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Cosi il boss scoprì la "cimice", "Talpe", chiesti 8 anni per Cuffaro PDF Stampa E-mail
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Cosi il boss scoprì la "cimice", "Talpe", chiesti 8 anni per Cuffaro
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Guttadauro:«Mi interessa sapere se sono io…»

Sul capitolo relativo alle fughe di notizie in favore del boss Guttadauro ascritte a Cuffaro, il pool di Pignatone non ritiene accertato (per mancanza di riscontri) il dato raccontato da Aragona dell’incontro milanese tra questi e Miceli il 16 marzo 2001, così come quello relativo alla cena al Riccardo III di Monreale, organizzata a conclusione delle elezioni Regionali del 24 giugno 2001. Riscontra invece la colpevolezza dell’imputato sulle rivelazioni del 12 giugno 2001 che seguendo la sequenza Riolo – Borzacchelli – Cuffaro –Miceli – Aragona, portò il boss al rinvenimento delle microspie nel suo salotto il 15 giugno 2001.

Quel giorno il medico di Altofonte aveva appreso da Domenico Miceli, per averlo a sua volta saputo da Cuffaro, che era stata intercettata una telefonata in cui “Peppino” parlava al telefono con “Mimmo”. La notizia sulla intercettazione era trapelata dagli ambienti investigativi grazie a una confidenza che il maresciallo del Ros, Giorgio Riolo aveva fatto quindici giorni prima della scoperta della cimice, al maresciallo Borzacchelli.

«Innanzitutto mi interessa sapere se sono io che parlo o sono altri che parlano…» aveva chiesto il capomafia ad Aragona, il quale gli risponde: «Dicono che c’è Peppino che parla con qualcuno… » «A lui (a Miceli, ndr) glielo ha detto Totò che lo ha chiamato…». I due si lasceranno poi con la promessa di Aragona di saperne di più nei giorni successivi: «Giovedì vado da Totò…». «Il giovedì seguente al 12 giugno – constata il pm -  è il 14 giugno 2001 e precede di un giorno la scoperta della microspia. Evidentemente erano stati adempiuti gli approfondimenti promessi prima di procedere alla ricerca di questa microspia».

Il 15 giugno infatti Guttadauro troverà il congegno elettronico che negli ultimi istanti “di vita” prima della sua distruzione, registrerà  la signora Greco esclamare: «Veru Ragiuni avìa Totò Cuffaro». Ed ancora: «E meno male che ce l’hanno detto». Consolidando dunque la tesi della procura sull’identità del suo informatore e sulla rete di spionaggio che aveva fatto trapelare l’informazione fino alle orecchie del capomandamento di Brancaccio.

 

 

Compari d’anello a Villabate

A cavallo di quelle elezioni  Regionali Cuffaro aveva imbastito amicizie anche fuori Palermo. Tra tante quella con l’ex presidente del consiglio comunale Francesco Campanella, legato alla famiglia mafiosa di Villabate, di cui è pure compare d’anello insieme all’attuale guardasigilli dell’Udeur Clemente Mastella. Da Campanella, che gestisce un negozio di telefonia a Palermo, il Governatore si serve per l’acquisto di sim e telefonini. Uno si scoprirà viene intestato a una signora risultata inesistente all’anagrafe italiana, un altro, sempre in uso all’entourage del Presidente, ma intestato al pentito, effettuerà uno scambio di telefonate con un ufficio non meglio precisato del Sisde di Palermo.

Francesco Campanella, presidente nazionale dei giovani Udeur affiancherà lo stesso Cuffaro in una breve tappa politica nel partito di Mastella. Il giovane, che falsificherà la carta d’identità di Provenzano per il suo viaggio di cure a Marsiglia, è la longa manus di Nino Mandalà boss di Villabate detto “l’avvocato” il quale, attraverso di lui, cercherà di portare a compimento un “appetitoso” progetto commerciale nella sua Villabate. Per riuscire ad ottenerne l’approvazione, il “vecchio” padrino si sentirà forte degli agganci di Campanella alla Regione in virtù della sua personale amicizia con l’on. Cuffaro. La cosa però non si concretizzerà e Campanella si lamenterà di essere stato “scaricato” all’ultimo momento dal Presidente.

Cinonostante “Totò” si sentirà in dovere di avvisare il suo amico (con cui ammette di aver intrattenuto “stretti rapporti” sul piano personale fino al 2003) dell’esistenza di indagini antimafia nei suoi confronti per i suoi rapporti con i Mandalà. Lui, Cuffaro, dice che lo aveva saputo da una serie di voci che arrivavano da Villabate. Campanella invece afferma che il Presidente gli aveva raccontato di essere stato informato dal maresciallo Borzacchelli, il sottufficiale che gli era stato presentato da “amici di Bagheria”, e che era stato candidato alle Regionali del 2001 proprio per proteggerlo da eventuali problemi giudiziari

Campanella sostiene Acanto ma vota Borzacchelli

E che per Cuffaro l’elezione di Borzacchelli fosse una priorità lo sostengono in aula anche i pm dell’accusa. Il dato viene confermato «dal fatto che egli chiese ed ottenne il voto per il graduato da Francesco Campanella,  che per i suoi legami con la famiglia mafiosa dei Mandalà doveva appoggiare la candidatura dell’on.Acanto». 

Il sottufficiale era stato eletto con un modesto numero di voti staccando di poco l’ex assessore alla Sanità del comune di Palermo Domenico Miceli. Quelle preferenze erano comunque servite ad aprire al maresciallo del Nucleo Operativo provinciale di Palermo le porte del Palazzo dei Normanni. Una soddisfazione per lui, per l’Udc, ma soprattutto per Salvatore Cuffaro che per portarlo con sé aveva creato la lista del “Biancofiore” e dirottato una potenziale fetta del suo elettorato in favore del suo maresciallo. Tutto questo per ottenere una “copertura” in Regione che potesse proteggerlo da eventuali noie giudiziarie.

 


 
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