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Speciale Terremoto - Il decreto Abruzzo riduce a carta straccia l'esperienza del 1997 PDF Stampa E-mail

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di Pietro Orsatti su Terra - 30 maggio 2009
Terremoto
- Confronto fra due modi di gestire l’emergenza e soprattutto la ricostruzione. Quando si parla di interventi post terremoto riusciti si indicano due modelli: quello del Friuli Venezia Giulia e quello dell’Umbria e delle Marche.




Due esempi che, anche senza la militarizzazione e la centralizzazione di tutti gli interventi, si può intervenire e bene. Bisogna fare una premessa, ancora prima di iniziare a fare un’analisi dettagliata del modello più recente (quello umbro-marchigiano). Fino al governo Berlusconi era competenza del ministro dell’Interno la delega per il coordinamento della Protezione civile. Oggi, invece, dipende direttamente dal presidente del Consiglio. Non è una differenza da poco e andiamo a vedere perché.
Nel 1997, solo due giorni dopo il sisma, il ministro emanò ordinanza con cui nominava commissari delegati i presidenti delle Regioni Umbria e Marche e delegava a loro l’individuazione dei comuni gravemente danneggiati. Il governo emanò poi due distinti decreti legge. Con il primo affrontava l’emergenza. Con il secondo, datato 30 gennaio 1998, affrontava la ricostruzione. «Per la programmazione degli interventi di ricostruzione e sviluppo dei territori interessati dalla crisi sismica - si legge nel decreto -, il governo e le Regioni utilizzano l’intesa istituzionale di programma». Nel caso del sisma del 1997, sono state le Regioni a definire il quadro complessivo dei danni ed è toccato ai Consigli regionali predisporre il programma finanziario di ripartizione dei fondi messi a disposizione dal governo e individuare le priorità di spesa. Lo stesso decreto legge del 30 gennaio 1998 elencava poi gli interventi, di cui dovevano occuparsi le Regioni, in favore dei centri storici, dei privati per i beni immobili e mobili, delle attività produttive, dell’edilizia residenziale pubblica, dei beni culturali, degli immobili statali, dei Comuni che perdevano introiti a seguito del sisma e delle aziende agricole.
E cosa succede, invece, oggi con il decreto Abruzzo? Berlusconi nomina commissario non il presidente della Regione, nonostante sia un suo uomo, ma il capo del dipartimento della Protezione civile. Ed è Bertolaso a individuare con proprio decreto i Comuni interessati ai finanziamenti della ricostruzione. Non solo, spetta a lui gestire, in larghissima parte, l’emergenza e i Comuni agiscono, eventualmente, «sulla base delle direttive del Commissario». Spetta a Bertolaso anche individuare ed espropriare le aree da destinare agli insediamenti dei moduli abitativi «destinati a una durevole utilizzazione». Ai Comuni vengono lasciati, come contentino, compiti residuali e devono comunque seguire senza discutere le direttive di Bertolaso, come ad esempio, nella concessione dei contributi di lieve entità, fino a 10mila euro. Ma l’aspetto più controverso è che si siano mischiati in un unico decreto due aspetti distinti, e che tali dovevano rimanere, degli interventi post sisma: l’emergenza e la ricostruzione. E poi l’oscuro ruolo della Fintecna spa sulla vicenda dei mutui: lo Stato subentrerebbe solo se il richiedente vende la propria abitazione a Fintecna spa. Solo dopo lo Stato coprirebbe il debito residuo. E il libero mercato? E il rimborso al 100%? Altri tempi, anche se nessuno ce lo aveva detto.


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