla Mafia per la sua personificazione del male» è stato il parere, riportato sullo stesso quotidiano, di Attilio Bolzoni, autore dell’omonimo libro scritto con Giuseppe D’Avanzo. Ma le cose stanno proprio così?

«Sembra un film di Rosi fatto da falsari napoletani»

In realtà, i giudizi sulla realizzazione di “Taodue” sono stati piuttosto controversi. Si è trattato di un «buon prodotto» ha detto in un’intervista a “La Repubblica” Michele Placido, che nel settore ha ormai maturato una lunga e lusinghiera esperienza. «Però – ha obiettato - sembra un film di Rosi fatto da falsari napoletani, perché né Rai né Mediaset possono permettere che si vada in profondità». Sul tema è forse migliore il cinema? «Una volta la tv si arrangiava con i mezzi e il cinema aveva più soldi. Oggi è il contrario. Siamo in una stagione d’oro: la mafia viene usata come fonte di sicuro successo. Prima la tv era più casereccia, con “La piovra” si rompe qualcosa: comincia una stagione televisiva che punta sulla qualità. La prima Piovra porta con sé una forte carica di denuncia», ma «dalla terza serie in poi viene addomesticata». Come mai? «I politici intervengono per impedire che si parli di connessioni tra politica e mafia». Ed è assai probabile che il pressing si sia verificato anche recentemente e che continuerà a verificarsi anche in futuro. «Paolo Sorrentino che fa un film su Andreotti – ha osservato l’attore-regista - andrà incontro a qualche rischio perché rivelerà cose che un prodotto televisivo non avrà mai il coraggio di rivelare perché sarebbe censurato. Ecco la differenza. Forse c'è una strategia politico-culturale dei vertici televisivi apparentemente coraggiosa ma che in realtà resta in superficie. Il prodotto tv non avrà mai la funzione critica che avevano film come “Salvatore Giuliano” o “Cadaveri eccellenti”». Insomma, «la tv non è libera, fa buoni film ma addomesticati».

Errori ed omissioni

Anche “Il capo dei capi” ha risentito di certi condizionamenti? A “botta fredda”, le riflessioni sulle sei puntate hanno portato tanti osservatori alla conclusione che gli attori, bravissimi, sono stati … “esecutori materiali” di “mandanti palesi” che nella preparazione del copione non hanno potuto o voluto utilizzare la documentazione, assai conosciuta, su alcuni contesti e situazioni di rilevante importanza che nella fiction sono risultati malamente falsificati o totalmente ignorati: tra i primi, più antichi, gli arresti, nel 1964 e nel 1974, di Luciano Liggio, il vero “capo dei capi”, sui quali sarà opportuno soffermarsi adeguatamente essendo ormai caduti nel dimenticatoio della memoria collettiva; tra i secondi, più recenti, la mancata rappresentazione di ciò che c’è stato dietro le quinte, al di là e, soprattutto, al di sopra della bramosia di ricchezza dei boss nell’imminenza di grandi delitti, inaudite stragi e “significativi” attentati.

La fiction è fiction ?

«La fiction è fiction» hanno sostenuto in tanti. E’ vero. Ma è altrettanto vero che ci sono fiction e fiction: ci sono cioè quelle in cui prevale la verità, integrate a volte con personaggi, scene ed episodi di fantasia per rendere più suggestiva la trama e ci sono quelle in cui prevale invece la fantasia che, per dare un po’ di realismo alla stessa, vengono arricchite da fatti e situazioni che rispondono a verità. “Il capo dei capi” rientra nella prima categoria relativamente alla barbara escalation dei Corleonesi e ai loro rapporti con “vecchi” politici della “Prima Repubblica”; degenera malamente nella seconda quando da un canto si assiste ad avvenimenti del tutto inventati o talmente alterati da suscitare dure reazioni con probabili riflessi giudiziari, mentre dall’altro ci si accorge che è assente una sia pur vaga allusione ai rapporti dei boss con personaggi “nuovi” che, già affermati nel mondo economico, entrano nella competizione politica nazionale nei primi anni Novanta. Stando alle trasmissioni lanciate da “Taodue”, infatti, dagli anni Cinquanta in poi, i rapporti con i politici ed il conseguente pilotaggio di voti nei congressi di partito e nelle competizioni elettorali da parte di Cosa Nostra si sarebbero esauriti con la fine della Democrazia Cristiana, rappresentata da Vito Ciancimino e dai cugini Nino e Ignazio Salvo legati da un patto di ferro con Salvo Lima, proconsole siciliano di Giulio Andreotti, del quale è stata peraltro “dimenticata” la partecipazione ai vertici con i boss fino al 1980. E il feeling con socialisti e radicali nella seconda metà degli anni Ottanta? Nemmeno a parlarne.

Come mai Claudio Fava …?

Interrogativo d’obbligo: siamo proprio sicuri che Claudio Fava che ha sempre detto e scritto tanto su certe cose abbia partecipato davvero alla preparazione della sceneggiatura della fiction? Il fatto è – ha osservato giustamente Marco Travaglio – che in televisione «si racconta la lotta fra Stato e Antistato come in un film western: un lungo combattimento tra due eserciti contrapposti, ciascuno con i suoi caduti. Alla fine poliziotti e giudici da una parte, mafiosi dall’altra, appaiono come eroi, positivi o negativi, ma comunque eroi. Come i cow-boy e gli indiani. I buoni troppo buoni e i cattivi troppo cattivi rischiano di polarizzare l’attenzione, facendo perdere di vista il fondale su cui si muovono: un fondale complesso e tridimensionale, come tridimensionali sono lo Stato e l’Antistato. Che, nella realtà, non sono mondi nettamente separati, ma mescolati e intrecciati in mille complicità, opacità, zone grigie sul terreno del potere. Nelle ultime fiction, ma non nella vecchia e gloriosa “Piovra”, le liaisons fra la mafia e chi dovrebbe combatterla – politici, imprenditori, forse dell’ordine, qualche giudice – non esistono. O non si vedono. O appaiono sfuocate».

 

“Buchi neri” inesplorati

Nella citata intervista al quotidiano in lingua inglese diffuso in più di centottanta paesi, Pietro Valsecchi ha però insistito nel sostenere che “Il capo dei capi” è «una narrazione piena, con tutte le sue implicazioni» perchè «parla di cinquant’anni di storia italiana», fa «nomi e cognomi» e «sbatte la mafia in faccia» agli italiani che «non leggono i giornali» e si limitano a dare «semplicemente uno sguardo ai titoli» : gli avvenimenti che ruotano attorno a Totò Riina – ha precisato - hanno quindi consentito di far capire come l’evoluzione di Cosa Nostra si sia verificata «grazie alle collusioni di forze politiche ed economiche a vari livelli della società italiana». Invece è proprio su questi due versanti - quello economico e quello politico - che tanti “buchi neri” sono rimasti inesplorati: è mancato, ad esempio, qualsiasi riferimento ai flussi di denaro che ai “bei tempi” boss - sia vincenti che perdenti – imboscavano, a Milano, a seconda dei casi, nella Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona, nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nella Banca Rasini o in certe società finanziarie ed immobiliari di Via Chiaravalle; non c’è stata alcuna allusione a quel “sistema eversivo” che secondo consistenti ipotesi avrebbe dato un contributo alle stragi del 1992 attraverso i cosiddetti “mandanti occulti”; al ruolo che hanno avuto nelle stesse oscuri agenti dei servizi; alle ambiguità di Bruno Contrada, alto funzionario del Sisde condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. E’ ipotizzabile che ci sia stata – viene da chiedersi – una certa sintonia tra questa “disattenzione” e la recente richiesta di grazia che a tanti è apparsa una specie di tentativo escogitato e suggerito da ambienti “insospettabili” per gratificare il suo silenzio su tante verità? E’ solo un caso che l’avvocato dell’ex 007, Giuseppe Lipera, sia stato uno dei fondatori di “Sicilia Libera” a Catania? Chi vivrà vedrà. Fonti attendibili sostengono però che da certi atti risulterebbe che un suo “precedente” difensore, uomo di loggia, era stato al corrente della presenza, nel Palermitano, di Michele Sindona all’epoca in cui furono uccisi uno dopo l’altro Giorgio Ambrosoli, Boris Giuliano, Cesare Terranova e Lenin Mancuso. Il 6 gennaio dell’anno dopo toccò a Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia. Ma nella sceneggiatura della fiction non c’era nulla di tutto questo: per gli autori, i Corleonesi avrebbero agito da soli.

Un assente eccellente : Marcello Dell’Utri

Altra “assenza eccellente”, quella di Marcello Dell’Utri. Eppure nella sentenza che lo ha condannato in primo grado per lo stesso reato, si legge che ha «voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa» fornendo «consapevole contributo a Cosa Nostra, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento»; rapporto che è rimasto immutato «nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a Cosa Nostra». Possibile che nella lettura di cronache giornalistiche, documenti ed atti giudiziari gli autori della fiction non si siano accorti di questo ruolo svolto dal braccio destro di Silvio Berlusconi? In quale pianeta vivevano qualche anno fa, quando sono state note le motivazioni di quel verdetto? Quali, dunque, i motivi della colossale lacuna? La risposta potrebbe trovarsi nella parte della sentenza in cui si fa riferimento ai settori nei quali il senatore che ama paragonarsi a Socrate collaborava con i boss: il settore economico prima e quello politico poi, gli stessi ai quali faceva esplicito riferimento Pietro Valsecchi. «Si connota negativamente la disponibilità» di Marcello Dell’Utri «verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica - hanno rilevato i giudici - in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello».

Stragi e politica

Una disponibilità che in concreto – secondo quanto emerso nel processo – si era manifestata quando Cosa Nostra elaborava la «politica delle alleanze» imperniata sulla «possibilità di altri terminali verso i quali canalizzare il voto mafioso per tutelare gli interessi dell’organizzazione». In questo contesto, Dell’Utri aveva dedicato attenzione alla creazione di “Sicilia Libera”, il movimento indipendentista voluto da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Graviano, componenti dell’ala stragista, in contatto con logge massoniche coperte. Poi però preferì promuovere la formazione di Forza Italia che segnò la discesa in campo di Sivio Berlusconi. «Guarda caso – aveva detto in proposito il pm Antonio Ingroia durante la requisitoria – mentre Cosa Nostra cerca nuovi referenti, Dell’Utri imbraccia una carriera per lui inedita: la politica. Si interessa un po’ a “Sicilia Libera”, poi si convince che non funzionerà e commissiona un nuovo partito. In teoria Cosa Nostra avrebbe dovuto scegliere Bagarella, Brusca, i Graviano a occhi chiusi. Invece li scarica e sceglie Dell’Utri, dopo una consultazione tra i boss: una sorta di “primarie” interne». E voti controllati dai boss confluiscono in Forza Italia.


 
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