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Possibili piste per la ricerca dei mandanti occulti delle stragi indicate da Massimo Ciancimino PDF Stampa E-mail

 

27 dicembre 2007

Palermo. Sarà interrogato dai magistrati della Dda di Caltanissetta Massimo Ciancimino, 44 anni, figlio di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo morto nel 2002 dopo aver ricevuto una condanna per mafia. Massimo è stato condannato a 5 anni ed 8 mesi dal Tribunale di Palermo per riciclaggio ed intestazione fittizia di beni. Le dichiarazioni e le interviste da lui rilasciate potrebbero aprire nuovi filoni investigativi nell’ambito delle indagini sui mandanti occulti delle stragi del ’92 e pertanto verrà ascoltato dai pm nisseni titolari di quell’inchiesta. In un’intervista rilasciata al settimanale Panorama, pubblicata il 14 dicembre scorso, Ciancimino jr racconta infatti degli incontri avvenuti tra suo padre e Provenzano e spiega che il boss capo di Cosa Nostra “si faceva chiamare ingegnere Loverde. Un giorno da ragazzino sfogliai Epoca e riconobbi nell’identikit di Provenzano, già superlatitante, proprio l’ingegner Loverde, l’unica persona che incontrava mio padre a casa senza appuntamento. A volte lo riceveva in pigiama. Si chiudevano in camera da letto e discutevano per ore… Provenzano arrivava con un borsello di pelle, sempre da solo. Beveva camomille con mio padre. Incontri? Una, due volte al mese. Spesso d’estate nella villa a Mondello, sempre d’inverno. Nel 2002, poco prima che morisse, chiesi a mio padre se avesse rivisto Provenzano. Lui mi disse di sì. Intuii che si erano incontrati anche a Roma dove papà, che si era ammalato dopo l’ictus, non usciva più di casa. Comunque me lo diceva sempre: ‘Provenzano prima o poi si farà prendere’”. Ciancimino jr si sofferma anche sulla “trattativa” che ufficiali del Ros dei carabinieri aprirono con l’ala stragista della mafia e spiega che già Giovanni Falcone, quando Vito Ciancimino era finito in carcere, “si era fatto avanti con me per aprire un dialogo. Falcone mi dava tutti i permessi straordinari per incontrare mio padre in carcere. Parlargli e fargli capire che era il momento del dialogo. Ma lui si rifiutava. Poi – prosegue – nel 1992 lo Stato mi ha offerto una possibilità di riscatto e non mi sono tirato indietro. Il capitano De Donno mi chiese di poter incontrare mio padre per aprire un canale anticipandomi che l’argomento sarebbe stato quello della cattura dei superlatitanti. Gli incontri durarono tutta l’estate del 1992, subito dopo la strage di Capaci. Mio padre all’inizio era contrario. Avviare una trattativa e poi interromperla significava mostrare la propria debolezza. Tanto che subito dopo le richieste di Riina lo Stato fece un passo indietro. E venne ucciso Paolo Borsellino”. Massimo sostiene di non essere mai stato interrogato su queste trattative e sulle stragi, “eppure – continua il figlio dell’ex sindaco di Palermo nell’intervista di Panorama – il capitano De Donno mi consegnò dei rotoloni gialli enormi con la piantina della città e degli elenchi di utenze telefoniche presumibilmente in uso a Totò Riina. Mio padre avrebbe dovuto segnare la zona e indicare i numeri telefonici. Dopo una settimana riconsegnai i rotoloni con indicato il quartiere di viale Regione Siciliana e dissi ‘lì dovete cercare Riina’ ”.

Dora Quaranta




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