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di Nicola Tranfaglia - 10 maggio 2009
Quello che sta avvenendo in Italia da alcuni anni a questa parte è un
processo di cui sarebbe sbagliato negare la complessità e la
gradualità. Riguarda, da una parte, l'oscuramento di fatti ed episodi
sgraditi a chi controlla il potere politico e, dall'altra,
l'affondamento di quello che era rimasto dello stato di diritto nel
nostro paese.
Si tratta, nell'uno come nell'altro caso, di un
attacco frontale a quell'idea di "democrazia moderna" che, negli anni
migliori del sessantennio, era apparsa come un obbiettivo
raggiungibile.
Un esempio calzante di questo duplice obbiettivo che si
sta ormai realizzando in maniera rovinosa è costituito dal processo in
corso a Palermo dal luglio 2007 (IV sezione del Tribunale penale)
contro il generale e prefetto Mario Mori, ex capo del Sismi ed ex
comandante del Ros dei carabinieri, per un complesso di vicende ancora
oscure.
Vicende che riguardano le stragi politico-mafiose del
1992-93, la mancata cattura di Provenzano nel '95-96, la nascita di
Forza Italia nel 1993-94, infine alla cattura dello stesso Provenzano
nel 2006. Di un simile processo non parla nessuno in Italia come se si
trattasse di una vicenda di assai scarso interesse e le sole notizie
riguardo al generale Mori sono la sua presenza a Roma e le sue imprese
come attuale responsabile del dipartimento di sicurezza della capitale
per diretta nomina del sindaco di Alleanza Nazionale, Gianni Alemanno.
Attraverso
una rivista bimestrale, Micromega (numero 1 - 2009), che ha scelto
l'attualità politica come centro della sua battaglia periodica,
possiamo leggere gli elementi essenziali di un dibattimento processuale
che ha un particolare interesse dal punto di vista storico e riporta la
testimonianza (che appare più di altre attendibile) del colonnello dei
carabinieri Michele Riccio che riferisce notizie di prima mano sui
fatti presi in considerazione.
In particolare Riccio accusa - con
circostanze precise - il generale Mori e il suo strettissimo
collaboratore colonnello Obinu di avergli impedito di trovare
Provenzano 14 anni fa quando, grazie alla collaborazione processuale
del mafioso Luigi Ilardo, ucciso da Cosa Nostra il 10 maggio 1996, era
giunto al rifugio segreto del capomafia e stava per catturarlo.
Riccio
rivela anche che proprio Mori gli aveva chiesto di non includere nomi
di politici (o almeno di alcuni politici) nei rapporti che stendeva
per il Ros durante la collaborazione di Ilardo precedente alla sua
morte sicchè all'on. Andò, socialista, e all'on. Mannino,
democristiano, si poteva anche accennare ma, in nessun caso,
all'onorevole Marcello dell'Utri, (legato a Silvio Berlusconi come
presidente di Pubblitalia) di cui pure Riccio aveva sentito parlare dal
collaborante nel momento in cui, dopo le stragi del '92, si stava
dipanando la trattativa segreta del Ros Carabinieri con i capi di Cosa
Nostra in vista di una tregua, che avrebbe dovuto seguire all'esaurirsi
della strategia terroristica di attacco diretto allo Stato da parte
dei corleonesi, e in particolare di Salvatore Riina, catturato
provvidenzialmente nel gennaio 1993.
Ricorda che Ilardo, subito
dopo aver annunciato ai magistrati Tenebra e Caselli di volersi
costituire e collaborare con la giustizia, era stato ucciso da due
sicari grazie al fatto che proprio dagli investigatori era stata
diffusa la notizia della sua decisione e si era perduta una voce
preziosa che molto poteva dire sugli ultimi anni dei delitti e delle
imprese di Cosa Nostra non soltanto in Sicilia.
Le obiezioni
della difesa alla testimonianza di Riccio non sono riuscite fino ad
oggi a metterla in crisi e nel dibattimento si profila il delinearsi di
una versione dei fatti che mette in luce come, durante la crisi
politica del '93-‘94, si sia realizzata un'alleanza di fondo tra la
nascente Forza Italia e alcuni esponenti del Ros Carabinieri come il
generale Mori e il tentativo di un accordo con la mafia siciliana che
vede la sostituzione di Provenzano a Riina e il cambiamento radicale
della strategia politica di Cosa Nostra. Se il processo si concluderà
recependo simili risultati, bisognerà tenerne conto in maniera adeguata
nella ricostruzione storica dei rapporti tra la mafia e la politica
nell'Italia contemporanea.
Tratto da: nicolatranfaglia.com
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